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22 giugno 2010

Generi Letterari e scrittori italiani del Duecento

    La letteratura italiana si sviluppa solo nel Duecento, in ritardo rispetto alle altre esperienze letterarie europee, per diversi motivi storici e culturali. Essa nasce contemporaneamente in regioni geografiche assai distanti e realizza ideali e spiritualità attraverso opere e Personaggi molto diversi tra loro; si caratterizza per una continua evoluzione ditemi e di generi, dei quali molti si innestano sul patrimonio culturale dei secoli precedenti. Il volgare si impone per opera della borghesia, impegnata nelle attività comunali, finanziarie e mercantili, e per l'impulso dato da notai e giudici, costretti dalla pratica professionale a usare la nuova lingua oltre al latino.

    Prosa

    La prosa in volgare nasce a Bologna e in Toscana; continua comunque anche la produzione di testi colti in latino e di sporadiche opere in francese, secondo una moda letteraria che sta declinando. Nell'età comunale hanno particolare diffusione le cronache, i resoconti di viaggio e la novellistica, generi destinati alla nuova società che, dopo lunghi secoli di analfabetismo o di tradizione culturale orale, si mostra avida di conoscenza. La narrativa e la trattatistica ricevono un notevole impulso dall'opera di Dante, con la Vita Nuova e il Convivio, offre un chiaro esempio di prosa illustre; subito dopo, Boccaccio testimonia col Decameron caratteristiche linguistiche di immediatezza e di espressività.

    Nel Medioevo spesso la narrazione storica attribuisce gli avvenimenti alla volontà provvidenziale di Dio, per cui le storie hanno il sapore di leggende, cioè di rielaborazioni fantasiose, oppure sono cronache, vicine all'esperienza diretta dei lettori. Queste ultime, assai numerose nell'età comunale, sono redatte in latino e in volgare ed evidenziano una particolare attenzione ai fatti contemporanei e alle vicende politiche interne delle singole città.

    A Milano rappresenta bene gli eventi e gli atteggiamenti della classe media Bonvesin da la Riva (1240 ca-1313 ca), frate laico dell'Ordine degli Umiliati e insegnante di latino. Nel 1288 compone un trattato e panegirico in latino, Le meraviglie di Milano, personale rappresentazione storica, economica e sociale della città, travagliata dalle lotte tra i Visconti e i Torriani, che insidiano la libertà comunale. Sempre in latino, ma con forti accenti padani, è la Cronica del francescano Salimbene de Adam, parmense, che registra con tono arguto gli avvenimenti e i personaggi dal 1221 al 1287.

    Dal sec. XII Firenze diventa un importante centro culturale e teatro di lotte politiche e sociali. Queste sono diffuse in opere storiografiche che cercano di superare il genere della cronaca cittadina per diventare documentazione di fatti reali, economici e politici che coinvolgono più città e ai quali spesso gli autori partecipano in prima persona. La Storia fiorentina è la prima in volgare ed è attribuita a Ricordano Malispini che rievoca le vicende della sua città dalle favolose origini fino al 1286; l'opera viene poi continuata da altri. E in tre libri la Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi di Dino Compagni (1255-1324) — guelfo fiorentino di parte bianca — che in uno stile concitato, violento e polemico, racconta le vicende della sua città dal 1280 all'impresa di Arrigo VII in Italia (1312). La sua Cronica dimostra interesse storico, morale e religioso; è l'opera di un educatore politico che indica ai fiorentini un alto modello di vita civile, ma l'autore non può narrare serenamente, perché gli avvenimenti storici hanno travolto la sua vita e distrutto i suoi ideali.

    Dodici sono i libri della Cronica di Giovanni Villani (morto durante la peste del 1348), anch'egli fiorentino, ma guelfo di parte nera. L'opera è notevole perché i fatti sono narrati e giudicati con imparzialità, ordine, esattezza e ricchezza di informazioni economiche, finanziarie, demografiche. Lo stile pacato e analitico è dovuto a una visione provvidenziale e finalistica della storia.

    La Cronica di Anonimo romano (che comprende la Vita di Cola de Rienzo) è redatta in volgare romanesco e narra le vicende tra il 1325 e il 1357. Lo stile è asciutto, gli avvenimenti sono descritti senza tensione morale, ma con comprensione per le azioni umane e con un'implicita condanna della corruzione degli ecclesiastici. Martino da Canale nella Cronaca dei veneziani (Croniques des Veniciens) narra in francese la storia della sua città dalle origini al 1275.

    Sono in volgare e hanno un fine pratico il Libro dei banchieri fiorentini (1211), il Fiore di retorica di Guidotto da Bologna, il Libro della composizione del mondo di Ristoro d'Arezzo. Guido Faba con la Gemma purpurea (1240) e i Parlamenti ed epistole presenta eleganti modelli di lettere e discorsi in volgare, accanto a esempi di retorica latina.

    Vicina alla lingua parlata è la prosa di alcuni romanzi di grande successo ispirati alla letteratura bretone: la Tavola Rotonda di un anonimo fiorentino della fine del Duecento e Il re Meliadus di Rustichello da Pisa, in lingua franco-veneta.

