15 ottobre 2010

Riassunto Canto VI Paradiso

Cielo secondo o di Mercurio. Spiriti attivi per il bene, Giustiniano, Romeo

Spiriti attivi per il bene, religiosamente inteso, ma anche per conseguire onore e fama sono quelli che compaiono nel cielo di Mercurio: tra loro emerge in posizione di protagonista a tutto tondo Giustiniano che parla della funzione e della validità dell’Impero come istituzione voluta da Dio per la felicità terrena degli uomini. Giustiniano è il simbolo dell’imperatore che con la sua azione politica, con la fondazione delle leggi, con l’osservanza dei principi religiosi attua nella storia di ogni giorno il disegno provvidenziale della divinità. Ma la figura prescelta da Dante a fare il più alto elogio dei compiti storico-religiosi dell’impero non sembra a noi, come sembrò a lui, particolarmente emblematica: l’imperatore di Bisanzio non fu privo di gravi limiti ebbe straordinario rilievo come assertore dell’unità dell’Impero. La risposta non è da trovare in un discorso storicamente innervato e motivato: ma nella passione di Dante — talvolta mitizzante —, nella sua quotidiana polemica contro la società del suo tempo, civile e religiosa, nella sua severa condanna del disordine cui i potenti abbandonavano l’umanità. Nella storia terrena e in quella più vicina agli interessi del poeta bisogna cercare le motivazioni della scelta dei personaggi dell’aldilà e dei loro interventi. Se il mondo dei vivi opera nell’ingiustizia e nel disordine, la risposta deve essere trovata nel ristabilimento di un’autorità politica, di un regime (l’impero) che garantisca l’ordine e la pace con le leggi’ (e Giustiniano fu il promulgatore di quel codice dileggi su cui la società medievale modellò i suoi codici). Giustiniano è, perciò, il simbolo dell’autorità che interviene con le leggi a creare e conservare la comunità degli uomini: così secondo il poeta dovrebbe operare ,sempre l’imperatore che si propone di dare sicurezza e misura alla società occidentale. Alla domanda poi se Dante vedeva in Giustiniano un imperatore solo bizantino e non più romano, se aveva coscienza della fine dell’impero romano, la risposta è negativa: l’Impero nato per volontà della Provvidenza a Roma non è destinato a finire se non con il giudizio universale: ha la stessa durata e compiti paralleli alla Chiesa. L’Impero assolverà il compito di guida della società civile sempre anche se esso potrà conoscere tempi bui di attenuazione del suo intervento per la malvagità degli uomini. La linea imperiale che comincia con Cesare e prosegue con Giustiniano, con Carlo Magno, con Arrigo VII è il filo rosso di tutta la storia. Dante perciò assimila e riconduce all’impero romano sia l’impero bizantino sia l’impero medievale, quello di Carlo Magno e quello di Federico Il: non c’è stata mai per lui frattura o discontinuità. Il discorso di Giustiniano in questa cornice si presenta come un’epica visione della storia dell’umanità, che è costante e quotidiana trascrizione della volontà divina. Giustamente si dice che tutta la storia in ogni suo evento ‘è per Dante storia sacra, il piano in cui la divinità cala i suoi progetti per ricondurre gli uomini alla divinità e fare della società una prima, imperfetta immagine della «società paradisiaca, in cui quella terrena trova il suo inveramento e si completa. Perché la società terrena realizzi il programma della divinità, è necessaria la concorde azione della Chiesa e dell’Impero. Dalla loro discordia emergono la corruzione della Chiesa e la frantumazione dell’unità imperiale, ora avversata dai guelfi ora faziosamente asservita dai ghibellini. E conseguenza di tale discordia sono gli uomini come Romeo di Villanova e come Dante, assetati di giustizia, onesti, disinteressati, e per questo emarginati dalla società, collocati tra coloro che mendicano per sopravvivere.

