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15 ottobre 2010

Riassunto Canto XXXIII Paradiso

Empireo. Visione della Divinità

Ormai il poeta si appresta a contemplare il punto terminale della cattedrale in cu s’è aggirato osservando le indicazioni e i segni che portano alla divinità. E all’incontro decisivo con Dio lo prepara San Bernardo attraverso la preghiera ch’egli rivolge alla Vergine, suprema e insuperabile mediatrice. La preghiera si svolge in due tempi che unitariamente convergono nell’avvertimento che l’uomo se vuole veramente staccarsi dalle deviazioni etico-politiche, deve affidarsi alla guida religiosa che è l’unica in grado di fargli superare la sproporzione tra il finito e l’infinito. Della necessità della guida è qui segno rivelatore Maria, tramite indispensabile tra l’uomo e Dio, sintesi di ogni virtù. A questo punto la preghiera converge su Dante, sul guidato, simbolo dell’umanità che, dopo lo smarrimento, attraverso le tre guide ritrova le vie della luce e ora si avvia a vedere “ l’ultima salute “. Questo è l’insegnamento che egli deve recare agli uomini: vincano le passioni, si adeguino all’insegnamento evangelico, umilmente si compongano sotto la cupola della Grazia. Questo è il senso della preghiera che non è del solo Bernardo ma di tutti i beati che silenziosamente in una sorta di coro muto, con le mani giunte accompagnano e sottolineano le parole dell’oratore. La Vergine accoglie la preghiera e Dante è pronto ad accogliere il beneficio della visione di Dio: la sua vista si accresce, di pari passo si attenua la sua capacità espressiva; anche la memoria ha registrato pochissimo di quel momento: è restata solo un’impressione di infinita dolcezza, quale si prova talvolta dopo un sogno. Comunque vide e ricorda che, se davanti a quella luce così acuta avesse distolto gli occhi, sarebbe rimasto come abbacinato. Vide prima un punto, poi tutto l’universo ordinato e legato in un vincolo di amore, nel profondo dell’essenza divina. Per l’aumentata potenza visiva vide poi il miracolo della Trinità, tre cerchi di tre colori e della stessa dimensione. E alla fine vide anche il mistero dell’Incarnazione e della coesistenza nella stessa persona delle due nature, divina ed umana. Impossibile ogni tentativo di rappresentazione razionale di quel mistero: inutile come il tentativo del matematico di far quadrate il cerchio. Alla visione del mistero si giunge solo attraverso il momento mistico della folgorazione, per una concessione della Grazia. Ed in quel momento — fuori del tempo Dante visse l’esperienza dei beati e vide l’ordine dell’universo e conobbe l’equilibrio dell’intelligenza e della volontà. « Il poeta ha affrontato la più ardua delle sue imprese, ché la rappresentazione doveva ora comunicare la vibrazione profonda, il turbamento radicale, l’esaltazione ineffabile di un’esperienza visionaria in cui culminavano tutte le precedenti visioni ed estasi descritte nel poema. Infatti ora egli chiede a Dio stesso aiuto a ricordare e a comunicare. Il motivo del chiarirsi progressivo della realtà dell’oggetto contemplato evidenzia l’impegno soggettivo di progressiva conquista e la pienezza e ricchezza di realtà della sostanza divina. Alla descrizione segue immediatamente, momento per momento, l’espressione intensamente esclamativa dello stato interiore del veggente o dell’impotenza rappresentativa del poeta, tanto più efficace quanto più giuocata sul ripetersi insistente ed inesauribile del medesimo giro di idee. La diffusione e durata maggiore di questo momento rispetto alla rappresentazione degli oggetti del vedere esprime, indirettamente, l’insostenibile sopraffazione esercitata dall’oggetto, quasi ricordato appena e subito abbandonato per liberare nello sfogo dell’esclamazione lo spirito, oppresso nel ricordo dall’intensità dei contenuti della sua esperienza. Ma la maggior suggestione comunicata dalla situazione proviene dalla novità della condizione di Dante, che è per la prima volta solo dinanzi al trascendente, sospeso tra l’unione pacificante e il totale smarrimento. Così la rappresentazione esprime il senso di spasimo e di gaudio insieme proprio della visione prima della finale assunzione nell’ordine universale. Esprime anche, come stato attuale del poeta, l’esaltazione del ricordo e la pena dell’oblio e dell’insufficienza ».

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Riassunto Canto XXVI Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Dante è esaminato sulla carità da San Giovanni

Quale è l’oggetto della carità? chiede il santo. Principio e fine dello spirito di carità, risponde Dante, è Dio, il bene supremo. Quali ragioni lo spingono ad amare Dio? da quali fonti gli è ispirata la carità? L’ispirazione, risponde il poeta, gli giunge dagli argomenti filosofici e dai testi sacri, i quali mostrano che Dio in quanto bene supremo, desta l’amore di sé e tanto più quanto maggiore è il bene stesso. Perciò chi sa scorgere la verità necessariamente deve volgere il proprio amore verso Dio che supera ogni altro bene, poiché ogni altro bene è un riflesso del bene supremo che è Dio. Questa verità gli giunge dalla filosofia di Aristotile, il quale dimostra che Dio è il termine delle sostanze create immortali, e quindi dell’anima; gli giunge dalla voce di Dio che a Mosè disse: « Io ti indicherò ogni bene », da San Giovanni che nell’Apocalisse descrisse il mistero del paradiso. Altra domanda: oltre agli argomenti dedotti dalla filosofia e dalla Rivelazione ci sono altre ragioni che lo inducono ad amare Dio? Tutte le ragioni, risponde Dante, hanno contribuito a destare in lui il sentimento di amore di Dio: e tra queste l’esistenza del mondo, la sua stessa esistenza, la morte di Gesù per la redenzione degli uomini, la speranza della beatitudine. Amando Dio, aggiunge, egli ama anche il prossimo, sempre in relazione alla Grazia che vi trova. Un inno di lode si alza dai beati: anche questa prova è stata superata.