    In francese è composto il Milione del veneziano Marco Polo (1254-1324), il quale nel 1298 detta a Rustichello da Pisa, in un carcere genovese, un resoconto del suo viaggio e del soggiorno in Cina, durati ventiquattro anni. Gli usi e i costumi asiatici e la personalità del Gran Khan sono descritti in modo realistico, con gli occhi di un mercante che analizza dal proprio punto di vista, occidentale e cristiano, il mondo orientale, tanto lontano dalla cultura e dall' etica medievali. Novelle e racconti godono del favore del pubblico; il Libro dei sette savi e le Mille e una notte, traduzioni di testi orientali, ispirano l'anonimo autore del Novellino (che risale alla fine del Duecento). Questi elabora con cura stilistica e destina a un pubblico di 'cuori gentili e nobili', motti di spirito e brevi racconti, ambientati in un mondo fiabesco di azioni cortesi, di strani amori e di leggende. La grande diffusione della raccolta è testimoniata dalle numerose edizioni a stampa (sec. XVI).

    La tematica religiosa è ispirata da appassionato ardore; molti predicatori e mistici si impegnano in opere che tendono alla persuasione morale, oppure offrono meditazioni sulle miserie del mondo, sulle pene dell'inferno e sull'esaltazione del Paradiso. Sono in latino le Prediche per le domeniche e le festività di Sant'Antonio da Padova (1195-1231) che esprimono un fervore aspro, molto diverso dall'ascetismo francescano che invece è celebrato nei Fioretti di San Francesco. Quest'opera è il volgarizzamento di un testo latino duecentesco con proposte di esempi di evangelica povertà e visioni idealizzate dell'esistenza.

    Infine Santa Caterina da Siena (1347-80) si dedica all'assistenza ai poveri e ai lebbrosi, osserva serenamente la vita degli uomini, predica la pace tra gli Stati e in modo accorato sollecita il ritorno del Papato in Italia (infatti Gregorio XI nel 1377 lascerà Avignone). Il suo Epistolario è ricco di testimonianze: lettere indirizzate ai politici del tempo su riflessioni ascetiche e richiami spirituali, in uno stile talora elevato, talora colloquiale. Conclude la sua esistenza terrena con l'opera mistica Dialogo della divina Provvidenza (1378).

    Poesia

    Il Duecento presenta una grande fioritura di composizioni poetiche che risentono dell'atmosfera culturale provenzale: attraverso l'opera dei trovatori e dei giullari le letterature in lingua d'oc e d'oil diventano modello per i temi e gli schemi metrici e formali; nella nostra produzione si abbandona l'accompagnamento musicale, a esclusivo vantaggio della parola. La poesia italiana è caratterizzata da una grande vivacità di contenuti e forme: l'amor cortese e la vita popolare ricorrono in numerose composizioni; in Umbria una profonda spiritualità è espressa nel Cantico di San Francesco; in Sicilia Giacomo da Lentini elabora il sonetto per raffinate liriche; a Bologna e in Toscana si pongono le basi dello Stilnovo, in cui Dante troverà ispirazione.

    San Francesco (1181-1226) figlio di un ricco mercante, vive una giovinezza allegra in un ambiente sfarzoso, fino alla crisi spirituale. Nel 1206 rinuncia ai beni paterni di fronte al vescovo d'Assisi e si dedica alla cura dei lebbrosi; il suo esempio è imitato da numerosi seguaci e organizza secondo una Regola approvata da Innocenzo III nel 1210. Due anni dopo è istituito l'Ordine francescano femminile delle Clarisse e Francesco riceve in dono il monte della Verna che diviene luogo di eremitaggio. Hanno inizio quindi le sue missioni religiose in Europa e in Africa; nel 1219 è in Siria e Terra Santa, dove incontra il sultano. Tutta la vita è improntata alla presenza concreta del Vangelo (sua è l'invenzione del presepio) e alla scelta della povertà vissuta come condizione naturale. Nel 1224 riceve le stimmate e poco prima della morte compone in volgare umbro il Cantico delle creature (o Lauda o Laudes creaturarum

    o Cantico di Frate Sole), preghiera in prosa ritmica, che presenta una serie di versi di lunghezza variabile e collegati da assonanze. La Lauda ha un alto significato ideale e l'ardore che la anima è mistico: l'uomo diventa umile, si sente unito a tutte le creature e si confonde con la natura, lasciando ogni orgoglio e innalzando a Dio un cantico d'amore. La Terra, disprezzata e fuggita dagli asceti medievali, è per Francesco il dono di Dio all'uomo; il Creato è la Sua orma ed è guardato dal Santo con gratitudine e stupore giocondo.

    Il genere della lauda (componimento poetico in volgare di argomento religioso, sorto in Umbria nel Duecento) è assai diffuso nel sec. XIII. Tra gli autori emerge Jacopo de' Benedetti, detto fra' Jacopone da Todi (1230-1306), notaio, che in seguito a una crisi spirituale lascia la professione. Dopo aver trascorso dieci anni di penitenza, umiliandosi e vagando come mendicante, entra nel 1278 nell'Ordine francescano ed è vicino al gruppo più intransigente degli Spirituali. Jacopone svolge una dura polemica contro la corruzione della Chiesa e si oppone all'elezione di Bonifacio VIII che lo scomunica e lo fa imprigionare. Riottiene la libertà e la revoca della scomunica solo tre anni prima della morte da papa Benedetto XI. Gli viene attribuito l'inno sacro latino Stabat mater e un centinaio di laude in cui, maledicendo con violenza i vizi umani ed elogiando le virtù ascetiche, fa emergere il suo temperamento estremista. In O iubelo del core esalta l'amore mistico; Omo, mittete a pensare è una sarcastica visione del mondo; Donna de Paradiso è un dialogo drammatico in cui è rievocata la crocifissione di Gesù e il dolore struggente della Madonna.