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Riassunto Canto V Paradiso

Cielo della luna. Dottrina dei voti. Salita al cielo di Mercurio

È possibile, chiede Dante, che il cristiano compensi i voti non portati a termine con azioni meritorie, tali da non metterlo in contrasto con la giustizia divina? La risposta di Beatrice si snoda in forme didascalicamente chiare, secondo le regole delle spiegazioni insegnate e fissate dalla scuola medievale. Il dono più grande, essa dice, che Dio ha elargito alle sue creature nella sua generosità è il libero arbitrio di cui dotò le creature intelligenti, angeli ed uomini. Muovendo da questa premessa non potrà non risultare chiara la grande importanza del voto, che è un impegno liberamente assunto dalla creatura col suo Creatore. Quando si istituisce un voto, un patto cioè tra Dio e l’uomo, questi fa sacrificio del suo bene più prezioso, cioè del libero volere. Cosa può offrire l’uomo in cambio e a compenso del voto non adempiuto? Chi ritenesse di poter ancora disporre della libera volontà offerta col voto a Dio, sarebbe nella condizione di colui che vuoi fare opere di bene con cose illecitamente sottratte ad altri. Se dunque il voto si può fare solo di cosa che sia gradita a Dio, esso, come ogni rapporto bilaterale, non può essere rotto da una delle due parti contraenti e deve essere mantenuto. Per questo il voto non deve essere fatto con superficialità e frequenza. e non ci si può illudere che esso possa essere compensato in altro modo. Tuttavia la Chiesa concede dispensa dai voti, li annulla, li commuta: questo fatto contrasta con quello che si è detto. Ma per evitare l’accusa di lassismo alla Chiesa è bene chiarire. Due elementi sono essenziali al voto, al sacrificio della volontà: uno è la materia del voto, ciò che si offre, l’altro è il patto che si stringe tra Dio e l’uomo, la vera e propria promessa. Questo secondo elemento non si può annullare mai: la promessa deve essere semplicemente mantenuta e su questo punto non si può consentire attenuazione, modificazione, scambio. Il patto deve essere mantenuto in ogni caso. L’altro elemento, cioè l’oggetto del voto, può essere commutato, ma nessuno deve cambiarlo di proprio arbitrio o capriccio: deve ottenerne l’approvazione ecclesiastica e deve offrire in cambio un oggetto di maggior valore. Però ogni commutazione diventa impossibile, quando si è violato un patto che non può essere compensato da cosa di equivalente valore. Come è il caso della castità: è il voto più prezioso e non può essere mai mutato in altro neanche dalla Chiesa. E perciò giustamente ammonisce Beatrice — i Cristiani si muovano con maggiore circospezione e serietà, quando pronunciano i voti e li osservino fedelmente. Non facciano come Iefte, giudice di Israele, che fece voto di sacrificare, nel caso di vittoria sugli avversari, la persona che prima avesse incontrata sulla soglia di casa: dovette così sacrificare la figlia. Ma questo consiglio di prudenza va dato anche per ogni altra evenienza. E qui Beatrice pronuncia parole che sono un invito alla ponderazione e all’obbedienza ai canoni fondamentali del cristianesimo. « Siate, essa dice, voi cristiani più ponderati nel far voti: non siate volubili come una penna ad ogni soffio di vento e non crediate che qualunque altra offerta, a compenso di voti non adempiuti, annulli il patto da voi stretto con Dio, come qualunque acqua lava le macchie. Avete i libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento; avete il pastore della Chiesa, il papa, che vi guida: questo deve bastare per la vostra salvezza. Se una cattiva passione, la brama di vantaggi o altro stimolo riprovevole, vi induce a fare diversamente, siate uomini e come tali usate discernimento, e non operate stolidamente come le pecore, in modo che gli Ebrei che vivono tra voi non ridano di voi, della vostra sconsideratezza e faciloneria. Non fate come l’agnello che lascia il latte di sua madre e, sconsiderato e irrequieto, seguendo il suo capriccio, combatte con le corna contro l’aria i. Beatrice trascorre ora ad altro ufficio: si volge vibrante di desiderio, verso un punto molto luminoso. Il suo atteggiamento, come di creatura trasfigurata e assorta in una visione totalmente assorbente, impedisce al poeta di rivolgersi a lei perché gli chiarisca altri dubbi. Ma i due hanno ripreso il volo e, con la velocità di una freccia che raggiunge il suo bersaglio prima ancora che la corda dell’arco abbia smesso di vibrare, si trovano in un altro cielo, quello di Mercurio. Sono accolti da un’infinità di spiriti luminosi, che accorrono come pesci in una peschiera limpida e quieta attratti dall’esca. Chi sono? Beatrice invita il suo amico a parlare liberamente e a credere ai beati. Ad uno il poeta chiede hi egli sia e perché appaia in quel cielo. Lo spirito prescelto manifesta la sua gioia caritativa con l’aumento di luce: fasciato di luce risponde nel modo che si legge nel canto che segue.