Un altro lume si aggiunge ai tre apostoli: è Adamo che risponde alle domande del poeta: quale la vera causa del lungo esilio dal paradiso terrestre? Non fu cacciato, risponde, per aver assaggiato il frutto dell’albero: ma per aver trasgredito il limite imposto da Dio. Da quanto tempo risale la sua creazione? Per 930 anni rimase in terra e per 4032 nel limbo. Quale fu la lingua da lui creata ed usata? Una lingua che si spense prima che si operasse k. confusione delle lingue, in conseguenza del tentativo dei Giganti di alzare la torre di Babele. Anche la lingua, come le altre cose dell’uomo, si trasforma, muta, muore. Prima che lui scendesse nel limbo Dio era detto I, poi El. Quanto tempo rimase nel paradiso terrestre? Appena sette ore.

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Riassunto Canto XXV Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Dante è esaminato da San Giacomo sulla speranza

Dall’approvazione di San Pietro, Dante si sente stimolato ad una professione di fedeltà alla religione cristiana: la sua fede è la stessa che gli fu data quando bambino ebbe il battesimo nel Battistero della sua città, dove ora dopo tante sofferenze vorrebbe tornare. Se mai dovesse accadere, dice, che io per i meriti acquisiti con questo mio poema intorno al quale mi sono impegnato con l’aiuto della Grazia, ritorni in patria dall’esilio, vi tornerei ben diverso da quello che ero in gioventù, con più nobile ed alta forza poetica e vorrei essere incoronato poeta sul fonte dove fui battezzato: ed è giusto che per questo mio poema abbia la corona.

Dalla corona di beati si stacca la luce di San Giacomo apostolo che deve interrogare Dante sull’essenza della Speranza. Che cosa è la speranza? in qual misura Dante la possiede? donde gli è giunta? Alla seconda domanda risponde Beatrice per Dante: non c’è altro fedele che più del suo amico abbia speranza, tant’è che Dio gli ha concesso di salire vivo in paradiso. Alle altre domande risponde Dante con l’atteggiamento del buon discepolo. La speranza è la sicura attesa della gloria futura, frutto della grazia divina e delle buone opere compiute. La speranza (e così risponde alla terza domanda) gli giunge ispirata da molte fronti e in particolare dai Salmi di Davide che cantò: Sperino in te coloro che conoscono il tuo nome! ed anche dalle Epistole di San Giacomo. Questi approva la risposta e richiede: che cosa promette la speranza? Promette al credente la piena ed eterna beatitudine dell’anima e del corpo. Il canto dei beati conferma il superamento dell’esame. Ora, a San Pietro e a San Giacomo che danzano in cerchio, si unisce un altro beato, che entra nella danza con la letizia con cui una giovane entra nel ballo per festeggiare ed onorare la novella sposa. È San Giovanni, l’apostolo che posò la testa sul petto del maestro nell’ultima cena. Dante vorrebbe vederne il corpo: difatti c’era la credenza che l’apostolo fosse asceso al cielo col corpo. Il Santo gli dice che solo Cristo e Maria ebbero questo privilegio. Ed è bene che questo si sappia in terra, perché gli uomini non si abbandonino a false credenze.

Dante intanto si volge a Beatrice ma questa è così luminosa che egli resta abbagliato.

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Riassunto canto XXIV Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. San Pietro esamina Dante sulla fede

A San Pietro che è l’anima più alta nella gerarchia di beati dopo Maria, Beatrice chiede che esamini il suo discepolo sulla fede, la prima delle virtù teologali. Non si dimentichi che Dante deve tornare in terra e deve dare agli uomini sulle virtù l’interpretazione autentica, quella che gli deriva dalle fonti stesse della religione. Come lo studente di teologia che si prepara alla risposta, mentre il maestro pone la domanda, così Dante in silenzio prepara le sue argomentazioni. Che cosa è la fede? domanda il santo. E Dante, citando le parole di San Paolo, risponde: la fede è la sostanza, il fondamento delle cose che si sperano, cioè della salvezza eterna. Ma perché, chiede il santo, la fede è stata definita sostanza ed argomento perché, risponde il poeta, gli alti misteri della vita eterna sono invisibili agli occhi degli uomini, e solo per fede possono essere accettati, sopra questa fede si basa la speranza della beatitudine, perciò la fede prende nome di sostanza. Da questa fede ci deriva la certezza delle verità eterne senza che vi sia il bisogno di ricorrere a prove sensibili: per questo la fede assume il nome di argomento, di prova. Ma lui, Dante, possiede la fede? Sì, risponde il poeta: la possiede, intera, lucida, libera da ogni dubbio. E donde gli viene la fede? Dallo Spirito Santo, che diffonde la sua luce nei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ma perché — chiede ancora il santo — Dante ritiene che le sacre scritture derivino la loro ispirazione da Dio? Perché, risponde il poeta, lo testimoniano i miracoli: se il mondo si fosse convertito al Cristianesimo senza miracoli, questo fatto sarebbe di per sé estremamente probante: è il più grande miracolo della storia che gente umile come gli apostoli, con la forza della povertà e dell’astinenza, abbiano fondato la Chiesa. Ultima domanda: che cosa credi e per quale ragione? Credo, dice il poeta, in un Dio solo ed eterno, che tutto muove e da nulla è mosso, e di cui si hanno prove fisiche e metafisiche. Credo nella Trinità, in tre persone che sono un solo Dio. Le risposte sono corrette, e San Pietro benedice il poeta e gli gira intorno tre volte.