    Numerosi Laudari (raccolte di laude) sono di autori sconosciuti e testimoniano la fede e la devozione popolari. Molte composizioni sono dialogate come piccoli drammi (laude drammatiche) e recitate nelle ricorrenze cristiane; costituiscono le forme embrionali del teatro religioso, dalle quali deriveranno le sacre rappresentazioni.

    La poesia d'arte italiana si sviluppa intorno al 1230 in Sicilia, presso la corte — Magna Curia — di Federico a di Svevia che qui realizza la Scuola siciliana, un centro di cultura frequentato da intellettuali cristiani, ebrei e musulmani. In questo ambiente signorile e raffinato si adotta il volgare per rielaborare i temi della poesia provenzale, della quale si ripetono motivi e immagini escludendo però i riferimenti alla società e alla cronaca. La donna, oggetto di devozione cavalleresca, è descritta come un essere superiore, distaccato e perfetto, al quale il poeta si inchina con atteggiamento umile. I poeti della Scuola siciliana (tra cui lo stesso sovrano, nobili, burocrati e funzionari colti) sono lontani dalla genuina ispirazione dei trovatori provenzali, ma le loro composizioni testimoniano l'impegno a produrre liriche elaborate nei temi e nelle forme. La lingua poetica utilizzata è il volgare siciliano illustre, che riprende il lessico latino e le forme provenzali: il tentativo di creare una lingua letteraria e di cultura, pur mantenendo elementi dialettali. Tuttavia i testi si diffonderanno non nella forma originale, ma in copie toscanizzate.

    Jacopo da Lentini, notaio di corte (di cui si hanno documenti nel 1233-40), è il caposcuola della lirica d'arte. Sperimentatore del sonetto, è un poeta raffinato e ricercato nel descrivere la figura femminile, che appare bionda, dall'incarnato chiaro e dallo sguardo luminoso, ma distaccata e lontana dall'amore, come nella canzonetta Meravigliosamente.

    Pier della Vigna (1190 ca- 1249), notaio e segretario di Federico II, celebrato da Dante nel canto XIII dell'inferno, compone in volgare le poesie amorose, ma in latino scrive lettere stilisticamente raffinate. Rinaldo d'Aquino nella canzonetta Già mai non mi conforto esprime il dolore di una fanciulla per la partenza dell'uomo amato al seguito della crociata. Intensa è l'attività letteraria tra il 1243 e il 1280 del giudice messinese Guido delle Colonne, autore della lirica amorosa Gioiosamente io canto e di canzoni di impegno dottrinale.

    Stefano Protonotaro lascia Pir meu cori alligrari l'unica canzone conservata integralmente nell'originale siciliano, senza alcuna alterazione dovuta ai copisti toscani. Le forme e i temi siciliani vengono continuati e arricchiti in Emilia e Toscana, nei modi tipici del realistico linguaggio quotidiano.

    Guittone d'Arezzo (1235-94) è un guelfo impegnato nell'attività politica; quando il suo partito viene sconfitto, entra nell'Ordine dei Cavalieri di Santa Maria e si dedica alla letteratura. La produzione poetica segue le fasi della sua vita: una parte delle Rime è costituita da composizioni d'amore ispirate ai temi provenzali e siciliani, elaborate prima della conversione; dopo la sconfitta di Montaperti si dedica ad argomentazioni politiche, morali e religiose, nelle quali, innalzandosi a giudice, inveisce contro la corruzione e la decadenza della società.

    Appare nella seconda parte del Duecento la manifestazione più alta e matura della lirica: il dolce stilnovo, così definito da Dante nel canto XXIV del Purgatorio. Il termine Stilnovo indica un modo esclusivamente spirituale di intendere l'amore e un nuovo canone stilistico e artistico. L'espressione dantesca dolce definisce una lirica che raffigura l'amore spiritualizzato e interiorizzato attraverso uno stile terso e musicale, in contrapposizione allo stile aspro e sottile della poesia didattica e dottrinale.

    Di questa raffinata scuola poetica sono profondamente innovativi il concetto di amore, la rappresentazione della donna, la poetica e lo stile; tutti elementi che, pur ereditati dalla lirica cortese, vengono rielaborati con una più accentuata spiritualizzazione. Si dissolvono infatti gli aspetti materiali dell'amore, il quale diventa lo strumento di elevazione verso Dio (salvo che per Cavalcanti): l'uomo è coinvolto in un continuo processo teso al raggiungimento della perfezione morale. L'uomo innamorato è illuminato dalla donna, nella quale risplende l'intelligenza di Dio. La bellezza femminile è la rivelazione esteriore di profonde virtù, è la bellezza dell'anima che si manifesta nello sguardo; la donna-angelo perde quindi le connotazioni fisiche e sensuali, il suo saluto è un dono d'amore e un conforto. Questa bellezza spirituale è compresa dai 'cuori gentili', i soli che possono intendere la nobiltà e la spiritualità dei sentimenti. Per gli stilnovisti infatti la nobiltà è una virtù morale individuale e non indica una condizione sociale di nascita privilegiata e vissuta con orgogliosa superiorità.

    L'iniziatore dello Stilnovo è Guido Guinizelli (1240 ca-76), bolognese, giurista, impegnato politicamente nella fazione ghibellina e morto in esilio. La canzone Al cor gentil rempaira sempre amore è considerata il manifesto della nuova poetica nella quale si celebrano la donna-angelo e la nobiltà (identificata nella gentilezza); oltre a questi valori il poeta descrive gli effetti del saluto dell'amata nel sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare.

    Il nuovo stile passa ben presto da Bologna a Firenze, dove si costituisce un piccolo cenacolo di autori i cui maggiori esponenti sono Dante, nei suoi anni giovanili, i suoi amici Cavalcanti e Lapo Gianni.