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Riassunto Canto III Paradiso

Celo primo o della luna. Spiriti mancanti ai voti: Piccarda

Il viaggio verso l’Empireo si attua secondo due direttrici convergenti: quella del volo che implica il distacco dagli interessi terreni, l’ascesa ai valori religiosi riscoperti nel loro rigore alla fonte di ogni valore che è Dio, e la conquista di una superiore conoscenza che svela al pellegrino le leggi dell’ordine celeste, per quali vie l’umanità può accostarsi a quell’ordine e in che modo può modellare sull’ordine soprannaturale la propria vicenda terrena. Assorbito dal ragionamento di Beatrice il poeta sta con gli occhi a terra: quando li alza per chiedere altre delucidazioni si trova drammaticamente davanti ad una situazione imprevista: vede delle figure umane ma così tenui ed immateriali che le ritiene immagini riflesse da una realtà che non c’è. Il poeta avverte di essere in un mondo di cui non possiede gli strumenti conoscitivi. Per la prima volta da che è in paradiso egli vede delle anime di beati e si trova nella necessità anzitutto di impadronirsi della nuova realtà del tutto spirituale e di conseguenza di trovare i mezzi per offrire in termini comprensibili quella realtà agli uomini che si servono di misure inadeguate. Per il momento Dante immagina che le anime abbiano ancora i lineamenti corporei, ma così evanescenti che sembrano trascolorare verso l’immaterialità. Sono figure, dunque, in cui l’elemento terreno presente nella linea corporea si dissolve progressivamente nella luce che sprigionano e \in cui si evidenzia la superiorità spirituale. Questo primo gruppo di anime è di coloro che fecero voto di castità e non lo mantennero perché sopraffatti dall’altrui violenza. Dal gruppo emerge Piccarda Donati, sorella di quel Corso che Dante colloca all’inferno e di quel Forese che incontra in purgatorio tra i golosi. Fattasi clarissa, fu strappata dal monastero da Corso che le impose un marito. Il colloquio tra Piccarda e Dante che in terra si erano conosciuti (forse erano anche vicini di casa) si svolge su due temi: della totale felicità delle anime, e della vicenda che condusse la donna fuori del monastero. Il primo si riallaccia a quello dell’ordine universale (vedi il primo canto) che colloca le creature come su una scacchiera in cui ciascuna di esse occupa il posto assegnatole da Dio e solo così realizza il proprio destino e anche quello comune. Ognuno nell’economia terrena ed ultraterrena (anche per la linea di continuità in cui si inseriscono il tempo e l’eternità, il terreno e il sovrannaturale) obbedisce ad una volontà, opera secondo un fine che poi si traduce nell’occupazione di un posto nella infinita gerarchia degli esseri. Dante non ha ancora chiaro questo motivo della gerarchia e chiede: le anime dei beati della luna desiderano un posto più alto per ottenere maggiore felicità, a causa della più vicina presenza di Dio? hanno invidia, anche buona, di coloro che sono più in alto? Simili dubbi, risponde Piccarda, nascono da valutazioni del tutto estranee al mondo paradisiaco: tutte le anime sono beate in rapporto alla loro capacità di essere beate e ai loro meriti acquisiti in terra. Non c’è possibilità di contrasto tra la decisione divina e la collocazione delle anime in uno anziché m un altro dei gradini della piramide celeste. Anzi, la loro beatitudine è proprio nel loro adeguarsi pienamente alla volontà del Creatore. È la tipica condizione mistica dello spirito che ha la sua ragione di letizia nel conformarsi al volere dello Spirito Santo. Il secondo tema del colloquio è quello della vicenda che condusse la donna a staccarsi dalla « dolce chiostra ». Piccarda su questo punto risponde in modi rapidi, essenziali e soprattutto riservati: si era fatta clarissa, si era misticamente congiunta con Dio e a lui si era pienamente abbandonata. Da quel mondo monacale fatto di pace e di interiore completezza la sottrassero uomini, non proprio malvagi, ma strumento violento della società violenta. Fu costretta al matrimonio: ma quale fu la sua vita nuziale, di quali sacrifici e dolori si unteggiò essa per pudicizia non dice (simile in questo a Francesca e a Pia). Accanto a Piccarda c’è un’altra ex suora, Costanza di Altavilla, madre dell’imperatore Federico II: fu anche lei avviata al matrimonio dalla prepotenza dei politici. Di contro a questi aspetti di ferocia che emergono dalla rievocazione delle cose del mondo si pone il regno sereno della beatitudine: le anime esprimono la loro raggiunta felicità con un canto di grazie alla Vergine, emblema di tutte le creature che cercano la purezza e la libertà dalla contaminante presenza della società.