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Riassunto Canto XXIII Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Trionfo di Cristo e di Maria

Canto di trionfi questo, che si sintetizzano in un trionfo, quello più importante e centrale nella vita dell’uomo, quello che si consegue sulla cupidigia, sulla brama di potere economico, sulla società che del denaro fa il suo nume tutelare, e respinge il momento religioso morale. E se nella visione cristocentrica propria del cattolicesimo il trionfo supremo è quello di Cristo, è ugualmente vero che della sua vittoria sul peccato godono, vittoriosi anche loro, Maria, la rosa mistica, gli apostoli e tutte le anime di ogni tempo, anche di quello che verrà fino alla cessazione del mondo. E questo triplice trionfo (anche se il poeta si sofferma con maggiore forza e convinzione su quello di Maria) è così esaltante, riempie l’anima di così alta soddisfazione che ad esprimere la commozione che ne deriva spesso le parole sono inadeguate. Per questo il canto si ritma su una serie di osservazioni e di ritorni sull’inettitudine della parola del poeta, il quale, nell’accostarsi al tema dell’infinita bellezza e perfezione divina, per dare a sé e ai lettori il senso di quella straordinaria esperienza ricorre a similitudini tratte dalla osservazione della realtà terrena; e questi paragoni, scelti tra i più significativi a rendere il senso di pienezza da cui l’anima del poeta si sente investita nel viaggio attraverso il paradiso, danno al canto una caratteristica unica in tutto il poema. Con un delicato paragone tra Beatrice vigile e attenta e l’uccello che all’alba si colloca su una aperta frasca in attesa che il cielo si schiarisca e gli dia la possibilità di cercare il cibo per i piccoli, si apre il canto: quasi a sottolineare il primo sentimento dominante che è quello della vigilanza e dell’attesa. La scena poi si dilata ed è sottolineata dal sentimento di gioia impaziente proprio di una madre provvida ed attenta: su questo tema della madre che ritorna con insistenza il canto si avvia alla celebrazione della figura di Maria, la più alta delle creature, ma soprattutto madre che non può privarsi della vista del figlio. Lo splendore di indicibile bellezza che come un punto estremamente luminoso concentra la luce ed attrae l’attenzione del poeta, è paragonato alla notte che illumina il cielo punteggiato di tante stelle. La luce che in sé concentra ogni altra luce è quella di Cristo: le luci che l’accompagnano sono dei beati, delle anime che Cristo strappò alla morte e al limbo e che ora costituiscono il segno visibile del suo trionfo sul peccato. Dante si smarrisce e più non sa dire ciò che di lui avvenne. È questo uno degli esempi di esperienza mistica, di contemplazione dell’munito, di totale rapimento: l’anima vive un’esperienza eccezionale, si pone in contatto immediato con la divinità; tornata alle sue esperienze quotidiane più non sa riferire l’oggetto della visione: l’infinito non può essere contenuto dal finito. L’unica cosa che resta è l’impressione gioiosa di aver vissuto un momento di vita incredibile, cui si congiunge lo sgomento per ciò l’uomo ha visto spalancarsi per un attimo, non misurabile in termini temporali. Ma Cristo dopo la rapida apparizione ritorna all’Emireo: Dante ora può osservare i beati, come durante una giornata di nuvole e sole si può vedere, stando in una zona d’ombra, un prato coperto di fiori e i raggi scendere su di esso: non si può vedere però la sorgente della luce. Ora l’anima più luminosa è Maria, più alta di ogni altra anima beata perché madre di Cristo. Dante qui accoglie e fa sua la tendenza affermatasi verso il Mille, di fare della Vergine, la creatura più vicina a Dio, la mediatrice tra Dio e l’uomo, colei che accoglie misericordiosamente le preghiere degli uomini, e le presenta al Creatore. Questo culto ebbe poi importanza grandissima neleattolicesimo, in particolare in quello italiano. Sollecitata dalla preghiera dei beati, Maria tra il canto di tutti si alza per salire all’Empireo. Dei beati che restano ora il più luminoso è San Pietro: ed è suo il terzo trionfo del canto.

Del quale canto, così medievale nell’impostazione (il trionfalismo del cristianesimo che al tempo di Dante sembrava non aver rivali, la celebrazione di Maria e quella di San Pietro, la contemplazione mistica e sgomenta, l’atmosfera chiesastica) si può rilevare anche un altro elemento: il lettore sembra assista ad un rito, ad una sacra rappresentazione: da un lato il pubblico dei fedeli devoti e attenti (Dante), dall’altro la presentazione in processione del sacerdote gerarchicamente più alto (Cristo), poi degli altri, alcuni dei quali primeggiano, altri fanno corteo.

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Riassunto Canto XIX Paradiso