    Guido Cavalcanti (1260ca-1300) è nobile, di cultura raffinata; impegnato tra i Guelfi bianchi e politicamente intollerante, pur essendo amico di Dante viene da lui esiliato nel 1300, allo scopo di favorire la pace politica. Il dolore per la lontananza dagli affetti è descritto nella ballata Perch'i' no spero di tornar giammai. Nelle sue poesie l'amore è non solo mezzo di elevazione, ma anche forza tragica che sconvolge la vita dell'uomo. Il tema della canzone Donna me prega è difficile: la donna ha una forza magica che costringe l'uomo a 'servire'; la passione è violenta e irrazionale, per cui il poeta rimane 'dubbioso' e 'distrutto' dall'esperienza amorosa.

    L'intensa attività lirica di questi secoli non si limita a esprimere temi spirituali, ma si accosta anche alla realtà cogliendo gli aspetti popolari, volgari e burleschi della quotidianità plebea. La poesia comico-realistica in volgare continua la tradizione che risale ai giullari, ai clerici vagantes, alle composizioni latine della goliardia universitaria.

    Rustico Filippi, morto alla fine del sec. XIII, è tra gli iniziatori del genere scherzoso, testimoniato da sessanta sonetti amorosi o burleschi: allo stile indignato e sarcastico accosta momenti di umanità e di malinconia.

    Cecco Angiolieri, nato nel 1260 in una nobile famiglia di banchieri senesi, conduce una vita dissipata e irrequieta, narrata in una novella del Boccaccio (Decameron IX, 4). La realtà della sua vita quotidiana è presente nei sonetti, nei quali, con grande abilità stilistica, selezionai temi dello Stilnovo e della lirica amorosa parodiandoli e dissacrandoli: in Becchin' amor! Che vuo', falso tradito? alla donna-angelo contrappone la volgare figlia di un cuoiaio. In Tre cose solamente m 'enno in grado esalta la donna sensuale, taverna, il gioco. Al padre e alla madre, accusati di essere avari e di condurre una vita morigerata e cristiana, sono indirizzate invettive ciniche e apocalittiche in S'i' fosse foco, arderei 'i mondo.

    Folgére da San Gimignano intorno al 1309 compone Corona dei mesi, una serie di sonetti nei quali invita una lieta brigata di nobili cortesi a divertimenti e piaceri appropriati a ciascun mese dell'anno.

    Il genere realistico è rappresentato in Sicilia nel sec. XIII da Cielo d'Alcamo che nel contrasto (componimento in forma di dialogo) Rosa fresca aulentissima descrive il dialogo tra un cavaliere e una donna che dapprima si oppone, ma con poca convinzione, poi cede alle proposte amorose dell'intraprendente corteggiatore.

    Letteratura didattico-allegorica

    In Toscana si sviluppa anche la letteratura didattico-allegorica, che tratta in volgare temi morali e religiosi, immaginari viaggi nell'Aldilà e visioni mistiche. In questo genere è evidente l'influsso della cultura francese, soprattutto del Romanzo della Rosa che costituisce un riferimento importante anche per la Divina Commedia di Dante. A quest'ultimo viene anche attribuito il Fiore, una collana di sonetti che rielabora liberamente il Romanzo della Rosa. Contemporaneo è l'Intelligenza, poema allegorico anonimo in cui è descritto un meraviglioso palazzo orientale (allegoria del corpo umano) governato da una bellissima Madonna: l'Intelligenza.

    Il principale erudito toscano è Brunetto Latini (1220 ca-94), notaio, guelfo, impegnato nella vita politica fiorentina, che Dante rievoca nel canto XV dell'Inferno. Latini, maestro di Dante ('cara e buona immagine paterna') è un uomo di vastissima cultura che insegna 'come l'uom s'etterna' attraverso le opere. Dopo la sconfitta di Montaperti (1260) si stabilisce in Francia e compone in lingua d'oiI il Trésor, un'enciclopedia in prosa d'astronomia, geografia, filosofia morale, retorica, politica ed economia. La materia del testo è poi ridotta in un poema allegorico in volgare toscano, conosciuto come Tesoretto, al quale segue il poemetto Favolello, consigli pratici e precetti morali in forma di epistola sull'amicizia.

    Bibliografia

    • I poeti del Duecento. Ricciardi, Milano-Napoli, 1960.

    • Poesia dell'arte cortese, Accademia, Milano, 1961.

    • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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    21 giugno 2010

    Il dibattito teologico dopo San Francesco

      Per Francesco le cose sono già il segno della perfezione divina, la rivelano inevitabilmente, e dunque la condizione dell'uomo non è misera se attraverso la realtà può risalire a Dio, contemplarne la gloria e salvarsi. Questa visione francescana era profondamente diversa da quella della Chiesa contemporanea, perché considerava positivi i valori dell'umiltà, del perdono, della povertà, della forza d'animo e della sopportazione, fattori tutti che apparivano grandemente in contrasto con l'ordinamento ecclesiastico del tempo, che promuoveva, sotto ogni aspetto, l'accesso alle cariche temporali e persino l'istruzione superiore dei frati, laddove l'ordine francescano predicava la semplicità e il misticismo.