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Riassunto Canto II Paradiso

Primo cielo o della luna. Le macchie lunari

Avviandosi, dopo l’introduzione, alla trattazione sistematica e alla narrazione del volo per i cieli, delle cui difficoltà anche per i molti e ardui temi teologici è consapevole, Dante si volge con un appello ai suoi lettori per renderli edotti che la nave del suo ingegno sta per attraversare un mare inesplorato: coloro che, desiderosi di ascoltare il suo canto, dotati però solo di cultura adeguata alla prima parte del viaggio lo hanno fin qui seguito, non rischino di seguirlo oltre: si troverebbero, se lo perdessero di vista, incapaci di percorrere da soli il mondo che egli ora visita. Fino alla cima del monte bastava una cultura anche non eccezionale: ora il poeta si accinge a solcare un mare non percorso prima da alcuno e a questo alto compito è assistito dalla dea della sapienza, Minerva, e dal dio della poesia, Apollo: le Muse, protettrici della scienza e della tecnica artistica, lo guidino e lo assistano. I lettori, che fin da giovani si dedicarono allo studio della filosofia e della teologia che potrebbe dirsi il pane degli angeli, possono con lui spingersi lungo la via che conduce alla contemplazione della divinità. Terminato questo appello, che non vuole dividere i lettori tra superiori ed inferiori ma solo avvertire che il viaggio per il paradiso bisogna prepararsi con profondo distacco dagli interessi limitati della terra, il poeta inizia il racconto del suo volo attraverso i cieli, lungo la scia luminosa di Beatrice. La quale guarda in alto: guarda anche Dante e d’un tratto si trovano nel primo cielo, della Luna: questa appare come un nube luminosa, densa e compatta come un diamante colpito da un raggio di sole. Nella Luna un fatto attira l’attenzione del poeta: i « segni bui «, le macchie che si vedono da terra e che alcuni credono essere il fascio di spine che Caino è condannato a portare per sempre sulle spalle dopo l’uccisione di Abele. Ne chiede a Beatrice: è vero che esse derivano dalla maggiore o minore densità della materia dei corpi celesti? La risposta è negativa: se le macchie fossero in rapporto col raro e col denso, la luna avrebbe in certi punti minore spessore, dei buchi attraverso i quali in caso di eclisse trasparirebbe la luce del sole. La ragione vera è altrove. La vita del cosmo prende la sua spinta dal Primo Mobile, il quale riceve dall’Empireo le virtù, le disposizioni che poi comunica a tutti i corpi celesti. Il cielo successivo, detto cristallino, distribuisce i principi ricevuti dal Primo Mobile alle altre stelle che a loro volta li differenziano in rapporto alla loro diversa natura e alle loro finalità: queste stelle, sette in tutto, sono, dunque, come cinghie che trasmettono l’influenza dal cielo superiore a quello inferiore. Ma le influenze dei cieli sono mosse dalle Intelligenze angeliche che operano in congiunzione con la materia dei cieli. Da questa virtù, come capacità, tendenza mista deriva la diversa luminosità dei cieli. Qui è la ragione della oscurità, e della chiarità. In altre parole: la maggiore o minore luminosità corrisponde alla maggiore o minore letizia in cui si esprime la felicità delle intelligenze celesti: non si dimentichi che nel paradiso la letizia si esprime sempre come luce.