Cielo sesto o di Giove. Spiriti giusti

Dante ha ora di fronte a sé l’immagine grandiosa di un’aquila contesta di tante anime beate: ognuna sembra un piccolo rubino che riflette negli occhi del poeta la luce del sole. L’aquila simbolo della giustizia che deve essere la virtù fondamentale degli uomini al comando dell’impero e del potere politico, parla al singolare come un individuo dotato di vita personale non come l’aggregato di tante anime. Mentre parla, il becco si apre e si chiude. Simbolicamente Dante fa parlare, uniti in una sola indivisibile entità, tutti i grandi che fecero l’Impero attraverso l’esercizio della giustizia. In terra, essa dice, esercitai giustizia e misericordia: perciò ora sono qui innalzata alla gloria celeste, in terra lasciai tale ricordo di me che perfino i malvagi e gli ingiusti lodano le mie imprese, ma non seguono il mio esempio. intanto Dante è assalito da un forte dubbio, che d’altra parte lo tormenta da molto tempo e a cui in terra non ha potuto trovare risposta; e lo espone ai beati che gli appaiono come perpetui fiori della beatitudine eterna: coloro che per impedimento indipendente ‘dalla loro volontà non conobbero la fede cristiana devono essere dannati? Colui che nasce sulle rive dell’Indo, dove non è chi parli, insegni o scriva di Cristo, deve essere inviato all’inferno, nonostante la nobiltà la positività della sua vita morale, nonostante la ricchezza della sua vita intellettuale? Il cristianesimo dice che l’uomo si giustifica solo per la fede in Cristo: ma è giusto che Dio condanni i bambini morti senza battesimo o gli uomini che furono giusti ma non conobbero la fede? Alla domanda del poeta l’aquila come falcone che liberato dal cappuccio muove la testa ed agita le ali, esprimendo così la sua smania di volare, rivela attraverso il suo dolcissimo canto la gioia di soddisfare la richiesta di Dante. Poi così argomenta: «Dio che traccia i confini dell’universo, alcune cose ‘rendendo visibili, altre lasciando occulte, non poté ‘imprimerci la sua potenza creativa in termini tali che le cose fossero chiare ‘espressioni dell’intervento creativo; le cose create sono, nonostante tutto, sempre inferiori allo” stampo del Creatore o. Ne è una testimonianza il fatto che Lucifero, insofferente per superbia, .non attese di essere perfezionato e cadde nell’inferno, immaginarsi poi se le creature che furono create inferiori a Lucifero sono in grado di comprendere l’incommensurabile bene divino. C’è un abisso di differenza quantitativa e qualitativa tra l’intelligenza del Creatore e quella delle creature: queste raggiungono solo ciò che loro sì offre attraverso l’esperienza sensibile. A capire questo concetto valga un esempio: l’occhio dell’uomo vede il fondo del mare stando sulla riva, non lo vede più se si trova in alto mare; non c’è dubbio che anche lì c’è un fondo, che però la ,profondità marina sottrae alla vista. Così l’intelletto dell’uomo:, può vedere solo quando è soccorso dalla Grazia, e solo quel tanto che questa gli illumina. Non si stupisca il poeta, perciò, se anche a proposito del suo ultimo dubbio non è in grado di penetrare le segrete decisioni della giustizia divina. E poi non dimentichi Dante che anche egli è uomo come gli altri, limitato e ottenebrato, e non presuma di poter spaziare oltre i confini consentiti. Sarebbe un presuntuoso se volesse salire sul seggio del giudice per giudicare di cosa infinitamente lontana dalla sua intelligenza umana, quando si sa che l’uomo ha una vista che non va al di là di un palmo? Certamente per colui che ragionando del mistero della giustizia fa sottili questioni ci sarebbe motivo di dubitare, se a guidare gli uomini non ci fosse però la Sacra Scrittura.’ è la Rivelazione a dare certezza e ad invitare a dubitare dell’apparenza. « Oh uomini che vivete come bruti! oh menti ottuse! La volontà’ divina che è buona per se stessa non si mai allontanata dal suo principio che è il sommo Bene. È giusto tutto ciò che si conforma alla volontà divina: nessun bene creato può attrarre a sé la volontà divina, anzi essa, irraggiandosi sulle cose, genera in esse il bene ». (La risposta dell’Aquila non si affida ad argomenti razionali: è piuttosto un invito deciso a credere’ nella bontà di Dio che è sicuramente giusta: il dubbio non può essere risolto ed un credente deve solo assoggettarsi anche perchè persuaso della propria limitatezza). Come la cicogna dopo aver nutrito i suoi piccoli vola sul nido ed intanto il cicognino sazio volge gli occhi a lei, così’ fece l’Aquila. Mosse le ali e il poeta alzo verso di lei gli occhi. Poi aggiunse: è vero, in paradiso giungono solo coloro che credono o credettero in Cristo. Ma è anche certo che la Grazia divina agisce per vie imperscrutabili. Nel giorno del giudizio saranno da lui molto più lontani dei pagani quei molti cristiani che invocano ad ogni momento Cristo e dentro di loro lo respingono. Anche un etiope infedele potrà condannare cristiani di nome ma non di fatto quando nel giorno del giudizio si divideranno le due schiere. Allora aperto il libro dove Dio registra i meriti e le colpe di ogni uomo si leggeranno tra i nomi dei cristiani falsi quelli dei cattivi principi d’Europa: di Albert
di Asburgo, che invase il regno di Boemia, di Filippo il Bello, che coniò monete false, dei re di Inghilterra, di Scozia, di Spagna, di Carlo Il d’Angiò, di Giacomo II di Aragona dei re del Portogallo e di Maiorca, della Croazia e della Norvegia.

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Riassunto Canto XIII Paradiso

Quarto cielo o del sole. La sapienza di Salomone

Nel paradiso ci sono degli spettacoli di così rara bellezza e di così eccezionale luminosità che il poeta non trova nella sua esperienza di uomo e di scrittore termini di raffronto, né un linguaggio adatto a riferirli anche approssimativamente. Tale è lo spettacolo delle ventiquattro anime che si dispongono in due corone, le quali,dopo il discorso di San Bonaventura, riprendono la danza e il canto. Offrono allo sguardo incantato del poeta l’immagine che si potrebbe avere se le quindici stelle di prima grandezza, quelle dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore, formassero due costellazioni simili a quella in cui fu mutata alla sua morte Arianna, se fossero concentriche e ruotassero in direzione opposta. Solo per questa via il lettore può avere un’idea della danza delle ventiquattro anime che ruotano attorno al poeta e alla sua guida. D’un tratto, moto circolare e canto cessano, e nel silenzio si ode la voce di San Tommaso che riprende a parlare per risolvere il secondo dubbio di Dante. Il primo riguardava la limitazione posta dal santo a proposito dei domenicani, il secondo nasce da ciò che lo stesso santo aveva detto di Salomone e cioè che per sapienza era da ritenere superiore ad ogni uomo di ogni tempo. Dante invece ritiene che per sapienza siano superiori Adamo e Cristo (come uomo), in quanto ebbero la perfetta sapienza umana. San Tommaso precisa e chiarisce: tutte le creature sia le incorruttibili, non destinate a morire, sia le corruttibili, soggette al potere della morte, non sono che un riflesso di quell’idea (il Verbo) che Dio genera con un atto d’amore. Il Verbo concentra la sua luce nei nove cori angelici e da questi attraverso i cieli discende fino agli elementi del mondo terrestre. Ma in terra gli elementi recano impressa l’Idea divina in misura maggiore o minore: e questo fatto spiega come alberi della stessa specie diano frutti diversi e gli uomini nascano con temperamenti diversi. Se per ipotesi (ma la cosa non può avvenire dopo il peccato di origine) la materia, investita dall’azione dei cieli, fosse nelle migliori condizioni per essere plasmata e se il cielo fosse nel pieno della sua potena plasmatrice, lo stampo divino si esplicherebbe in tutto il suo splendore e nella sua massima efficacia. Ma l’azione plasmatrice dei cieli opera in modi imperfetti, così come in terra capita all’artista che conosce la propria arte, ma la cui mano è malferma ed incapace a tradurre in figure perfette le forme vagheggiate nella sua mente. Se però lo Spirito Santo imprime sulle creature la luce del Verbo che procede dal Padre, allora in essa si ha tutta la perfezione possibile. Così nacque perfetta la natura, la terra di cui Dio si servì per creare Adamo; così perfetto fu generato Cristo e per questo si spiega come Adamo e Gesù siano stati dotati di tutta la perfezione possibile. Ma questa conclusione si pone in contrasto con l’affermazione che Salomone non ebbe uno pari in sapienza. Il poeta, aggiunge San Tommaso, dimentica che la sapienza che Salomone chiese ed ottenne da Dio fu quella di re, necessaria a governare secondo giustizia. In conclusione, Salomone deve dirsi il più sapiente dei re: sapiente della sapienza politica non di quella filosofica o teologica. Il dubbio è risolto, però il santo prende occasione dall’avventatezza del giudizio di Dante circa le parole pronunciate dallo stesso santo a proposito di Salomone per dare un ammonimento: prima di pronunciare giudizi sommari procedi coi piedi di piombo, va aiuto e lento nell’affermare o negare ciò che non puoi distinguere con chiarezza. Accade spesso che un giudizio frettoloso induca all’errore e poi che l’amore verso la propria opinione impedisca all’intelletto di ricredersi, di sottoporla ad un esame spregiudicato. Colui che pesca nel mare della verità e non conosce l’arte della ricerca della verità, si allontana dalla riva inutilmente: parte ignorante ma torna carico di errori. Ne offrono chiaro esempio i filosofi greci Parmenide e Melisso, il matematico greco Brissone e gli eretici Sabellio ed Ano. Gli uomini non procedano con eccessiva sicurezza che diventa leggerezza e presunzione quando giudicano, come fanno coloro che valutano la messe prima che sia giunta a maturazione. Nella mia esperienza, dice San Tommaso, ho visto durante l’inverno un pruno apparire secco e spinoso, e poi, in primavera, con una rosa sulla cima: altra volta ho visto una nave sicura e veloce naufragare all’ingresso nel porto. Non credano donna Berta e ser Martino (persone di nessun rilievo), per il fatto che vedono uno rubare, l’altro dare elemosine, di poter sapere come Dio li abbia giudicati: il ladro può salvarsi, la persona pia perdersi.