      La scissione dell'ordine francescano

      La Chiesa vide del resto un certo pericolo nel movimento francescano, specie allorché si manifestarono, dopo la scomparsa del santo, due forti tendenze all'interno dell'ordine: quella dei frati conventuali, propensi ad attenuare la regola della povertà e quella degli spirituali, fedeli rigidamente alla regola, fino a propugnare la disobbedienza all'autorità ecclesiastica. L'evoluzione del movimento fu anche segnata dal sorgere di una ricca letteratura agiografica intorno alla vita di San Francesco, fatta di biografie, di racconti e di vario materiale che tendevano a mettere in evidenza, attraverso le scrupolose annotazioni dei fatti e degli episodi della vita del santo, le novità da lui introdotte e la singolarità del suo apostolato.

      La Legenda

      Fu elaborata da Tommaso da Celano (1190-1260), una Legenda, cioè una raccolta di storie, destinate ad essere lette in chiesa, dalle quali emerge il ritratto umile e profetico di San Francesco nonché i suoi insegnamenti della povertà, della compassione, della perfetta letizia. Il personaggio venne in parte mitizzato, avvicinato spesso a Cristo, per analogia di costumi, anzi quasi presentato come l'alter Cristus. Tommaso da Celano fu autore inoltre del famoso inno liturgico del Diesirae.

      Bonaventura da Bagnoregio e la sua teoria

      La Legenda passò poi nelle mani di Bonaventura da Bagnoregio (1217 ca.-1274), divenuto generale dell'Ordine, per essere emendata di tutti i particolari che potessero alterare la fisionomia e il nuovo assetto dell'Ordine stesso. Essendo Bonventura un grande teologo, riportò l'interpretazione del francescanesimo entro i termini di un misticismo che poteva essere compreso seguendo le direzioni del platonismo e dell'agostinismo, mentre la preghiera e la contemplazione diventavano il mezzo per arrivare a Dio, per compiere cioè quell'Itinerarium mentis in Deum, che dava il titolo all'opera dello stesso Bonaventura. L'elevazione mistica dell'anima, indicata da San Francesco, divenne la meta nuova da raggiungere, in un'ottica che trascendeva le vie finora perseguite dalla Chiesa e realizzava veramente un progetto teocentrico, nel senso più alto e finalistico. Proprio dagli ordini francescano e domenicano venne affrontato il compito di rifondare il pensiero cristiano, che si era allontanato dal Vangelo, per attraversare, un po' troppo da vicino, il terreno della temporalità. La teoria mistica di Bonaventura infatti, basata sul platonismo, si opponeva all'aristotelismo e al razionalismo, tentando anche di arginare la dottrina ascetica ed escatologica di Gioacchino da Fiore che mirava all'avvento di una Chiesa rinnovata, quasi in modo apocalittico, che certo non era quello che Francesco aveva sognato. Di quest'ultima tendenza erano i francescani spirituali, che con una rigida e alterata applicazione del messaggio francescano, puntavano ad una totale riforma, criticando l'evoluzione organizzativa della comunità, nonché lo sfarzo della curia pontificia, così lontana dalla povertà evangelica.

      Celestino V

      Gli spirituali credettero di poter finalmente affermare i loro ideali quando sul soglio pontificio venne innalzato Pietro da Morrone, un eremita, col nome di Celestino V; ma l'umile Papa non resistette alla pressione delle famiglie clericali più potenti di Roma, come quella dei Caetani, da cui provenne quel Benedetto Caetani, che, quando Celestino V rinunciò al papato, salì al suo posto col nome di Bonifacio VIII. Fu partita persa per gli spirituali, che videro riaffermarsi il potere ecclesiastico, col rinsaldarsi dei rapporti fra la Chiesa e la borghesia; tentarono allora di convocare un concilio nel 1297, alleandosi ai Colonna, ma la loro lotta fu definitivamente sconfitta a Palestrina.

      Il dibattito teologico

      In ogni caso l'opera degli spirituali, come quella dei domenicani, valse almeno a far riaprire il dibattito teologico nelle Università italiane, istituendo una vera e propria scienza, che si sforzò di opporsi al pericolo sorgente dell'averroismo, cioè all'interpretazione che il filosofo arabo Averroè stava dando di Aristotele, diffondendola in Occidente.

      Bibliografia

      • Religiosità e società medievale. Giullari, eretici, mistici. Principato, Milano, 1979

      • Scrittori religiosi del Trecento, Sansoni, Firenze, 1974.

      • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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      La cultura religiosa ufficiale e il rinnovamento di San Francesco

        I movimenti ereticali favorirono indubbiamente la formazione di un più ampio pubblico nei confronti della cultura religiosa, interessato a leggere i testi sacri e interpretare le scritture, divulgandole anche in volgare, per entrare nel vivo del dibattito polemico. La Chiesa comprese l'importanza e il pericolo di tutto ciò e fu molto attenta a controllare i nuovi ordini religiosi nascenti, per non ritrovarseli contro.

        La concezione teocratica

        Si propagarono, in quest'ottica, numerosi volgarizzamenti di un'opera che alla fine del secolo XII rappresentava e racchiudeva tutta l'ideologia cristiana: il De miseria humanae conditionis di Giovanni Lotario, divenuto papa col nome di Innocenzo III, il famoso teorico della concezione teocratica del potere della Chiesa. In questo libro il Pontefice aveva affermato il disprezzo del mondo e delle cose terrene, descrivendo come spregevole e assai meschina la condizione dell'uomo, condannato alla morte e ad eterne pene nell'aldilà, se non provvedeva, durante la vita, a pentirsi e salvarsi.