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Riassunto Canto XXX Purgatorio

Paradiso terrestre. Apparizione di Beatrice

Il canto prosegue la tematica del precedente: anche qui la scena centrale ha l’andamento di un rito ecclesiastico, di una liturgia che si celebra con grandiosità in una foresta che del tempio ha l’atmosfera solenne ed in parte anche l’architettura, anche se di proporzioni più ampie: infatti ha una volta che è il cielo, e colonne e pilastri che sono i fusti degli alberi che con le loro ombre invitano alla meraviglia e al raccoglimento. La processione si snoda davanti al sorpreso poeta: Matelda cede ora il posto di guida a Beatrice sulla quale come su protagonista si incentra tutto l’episodio. D’un tratto, obbedendo a un segnale espresso da un tuono, uno dei ventiquattro seniori — simbolo dei libri della Bibbia — intona un canto di invocazione alla sposa, perché venga presto: gli angeli intanto lanciano fiori sul carro, dove appare Beatrice vestita di bianco, verde e rosso: i colori delle virtù teologali. Dante che pur non ne ha ancora chiara coscienza intuisce che la donna velata è Beatrice, e avverte lo stesso sentimento di sgomento e di pienezza che gli era proprio quando in terra avvertiva la presenza dell’amata; smarrito si volge verso Virgilio per chiedergli aiuto: ma Virgilio, compiuta la sua missione, è scomparso. Solo il poeta piange: il suo è un pianto sommesso, un addio commosso a Virgilio, col quale aveva stabilito rapporti non solo intellettuali ma affettivi, come di figlio con padre dolcissimo. Ma il pianto esteriorizza il sentimento di dolore e di pentimento per un modo di vivere del tutto scorretto che ora l’incontro con Beatrice porta all’evidenza, anche perché quella vita di traviamento cominciò quando la sua donna morì. Allora aveva troppo fidato nella ragione, tutta fondata sul potere autonomo dell’uomo, e si era staccato da Beatrice, dalla verità rivelata; forse aveva, manifestato più di un dubbio sulle verità cristiane. Ed ora Beatrice torna a completare l’opera avviata da Virgilio di ristabilimento della verità e a ricondurlo a quell’esperienza di purezza dell’anima, di apertura verso l’assoluto, verso Dio, che si era in lui iniziata negli anni giovanili sotto la spinta determinante di Beatrice. La storia d’amore dei due giovani fiorentini diventa così la storia esemplare delle vie per le quali l’umanità si libera del peccato e riedifica il senso del divino: nata da un atto di amore, l’umanità si smarrisce dietro i fantasmi dei beni terreni, e dietro l’orgoglio e la presunzione suggerita dalla ragione si avvia verso una cultura e una civiltà destinate al fallimento. Così avvenne per il mondo classico: fu una civiltà nata da una società priva dell’apertura verso l’eterno e l’assoluto, ed ora vive chiusa all’interno di un castello e illuminata da una luce circondata da tenebre, nel limbo da cui emerge Virgilio; l’umanità trova invece se stessa quando si apre all’amore dell’Assoluto, di cui è esempio e tramite l’amore per una donna, che aiuta l’uomo a muovere dalla bellezza finita a quella infinita. Solo quando diviene cosciente, anche attraverso le esperienze spesso dolorose, della necessità di riaprire l’animo alla pace e alla limpidezza, (che pure fu offerta a suo modo dall’esperienza amorosa, quale è descritta nella Vita nuova), l’uomo Dante esce dal traviamento, accelera il processo di redenzione, varca il fiume e si ricongiunge attraverso la sua donna, a Dio, di cui la donna, Beatrice, è segno altissimo.