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Riassunto Canto XII Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Elogio di San Domenico e condanna dei francescani

Non appena San Tommaso ha posto termine alle sue parole di dura condanna della corruzione dei domenicani, una nuova corona di dodici anime si dispone attorno alla prima, con la quale, all’unisono, danza e canta. Nel paradiso tutto è dimostrazione di concordia, di pace, di armonia. A un certo punto le due corone si fermano, e dall’interno della nuova corona si alza una voce che richiama l’attenzione del poeta con la stessa irresistibile forza con cui l’ago della bussola si muove in direzione della stella polare. L’anima che si dice francescana vuole rispondere alla cortesia del domenicano Tommaso e tessere l’elogio di San Domenico. È giusto che Francesco e Domenico vengano esaltati insieme: combatterono e soffrirono in terra negli stessi anni per lo stesso fine. Quando Dio spinto da misericordia volle venire in aiuto all’umanità deviata, inviando due forti campioni della fede, la cristianità che pur era stata redenta procedeva nei dubbi e nell’errore: pochi, sparuti i gruppi di veri cristiani. A questo punto, aggiunge San Bonaventura, (l’anima che parla è lui), nacque Domenico in Spagna e precisamente in Castiglia, nella città di Calaruega. Presto si rivelò destinato a fare grandi cose: aveva la statura morale dell’atleta, del campione benevolo coi cristiani ma implacabile con i nemici della fede. L’anima sua era ancora nel grembo materno, ma colma com’era di virtù rese la madre capace di predire i frutti straordinari che sarebbero nati dal santo : infatti essa sognò che avrebbe dato alla luce un cane bianco e nero (i colori dell’abito domenicano) con una fiaccola in bocca (segno dell’impegno del santo). Altro indizio della eccezionale grazia che accompagnava il neonato si ebbe all’atto del battesimo: la madrina in sogno vide il bambino con una stella in fronte (segno della luce ch’egli avrebbe diffuso. La predestinazione fu evidente anche nella scelta del nome: fu chiamato Domenico ad indicare che era tutto del Signore (Dominus). Il primo sentimento che rivelò fu per l’umiltà e la povertà; spesso fu trovato dalla nutrice, desto e tacito in terra come volesse dire: sono venuto per vivere in umiltà e povertà. Presto si dedicò agli studi di teologia e si fece dottissimo non per conseguire beni ed onori, dietro i quali ora molti, troppi in terra si mettono: quanti medici e quanti giuristi per lucro! Il suo intento di studioso fu quello di attendere alla vita e alla difesa della Chiesa. Per questo alla Santa Sede, che in altri tempi fu più generosa di quanto oggi non sia, con i poveri, e precipita verso la corruzione non per colpa dell’istituto pontificio ma del papato, sì lontano dai suoi doveri, egli chiese non di trattenere per sé buona parte dei frutti dei beni destinati ai poveri, non una carica vescovile, non prebende e privilegi traducibili in denaro, ma il permesso di combattere contro gli eretici che minavano la società cristiana. Fu lui, infatti, tra i sostenitori della crociata contro gli Albigesi, la setta ereticale stanziatasi in Provenza e che fu impietosamente distrutta dall’azione dei crociati francesi. Ottenuto da Onorio III, papa, il riconoscimento del suo ordine monastico, si mosse con l’impeto di un torrente che sgorga da una sorgente profonda: la sua predicazione si abbatté sugli eretici di Provenza con forza incontenibile. Da lui, dalla sua predicazione e dalla sua attività organizzativa nacque la grande famiglia che si disse dei frati predicatori e che noi diciamo domenicana. Dunque Francesco e Domenico furono i due grandi pilastri della rinascita della Chiesa: l’uno distintosi per lo spirito di povertà, l’altro per l’energia con cui condusse e vinse la guerra contro gli eretici. Ma la traccia segnata da lui e dai suoi seguaci ora è stata abbandonata: così anche quella segnata da Francesco. L’ordine francescano, se si fa un paragone tra quel che era all’inizio e quel che è ora, si potrebbe dire capovolto. I francescani fedeli all’esempio del fondatore sono molto poveri. Dietro l’esempio di Ubertino da Casale e di Matteo di Acquasparta 1 ordine si e fatto assalire da furia autodistruttiva e si e scisso in due gli spirituali che vogliono una più rigida difesa della regola, i conventuali, più lassisti. A questo punto Bonaventura presenta gli spiriti della corona: Illuminato da Rieti, Agostino di Assisi, Ugo da 5. Vittore, Pietro Mangiadore (teologi questi ultimi due), Pietro Ispano, medico e teologo, Natan, profeta ebraico, Giovanni Crisostomo, patriarca di Bisanzio, Sant’Anselmo d’Aosta, filosofo, Elio Donato, grammatico. Infine il teologo Rabano Mauro e l’abate calabrese Gioachino da Fiore, che ebbe il dono della profezia. L’elogio è finito e anche se è stato pronunziato da un solo beato vi hanno partecipato tutti i beati della corona, come rivela la loro intensità luminosa.