        A questa opera faceva riscontro un'altra, non meno forte e drammatica nel tono, il libro sulla «dottrina escatologica», scritto dal monaco calabrese Gioacchino da Fiore (1145-1202 o 1205), nel quale si annunziava un terzo tempo di rinnovamento e redenzione per l'umanità, dopo quello della creazione e della crocefissione, il tempo dello Spirito Santo. La foga della predicazione di Gioacchino da Fiore, che si serviva persino della profezia minacciosa del castigo, per arrivare a convincere alla penitenza e alla conversione dal peccato, non rappresentò un episodio isolato, perché rapidamente si moltiplicarono i predicatori contro gli eretici, esercitando una notevole influenza soprattutto sulla classe borghese, che era maggiormente disposta e incline alla ribellione contro la gerarchia ecclesiastica.

        Gli Ordini dei Predicatori e dei Minori

        Sorsero, infatti, nel XIII secolo, l'ordine dei Predicatori, fondato da San Domenico e quello dei Minori, fondato da San Francesco, che, a poco a poco, riuscirono a riavvicinare la borghesia alla Chiesa, anzi contribuirono a far partecipare i città borghesi all'opera dell'insegnamento e del magistero ecclesiastico, che fino ad allora era stata monopolio del clero. La Chiesa d'altra parte appoggiò i ceti mercantili e la borghesia perché si rese conto di quanto le fosse necessaria quella alleanza per rafforzare il suo potere, offrendo in cambio la garanzia di protezione nei traffici e nei commerci che sempre più si allargavano verso l'Europa. Il sostegno reciproco, Chiesa-borghesia, consentì, per esempio, che fosse facilitata l'impresa angioina nell'Italia meridionale, ai danni della monarchia sveva, nonché una maggiore accettazione della dottrina ufficiale ecclesiastica che, quietatesi le eresie e passata la tempesta, fu delegata di nuovo ai chierici, ritenuti i soli idonei a riflettere sulle somme verità e sulle questioni teologiche. La religione stessa assunse una fisionomia molto più interiore e mistica, come salute dell'anima, guida spirituale, capace di dare consigli, nelle avversità dell'esistenza, di consolare nel dolore e di far superare gli ostacoli. Ciò spiega il sorgere di tanta letteratura di devozione in volgare, nei secoli XII e XIII, che sul modello della produzione classica di trattatistica morale, si diffonde in forma di predicazioni, vite dei santi, poesie e liriche. Nell'ambito ditali opere religiose, un posto unico e singolare tiene il Cantico delle creature di San Francesco, che si può considerare il primo componimento poetico in volgare, per la nostra letteratura, così come il rinnovamento attuato dal « poverello d'Assisi » fu grandioso e senza precedenti, nell'ambito della cristianità e del cattolicesimo.

        Francesco d'Assisi

        Francesco nacque ad Assisi nel 1181 (o 1882); ricevette un'educazione prevalentemente letteraria e dalla madre apprese il francese. In un primo tempo sembrò incline alla carriera delle armi e partecipò, infatti, ad una guerra contro Perugia, durante la quale fu preso prigioniero. Questa esperienza e la grave malattia che seguì, portandolo quasi in fin di vita, fecero maturare nel giovane una profonda crisi religiosa, che lo indusse a rivedere tutta la sua precedente vita per modificarla completamente. Il mondo gli apparve in modo nuovo, non più come luogo dove godere o soffrire, ma come creazione di Dio, in cui era dato all'uomo di abitare, per scoprire e contemplare ogni giorno la magnificenza del Signore in tutte le cose e le creature. Spogliatosi dei suoi beni, davanti al padre, in piazza, alla presenza di un vasto pubblico, inclusi i maggiori dignitari di Assisi, Francesco fece voto di povertà e di castità, iniziando la sua predicazione del Vangelo, con una continua testimonianza di amore e di rinuncia ai valori materiali. In poco tempo, spontaneamente gli si unirono molti seguaci, che osservarono la regola da lui istituita, facendosi frati e ubbidendo amorevolmente. Nel 1210 fu dettata la Regola, che venne esposta a papa Innocenzo III da Francesco in persona e che, nel 1223, venne definitivamente approvata da Onorio III; essa imponeva il rigoroso rispetto del Vangelo e il rifiuto totale delle ricchezze. L'ordine di Francesco fu quello di osservare la regola e di amare la povertà, che giustamente Dante definì "la donna sua più cara" (Paradiso, XI, 113), tutto il suo insegnamento, come la sua vita, furono improntati all'idea e alla pratica della povertà: lo stesso esordio dell'ordine dei frati, detti minori, quasi per abbassare e mortificare ancor più la loro funzione, rappresentò un messaggio ed una scelta ben precisa. Francesco aveva infatti stabilito di recarsi tra i lebbrosi, come prima meta volle significare la decisione di privilegiare gli emarginati e i deboli, come destinatari e beneficiari della parola di Dio.

        Il linguaggio delle prediche e la lauda

        Novità fu anche nel linguaggio delle prediche, assai distanti da quelle retoriche e dotte che di solito gli ecclesiastici tenevano; il parlare fu all'insegna della semplicità, della purezza e della familiarità, affinché tutti, specialmente gli umili e il popolo, potessero capire. La perfetta letizia ispirò il poverello di Assisi, menestrello del Signore, nel vero senso del termine, perché non cessò mai, fino al momento di morire, di cantare le lodi dell'Altissimo. Proprio due anni prima della morte avvenuta nel 1226, egli dettò le Laudes creaturarum, inno meglio noto come Cantico di Frate Sole o delle Creature, inno colmo dell'amore di Francesco per il Signore e per le cose del creato, manifesto della sua accettazione di tutti gli aspetti della vita, persino della morte, chiamata "sorella". La laude è anche il primo autentico componimento poetico in volgare della nostra letteratura, e documenta non soltanto un pregevole esempio di stile colorito e immaginoso, in cui la figuralità è la forma propria della poesia, ma anche l'uso di alcuni stilemi tipici, direttamente collegati alla provincialità umbra e alla cultura del tempo, come il famoso «per», che ritorna nel cantico, con duplice valore di causa e di mezzo, sì da far pensare al «par» francese.