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Riassunto Canto XXIX Purgatorio

Paradiso terrestre. La processione simbolica

Conchiuso il suo discorso sulla presenza dell’acqua e del vento nell’Eden, Matelda, con l’atteggiamento felice come di donna innamorata, riprende il suo canto e intona il salmo « Beati coloro ai quali sono da Dio perdonati i peccati «; intanto, come le ninfe, delle quali la mitologia diceva che si aggiravano solitarie nelle ombrose selve, si muove in direzione contraria alla corrente del fiume, lungo la sponda; anche il poeta, sulla sponda opposta, si avvia misurando il passo su quello di lei. Dopo circa cinquanta passi, le rive del fiume piegano a sinistra: il poeta si trova volto ad oriente. Procedono sempre appaiati e staccati dal fiume per alcuni passi: d’un tratto Matelda richiama l’attenzione del poeta su un evento di straordinaria importanza: fratello, guarda ed ascolta. Una luce improvvisa e folgorante traversa in ogni parte la selva: ma non trascorre, vi insiste e splende sempre più. Intanto per l’aria, quasi correndo sulla linea di luce, si diffonde una dolce melodia. Tutto si fa sempre più bello e meraviglioso e tutto invita ad una meditazione amara: di quanta felicità si privò Eva col suo ardimento, allorché non volle restare entro il velo che limitava la sua conoscenza, e precipitò l’umanità nel peccato! Pur assorto e in atteggiamento di mistica contemplazione e soddisfazione di fronte a beni di così incalcolabile perfezione, il poeta continua a procedere: l’aria si fa ora rosseggiante per la presenza di un nuovo, più intenso splendore: la melodia genericamente dolce si fa più distinta e si precisa come un canto. Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano ed il poeta, avvertendo l’insufficienza dei suoi mezzi espressivi, invoca le Muse perché l’assistano: « O sacrosante vergini, egli dice, se qualche volta nella mia attività poetica per amor vostro ho sofferto fami e freddi o veglie, un nobile motivo mi induce a chiedere ora il vostro aiuto, a compenso di ciò che per voi ho patito. Ora è necessario che il monte Elicona, sede delle Muse, effonda per me le sue dolcezze poetiche, e che la musa Urania, che presiede alle cose celesti, mi aiuti a mettere in versi cose difficili anche solo a pensarvi ». Poco più oltre, ma per la distanza riesce difficile distinguere con precisione, al poeta sembra di vedere sette alberi d’oro; quando vi si è avvicinato, si accorge che sono candelabri luminosi: intorno si sente cantare “ osanna “. Stupito ed incapace di darsi da solo una ragione dello spettacolo, si volge a Virgilio il quale però è non meno stupito: il mondo che gli è davanti sfugge ai suoi poteri razionali. I candelabri si muovono con molta lentezza, pari al lento incedere della sposa novella nel corteo nuziale. Matelda che lo vede fisso solo ai candelabri lo invita a guardare anche a ciò che è dietro di loro. È una vera processione quella che, grave ed austera, si snoda davanti ai suoi occhi all’interno della foresta: in prima fila procedono alcune figure biancovestite, che seguono le luci dei candelabri. Per poter vedere meglio Dante si sposta e vede lasciate dai candelabri sette strisce luminose, tracciate, sembra, da pennelli su tele, coi colori dell’arcobaleno: così lunghe che non se ne vede il termine. Sotto il cielo reso luminoso dai candelabri procedono ventiquattro seniori (vecchi), a due a due, coronati di gigli: cantano un inno alla Vergine: benedetta tu fra le figlie di Adamo, e siano benedette per l’eternità le tue bellezze “! Trascorrono i ventiquattro vecchi ed ora lo spazio fiorito è occupato da quattro animali, coronati di verdi fronde; ognuno ha sei ali, piene di occhi. Tra i quattro s’avanza un carro trionfale, a due ruote, tirato da un grifone, le cui ali si levano tra le strisce luminose senza toccarle, e così in alto che gli occhi non ne possono vedere la parte terminale. La testa e le ali del grifone sono d’oro, le altre parti bianche e rosse. Il carro per bellezza supera tutti i carri più celebri della storia di Roma: quello su cui entrarono in città Scipione l’Africano, Augusto, ed anche quello del sole che secondo il mito fu guidato malamente da Fetonte, contro il quale dovette giustamente intervenire Giove ad evitare che il cielo bruciasse. A destra del carro danzano tre donne, una così rossa che a stento si potrebbe distinguere nel fuoco, una di colore verde, come fosse tutta di smeraldo, la terza, bianca come neve appena caduta. Sulla sinistra danzano quattro donne, con un abito del colore della porpora, guidate da una che ha tre occhi sulla testa. Dopo, sfilano due vecchi: il primo in abito di medico, l’altro con una spada lucida e aguzza in mano. Poi seguono quattro personaggi di nobile portamento; ultimo, un vecchio, solo, con gli occhi chiusi e una faccia arguta. A questo punto la processione, quasi obbedendo ad un ordine, si ferma davanti al poeta.