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Riassunto Canto XI Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Spiriti sapienti. Elogio di San Francesco

Alla conclusione del discorso di San Tommaso le anime si abbandonano ad una danza e ad un canto in cui si esprimono la loro concordia e la loro carità con lo stesso armonico accordo con cui si muovono le corde dell’orologio, le quali risonando invitano i monaci all’operosità e alla meditazione. Felici dunque coloro che come i monaci si chiudono nell’intimità e nella mistica contemplazione che aprono le strade al paradiso! In contrasto totale con lo spettacolo dei beati è quello di coloro che in terra si lasciano trascinare dall’avidità e gareggiano per la conquista di beni mondani: e sono ecclesiastici, giuristi, medici, politici, mercanti, tutti uniti nella ricerca dell’ozio e dei piaceri della carne. Polemico dunque, l’avvio del canto, verso la società antitetica ai valori di cui si alimenta il paradiso. A quei valori che Cristo consegnò agli uomini e dei quali diede personale testimonianza restò fedele San Francesco, il vero modello di santo e di uomo, che dopo il traviamento giovanile seppe trovare nel ritorno all’esempio di Cristo la risposta giusta ai problemi di una società lacerata e divisa dalla prepotenza e dalla avidità di gioie consumistiche.

La sua risposta si articolò in forme complesse ma nella sua essenza essa si presenta in questi termini:

  1. alla corsa al denaro e al potere economico che davano ai mercanti (e il padre di Francesco era un mercante) forza sopraffattrice e inclemente Francesco oppose l’ideale della povertà: e non tanto o soltanto quella che può coincidere con la miseria, quanto quella spirituale di attiva capacità della persona di respingere ogni legame con gli interessi terreni, con le sue lotte per il potere: da questa interiore capacità di volontario e sofferto ripudio dei beni nasceva anche il rifiuto delle ricchezze come elemento non solo inessenziale ma antitetico alla vita morale e religiosa. Sulla povertà intesa in questo senso, Cristo impostò il suo insegnamento; lo stesso fece San Francesco che a Dante appare come l’unico cristiano che si sia fatto interamente simile’ al maestro;
  2. alla violenza della guerra quotidiana, fatta di sangue e di intolleranza, egli oppose la non violenza, la tolleranza: non disse mai ai suoi seguaci: siate come sono io, ma ognuno sia fedele a Cristo nel modo che gli è consentaneo;
  3. alla crociata armata oppose la sua crociata di predicatore disarmato che in Oriente reca al Sultano il messaggio di Cristo, fatto di amore della povertà. Per tale via egli si presenta radicalmente diverso dal modello personale e sociale dell’uomo del Medioevo: non mercante ricco e potente, ma religioso umile e povero, non uomo della violenza ma della carità, non guerriero ma crociato della persuasione. C’è però nel Francesco di Dante qualche atteggiamento che non è proprio del santo storicamente definito, ma piuttosto del personaggio che il poeta ha in qualche modo “manipolato” e ricondotto ad una dimensione più dantesca che francescana: il santo non è il poverello che colloquia con gli uccelli ma il guerriero che affronta il padre, che risoluto celebra le nozze con la Povertà, che con fermezza regale chiede ad Innocenzo il consenso per un ordine fondato sulla durezza della regola, che va a sfidare il Sultano e a predicare in sua presenza la fede di Cristo, che si rifugia sulla cruda cima di un monte e vuol morire sulla nuda terra. Dante si è servito per quest’episodio dei testi fondamentali del francescanesimo, delle vite del Santo scritte da Tommaso da Celano e da San Bonaventura. Dall’episodio scaturisce l’immagine di un santo intento ad un compito eroico, che trascorre per il mondo, in apparenza mite, in sostanza in polemica con il corrotto costume della sua società, quella ecclesiastica e quella civile, sempre richiamando (ed è qui l’affinità con Dante) al grande ideale di Cristo: di povertà, di tolleranza, di non violenza.

Terminato l’elogio di San Francesco, Tommaso lancia un’invettiva contro i suoi confratelli domenicani: nel canto che segue il francescano Bonaventura rampognerà i francescani. L’ispirazione che regge i canti XI e XII è identica: Dante vuole ancora una volta sostenere che la fonte di ogni male è la cupidigia e che questa ha contagiato perfino i grandi ordini mendicanti. A misurare la vastità della degenerazione basti osservare la distanza che separa gli ordini attuali, la loro potenza finanziaria e politica con le prospettive dei loro fondatori: se si vuole uscire dal serpente della ricerca dei beni terreni, è necessario tornare a Francesco e a Domenico, cioè all’autentico messaggio di Cristo. Il canto si muove, dunque, tra i due poli della polemica severa contro i nuovi tempi, i nuovi francescani e domenicani, e di invito al ritorno degli uomini che come San Francesco asserirono con eroica fermezza nella povertà la validità della legge cristiana. « La concentrazione dell’interesse di Dante sulla povertà riceve singolare luce se si mettono a riscontro dell’XI canto le storie di Francesco che qualche anno prima erano andati affrescando, ad Assisi, Giotto e i suoi aiuti. Questi partono, si badi, dalla stessa Legenda di Bonaventura (da cui mosse Dante) ma dei due grandi affreschi della basilica superiore, uno solo, e marginalmente, si riferisce alla povertà, quello sulla rinuncia all’eredità paterna dinanzi al vescovo; gli altri sono miracoli in vita e in morte, visioni, di Francesco e di altri, episodi concreti di vita e di apostolato, ecc. Orbene proprio questa disparità tra Dante e Giotto ci permette di penetrare meglio nelle ragioni storiche della preferenza assoluta data dal primo al tema della povertà; quando si rifletta che la basilica di Assisi era stata voluta da frate Elia, contro l’insegnamento del santo, ribadito nel Testamento, che vietava l’erezione di chiese ricche; che essa basilica dipendeva direttamente dalla Curia; che questa aveva provveduto all’ingente finanziamento e a incaricare della decorazione pittori di sua fiducia; che in particolare Giotto era creatura di essa. Sicché quando Dante disegnava diverso, puntando tutto sulla povertà, era in posizione polemica implicita coi conventuali e con la Curia romana.