        Simbolismo e misticismo si fondono nella poesia in un diffuso senso di meraviglia per la grandezza e la bontà divina, espresso con intensa umiltà, quasi a capovolgere la comune concezione del disprezzo del mondo, come necessario per raggiungere la perfezione.

        Bibliografia

        • Religiosità e società medievale. Giullari, eretici, mistici. Principato, Milano, 1979

        • Scrittori religiosi del Trecento, Sansoni, Firenze, 1974.

        • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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        La poesia religiosa nel Medioevo

        La visione ottimistica di San Francesco d'Assisi

        Francesco nasce ad Assisi nel 1181. Figlio di un ricco mercante, conduce una vita agiata e mondana, partecipando anche ad imprese militari, fino alla pro. fonda crisi spirituale del 1206 che Io induce a rinunciare pubblicamente ai beni paterni (e più in generate a quelli terreni) dinanzi al vescovo d'Assisi. Dopo un periodo di eremitaggio, Francesco si dedica alta cura dei lebbrosi e quindi, insieme ai seguaci che si sono raccolti e vivono con lui in povertà secondo l'insegnamento di Cristo nella "fraternità di penitenti di Assisi" (in seguito "frati minori"), comincia a predicare il Vangelo nelle campagne umbra.

          Nel 1210 papa Innocenzo III approva oralmente la Prima regola francescana; nel 1212 vengono istituite le suore Clarisse, volute da Chiara, sorella spirituale di Francesco, e l'ordine laico dei terziari". La rapida e clamorosa espansione del movimento francescano anche Oltralpe causa contrasti tra i confratelli, che si dividono nelle fazioni degli Spirituali (strenuamente legati allo spirito e alla lettera della Regola) e del Conventuali (i quali, date le nuove dimensioni e gli accresciuti compiti dell'ordine, vogliono limitare il voto di povertà). Nel tentativo di ricomporre i dissidi interni Francesco stila una Seconda regola, che viene approvata in forma scritta nel 1223 da papa Onorio III.

          Dalle sedi del movimento dei francescani (Rivotorto prima e Porziuncola in seguito) partono nel frattempo numerose missioni di evangelizzazione verso i paesi europei, l'Africa e l'Oriente. Vi partecipa spesso anche Francesco, che nel 1219 si reca in Siria e in Terrasanta.

          Le sue condizioni di salute peggiorano con li passare degli anni: quasi completamente cieco, nel 1224, anno in cui forse compone il Cantico di Frate Sole, dopo un romitaggio sul monte della Verna riceve le stimmate. Francesco muore nel convento della Porziuncola il 3 ottobre 1226. Due anni più tardi, papa Gregorio IX Io proclama santo.

          Noto anche come Cantico delle creature o Lauda delle creature (Laudes creaturarum é Il titolo del più antico codice, della metà del XIII secolo, che conserva la composizione), il Cantico, secondo un'antica tradizione, risale al 1224, frangente in cui Francesco ha ormai quasi del tutto perduto la vista. Ispirata ai Salmi (94, 148-150, Cantico dei tre fanciulli di Daniele) e modulata in canto gregoriano (Francesco compone anche la musica delle sue Laude), questa poesia-preghiera in lode al Signore conta 33 versi privi di rima e senza un metro preciso (al pari dei versetti biblici) ma ricchi di musicalità e di un ritmo che, improntato ai dettami retorici del cursus (che regola l'alternanza di sillabe toniche e atone), esalta il senso religioso delle creature cantate, significatione della presenza divina.

          Percorso da un senso dì fratellanza tra le sue creature che si riconoscono in quanto create dalla stessa mano divina, il Cantico si presenta come un testo in volgare umbro caratterizzato da estrema spontaneità e semplicità, che sembra richiamarsi alla tradizione cristiana del sermo humilis. La lode di Francesco ai segni viventi del Signore inizia con un ringraziamento per "fratello Sole", per la luna e le stelle, il cielo e il vento, "sora nostra madre terra', l'acqua, il fuoco, nostra sorella morte corporale e si conclude con i versi: "laudate e benedicete mi' Signore e rengratiate et serviteli cum grande humitate".

          La visione pessimistica di Iacopone da Todi

          La produzione poetica di lacopone da Todi, altro compositore religioso umbro di cantici e laude del periodo basso medievale, è testimoniata da numerose Laude: 92 sono quelle a lui ascrivibill con certezza, isolate all'interno delle raccolte di laude, eseguite in ambiente francescano e tramandateci dalla tradizione manoscritta. Si tratta di testi tutti posteriori alla sua conversione; tuttavia non è possibile stabilirne l'ordine cronologico e neppure, a parte rari casi, la data di composizione. Autentica novità del laudano iacoponiano è la sua complessa religiosità, intrisa di una forte tensione mistica che si impernia nel rapimento estatico e nell'annullamento dell'individuo nell'amore di Dio. Un motivo fortemente sentito e cantato da lacopone è l'amore divino e gli effetti che l'esperienza mistica produce nell'uomo, quali il balbettio, le grida incontrollabili e l'insensibilità al mondo esteriore, tutti segni interpretabili come episodi di follia.