Il canto, che ha il suo centro narrativo nella processione, è costruito sull’allegoria: difatti nella sua sostanza è un’interpretazione simbolica della storia umana o meglio delle forze ideali che sovrintendono alle vicende della storia dell’uomo. Nel paradiso terrestre l’uomo non conobbe il male e fu innocente: poi, caduto nel peccato, poté ottenere aiuto solo dalla Chiesa fondata da Cristo. La Chiesa è nella processione il carro trionfale, preceduto da sette candelabri, simbolo dei sette doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio): di questi beni si illumina il cammino del cristianesimo, raccolto intorno alla Chiesa, punto di arrivo della storia dopo il peccato di Adamo. Di questo cammino sono preparazione i ventiquattro seniori, simbolo dei libri del Vecchio Testamento. Di Cristo sono diretti testimoni i quattro animali, simbolo dei quattro Vangeli (Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Il carro rappresenta la Chiesa: il grifone per metà aquila e per metà leone rappresenta Cristo che ha due nature: divina (aquila) e umana (leone). Ad indicare le virtù che danno forza e solidità alla Chiesa, intorno al carro danzano tre donne a destra (le virtù teologali: fede, speranza e carità), a sinistra altre quattro (prudenza, fortezza, giustizia e temperanza che si dicono virtù cardinali). Il ritmo di danza è regolato per le prime tre dalla carità, superiore perciò alle altre due: tra le virtù cardinali la superiorità è della prudenza, dotata di tre occhi, ad indicare che ricorda il passato, conosce il presente, prevede il futuro. Seguono i due vecchi: quello vestito da medico è san Luca, qui ricordato come autore degli Atti degli Apostoli: l’altro armato di spada è san Paolo : la spada ne simboleggia il carattere di soldato della fede. I vecchi di apparenza umile sono Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda, autori di Epistole presenti nel Nuovo Testamento. Il vecchio solo è San Giovanni, autore dell’Apocalisse. Ormai il senso generale dell’episodio è chiaro: la storia dell’uomo comincia nel paradiso terrestre: per il peccato gli uomini sono precipitati nell’errore e nella disperazione. L’opera di salvezza comincia attraverso il popolo ebraico, l’unico, tra i popoli, restato fedele al vero Dio: e culmina con la Redenzione e la fondazione della Chiesa. Come sul piano storico, anche sui piano personale la via è la stessa: si deve tornare a Cristo, alla verità rivelata, di cui nel poema è simbolo Beatrice. Ella apparirà fra poco, per accogliere il pellegrino e portarlo nel mondo della beatitudine perfetta ed eterna.

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