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Riassunto Canto X Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Spiriti sapienti: San Tommaso

Le severe parole di Foichetto sulla degradazione della Chiesa, e di conseguenza dell’umanità, propongono al poeta il confronto tra il disordine che costituisce il comune denominatore della società umana e l’ordine che egli osserva nel paradiso e nel quale tutti potrebbero collocarsi, se sapessero rompere con le forze del male. Tale dovrebbe essere il destino degli uomini. Infatti Dio creò tutte le cose, materiali e spirituali, con tale ordine che chi l’osserva e ne avverte la razionalità e il fine non può non sentire la grandezza di Dio e tendere a Lui. Un esempio di questo ordine è lo spettacolo che egli ora contempla: c’è un punto nel quale il moto equatoriale dei corpi celesti si incontra col moto zodiacale dei pianeti, il punto da cui procedono le stagioni, primaverile ed autunnale. È questo solo un saggio della perfezione universale, su cui il poeta non può fermarsi perché attratto dall’argomento centrale del suo itinerario. Ormai siamo nel cielo del sole, cui il poeta giunge senza avere precisa coscienza del passaggio da una stella all’altra: tutto si svolge al di fuori del tempo o in un tempo non valutabile con le nostre misure. Un esempio: si pensi alla nascita in noi di una nuova idea della quale ci avvediamo solo quando giunge a chiarezza e si manifesta. Le anime di questo cielo appaiono più intensamente luminose, anche per poter distinguersi dalla luce solare; esse vivono e godono della contemplazione della Trinità. Cantano soavemente, si dispongono a corona e il poeta e Beatrice si trovano al centro di una corona di dodici anime. Una di loro parla a Dante: poiché tu hai l’eccezionale privilegio di venire, vivo, in paradiso, noi beati non possiamo non rispondere alle tue domande: tu vuoi sapere chi sono gli spiriti di questa corona. Io fui frate dell’ordine di San Domenico, il quale con la sua regola monastica guida i frati per una strada per la quale ci si può arricchire religiosamente se non si corre dietro le altre ricchezze. Io sono Tommaso di Aquino; a destra è Alberto Magno, uomo di grande scienza, poi il giurista Graziano: seguono Pietro Lombardo, teologo, poi Salomone, Dionigi l’Areopagita, convertito da 8. Paolo, Paolo Orosio, Severino Boezio, autore di un libro sulla « Consolazione della filosofia », Isidoro di Siviglia, il venerabile Beda, Riccardo, e infine Sigieri di Brabante che insegnò filosofia a Parigi e si attirò molti nemici. Alla fine della presentazione i beati riprendono la danza e il canto con lo stesso accordo del meccanismo di un orologio, che invita i religiosi alle preghiere del mattino.

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Riassunto Canto VI Paradiso

Cielo secondo o di Mercurio. Spiriti attivi per il bene, Giustiniano, Romeo

Spiriti attivi per il bene, religiosamente inteso, ma anche per conseguire onore e fama sono quelli che compaiono nel cielo di Mercurio: tra loro emerge in posizione di protagonista a tutto tondo Giustiniano che parla della funzione e della validità dell’Impero come istituzione voluta da Dio per la felicità terrena degli uomini. Giustiniano è il simbolo dell’imperatore che con la sua azione politica, con la fondazione delle leggi, con l’osservanza dei principi religiosi attua nella storia di ogni giorno il disegno provvidenziale della divinità. Ma la figura prescelta da Dante a fare il più alto elogio dei compiti storico-religiosi dell’impero non sembra a noi, come sembrò a lui, particolarmente emblematica: l’imperatore di Bisanzio non fu privo di gravi limiti ebbe straordinario rilievo come assertore dell’unità dell’Impero. La risposta non è da trovare in un discorso storicamente innervato e motivato: ma nella passione di Dante — talvolta mitizzante —, nella sua quotidiana polemica contro la società del suo tempo, civile e religiosa, nella sua severa condanna del disordine cui i potenti abbandonavano l’umanità. Nella storia terrena e in quella più vicina agli interessi del poeta bisogna cercare le motivazioni della scelta dei personaggi dell’aldilà e dei loro interventi. Se il mondo dei vivi opera nell’ingiustizia e nel disordine, la risposta deve essere trovata nel ristabilimento di un’autorità politica, di un regime (l’impero) che garantisca l’ordine e la pace con le leggi’ (e Giustiniano fu il promulgatore di quel codice dileggi su cui la società medievale modellò i suoi codici). Giustiniano è, perciò, il simbolo dell’autorità che interviene con le leggi a creare e conservare la comunità degli uomini: così secondo il poeta dovrebbe operare ,sempre l’imperatore che si propone di dare sicurezza e misura alla società occidentale. Alla domanda poi se Dante vedeva in Giustiniano un imperatore solo bizantino e non più romano, se aveva coscienza della fine dell’impero romano, la risposta è negativa: l’Impero nato per volontà della Provvidenza a Roma non è destinato a finire se non con il giudizio universale: ha la stessa durata e compiti paralleli alla Chiesa. L’Impero assolverà il compito di guida della società civile sempre anche se esso potrà conoscere tempi bui di attenuazione del suo intervento per la malvagità degli uomini. La linea imperiale che comincia con Cesare e prosegue con Giustiniano, con Carlo Magno, con Arrigo VII è il filo rosso di tutta la storia. Dante perciò assimila e riconduce all’impero romano sia l’impero bizantino sia l’impero medievale, quello di Carlo Magno e quello di Federico Il: non c’è stata mai per lui frattura o discontinuità. Il discorso di Giustiniano in questa cornice si presenta come un’epica visione della storia dell’umanità, che è costante e quotidiana trascrizione della volontà divina. Giustamente si dice che tutta la storia in ogni suo evento ‘è per Dante storia sacra, il piano in cui la divinità cala i suoi progetti per ricondurre gli uomini alla divinità e fare della società una prima, imperfetta immagine della «società paradisiaca, in cui quella terrena trova il suo inveramento e si completa. Perché la società terrena realizzi il programma della divinità, è necessaria la concorde azione della Chiesa e dell’Impero. Dalla loro discordia emergono la corruzione della Chiesa e la frantumazione dell’unità imperiale, ora avversata dai guelfi ora faziosamente asservita dai ghibellini. E conseguenza di tale discordia sono gli uomini come Romeo di Villanova e come Dante, assetati di giustizia, onesti, disinteressati, e per questo emarginati dalla società, collocati tra coloro che mendicano per sopravvivere.