          Temi cari a lacopone sono la vanità del mondo, la necessità della penitenza e dell'umiltà, la lode appassionata della povertà; quest'ultimo motivo è affrontato nella laude Povertat'ennamorata: l'elenco proposto di luoghi e di cose esprime il concetto che la povertà ennamorata, cioè ardente di amore per Dio, equivale al possesso di tutte le cose.

          Altro tema ricorrente nel laudiario di lacopone è quello della santa pazzia, ritenuta scuola di vera sapienza e contrapposta alla ragione e alla cultura universitaria, ritenute vane e fini a se stesse. Questo motivo è presente nel componimento Senno me par e cortisia.

          La lauda più nota del repertorio di lacopone è Donna de Paradiso, il testo che rievoca in forma dialogata alcuni momenti della passione di Cristo. Il componimento, conosciuto anche con il titolo Pianto della Madonna, in quanto centrale è la figura della Vergine e del suo strazio materno di fronte alla passione del Figlio, costituisce l'esempio più antico a noi noto di lauda drammatica: protagonisti sono Maria, un messaggero, Gesù, la folla e San Giovanni evangelista.

          All'ardente spiritualità compositiva di lacopone viene attribuita anche la sequenza liturgica nota come Stabat mater. Si tratta di uno dei più noti testi latini del Duecento, costituito da dieci sestine in versi brevi (otto e sei sillabe), occupate in parte dalla descrizione della figura della Vergine che assiste alla crocifissione del figlio annientata dal dolore e in parte all'accorata partecipazione del poeta al tragico evento.

          La teologia di lacopone è una teologia negativa: Dio è inconoscibile e ineffabile. Ma mentre in altri mistici prevale l'estasi gioiosa, in lacopone domina l'inesausta sete di divino, lo smarrimento per il silenzio di Dio, la luna autodistruttiva e la violenza senza pace. La poesia è quindi dramma e disperazione.

          Notevole è l'energia espressiva che trabocca da ogni composizione di lacopone, ottenuta dal ritmo martellante, dall'insistenza di immagini e parole, dalla scelta del dialetto umbro, concreto e corposo nel lessico, dalla sintassi frantumata ed ellittica. lacopone non ignora la tecnica poetica e gli artifici retorici, le espressioni colte e le forme latineggianti accostate alle parole d'origine popolare.

          La poesia semplice e appassionata di lacopone presenta una notevole modernità di temi e di stile. Le laude lacoponiche sono state stampate per la prima volta nel 1490 a Firenze, proprio nell'anno e nella città in cui Gerolamo Savonarola tenta di ribellarsi alla civiltà signorile Laica in nome della religiosità medievale.

          Bibliografia

          • Religiosità e società medievale. Giullari, eretici, mistici. Principato, Milano, 1979

          • Scrittori religiosi del Trecento, Sansoni, Firenze, 1974.

          • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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          16 giugno 2010

          La Patristica e la Scolastica

          Il pensiero filosofico del Medioevo si formò essenzialmente sui principi della dottrina cristiana, avviandosi e articolandosi in due fondamentali direzioni: come riflessione critica e quindi come programma teorico e come riflessione morale, cioè come programma di autentico rinnovamento etico da operare nella società e all'interno dell'uomo. Due furono comunque le principali correnti filosofiche: la Patristica e la Scolastica.

          La Patristica si sviluppò come pensiero dei « Padri della Chiesa», che rivolsero la loro meditazione non solo alla filosofia antica dei pensatori greci, ma alla definizione dei grandi dogmi della Chiesa da fissare e stabilire per sempre. Vi furono molte e varie scuole, nell'ambito della Patristica, e specialmente vanno distinte le linee seguite dai Padri della Chiesa occidentale, che si richiamarono a Platone, tanto da poter parlare di un neoplatonismo, da quelle seguite dai Padri della Chiesa orientale, per esempio della scuola di Alessandria, che si sforzò di opporre la «gnosi cristiana» a quella eretica, ponendosi al servizio della fede. Ma spicca nel pensiero patristico, il pensiero di Agostino, che valse a suggellare e a concludere tutto il travaglio della filosofia cristiana, sin dalle origini.

          La Scolastica, dal canto suo, pur rimanendo fedele alle linee maestre tracciate dalla Patristica, spostò l'asse dell'interesse sull'uomo, interpretandone la natura in tutte le dimensioni e possibilità. La Chiesa venne comunque considerata la guida del percorso umano, che esplicava la sua dottrina non più attraverso i Padri, bensì attraversò i Dottori. Prevalse un atteggiamento mistico e volontaristico, che fu particolarmente evidente nel Francescanesimo, ma nel periodo aureo della Scolastica, centrale nella filosofia, divenne il pensiero di Aristotele, al quale venne costantemente collegato quello di San Tommaso, contenuto nella Summa theologica. Misticismo e razionalismo dunque, convissero nella filosofia medioevale rappresentandone i due aspetti principali: per il misticismo, ragione e fede erano entrambe illuminate da Dio, per il razionalismo la ragione aveva una sua autonomia e doveva perciò risolvere da sola i problemi metafisici. Vari canali diramarono dalla Scolastica, numerose scuole si formarono specie all'interno dei monasteri, ove si insegnavano le arti liberali, si traducevano le opere di Aristotele e i maestri, essendo spesso provenienti dalla Spagna ed essendo venuti a contatto con gli arabi, avviavano gli studenti alle discipline scientifiche. Il punto di partenza e di arrivo, in ogni caso, della filosofia medioevale, rimaneva Dio, termine assoluto e irraggiungibile, sul quale si era concentrato il pensiero dei tre maggiori protagonisti del pensiero di quell'età, Agostino, Tommaso e Bonaventura da Bagnoregio.

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