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Riassunto Canto V Paradiso

Cielo della luna. Dottrina dei voti. Salita al cielo di Mercurio

È possibile, chiede Dante, che il cristiano compensi i voti non portati a termine con azioni meritorie, tali da non metterlo in contrasto con la giustizia divina? La risposta di Beatrice si snoda in forme didascalicamente chiare, secondo le regole delle spiegazioni insegnate e fissate dalla scuola medievale. Il dono più grande, essa dice, che Dio ha elargito alle sue creature nella sua generosità è il libero arbitrio di cui dotò le creature intelligenti, angeli ed uomini. Muovendo da questa premessa non potrà non risultare chiara la grande importanza del voto, che è un impegno liberamente assunto dalla creatura col suo Creatore. Quando si istituisce un voto, un patto cioè tra Dio e l’uomo, questi fa sacrificio del suo bene più prezioso, cioè del libero volere. Cosa può offrire l’uomo in cambio e a compenso del voto non adempiuto? Chi ritenesse di poter ancora disporre della libera volontà offerta col voto a Dio, sarebbe nella condizione di colui che vuoi fare opere di bene con cose illecitamente sottratte ad altri. Se dunque il voto si può fare solo di cosa che sia gradita a Dio, esso, come ogni rapporto bilaterale, non può essere rotto da una delle due parti contraenti e deve essere mantenuto. Per questo il voto non deve essere fatto con superficialità e frequenza. e non ci si può illudere che esso possa essere compensato in altro modo. Tuttavia la Chiesa concede dispensa dai voti, li annulla, li commuta: questo fatto contrasta con quello che si è detto. Ma per evitare l’accusa di lassismo alla Chiesa è bene chiarire. Due elementi sono essenziali al voto, al sacrificio della volontà: uno è la materia del voto, ciò che si offre, l’altro è il patto che si stringe tra Dio e l’uomo, la vera e propria promessa. Questo secondo elemento non si può annullare mai: la promessa deve essere semplicemente mantenuta e su questo punto non si può consentire attenuazione, modificazione, scambio. Il patto deve essere mantenuto in ogni caso. L’altro elemento, cioè l’oggetto del voto, può essere commutato, ma nessuno deve cambiarlo di proprio arbitrio o capriccio: deve ottenerne l’approvazione ecclesiastica e deve offrire in cambio un oggetto di maggior valore. Però ogni commutazione diventa impossibile, quando si è violato un patto che non può essere compensato da cosa di equivalente valore. Come è il caso della castità: è il voto più prezioso e non può essere mai mutato in altro neanche dalla Chiesa. E perciò giustamente ammonisce Beatrice — i Cristiani si muovano con maggiore circospezione e serietà, quando pronunciano i voti e li osservino fedelmente. Non facciano come Iefte, giudice di Israele, che fece voto di sacrificare, nel caso di vittoria sugli avversari, la persona che prima avesse incontrata sulla soglia di casa: dovette così sacrificare la figlia. Ma questo consiglio di prudenza va dato anche per ogni altra evenienza. E qui Beatrice pronuncia parole che sono un invito alla ponderazione e all’obbedienza ai canoni fondamentali del cristianesimo. « Siate, essa dice, voi cristiani più ponderati nel far voti: non siate volubili come una penna ad ogni soffio di vento e non crediate che qualunque altra offerta, a compenso di voti non adempiuti, annulli il patto da voi stretto con Dio, come qualunque acqua lava le macchie. Avete i libri sacri del Vecchio e del Nuovo Testamento; avete il pastore della Chiesa, il papa, che vi guida: questo deve bastare per la vostra salvezza. Se una cattiva passione, la brama di vantaggi o altro stimolo riprovevole, vi induce a fare diversamente, siate uomini e come tali usate discernimento, e non operate stolidamente come le pecore, in modo che gli Ebrei che vivono tra voi non ridano di voi, della vostra sconsideratezza e faciloneria. Non fate come l’agnello che lascia il latte di sua madre e, sconsiderato e irrequieto, seguendo il suo capriccio, combatte con le corna contro l’aria i. Beatrice trascorre ora ad altro ufficio: si volge vibrante di desiderio, verso un punto molto luminoso. Il suo atteggiamento, come di creatura trasfigurata e assorta in una visione totalmente assorbente, impedisce al poeta di rivolgersi a lei perché gli chiarisca altri dubbi. Ma i due hanno ripreso il volo e, con la velocità di una freccia che raggiunge il suo bersaglio prima ancora che la corda dell’arco abbia smesso di vibrare, si trovano in un altro cielo, quello di Mercurio. Sono accolti da un’infinità di spiriti luminosi, che accorrono come pesci in una peschiera limpida e quieta attratti dall’esca. Chi sono? Beatrice invita il suo amico a parlare liberamente e a credere ai beati. Ad uno il poeta chiede hi egli sia e perché appaia in quel cielo. Lo spirito prescelto manifesta la sua gioia caritativa con l’aumento di luce: fasciato di luce risponde nel modo che si legge nel canto che segue.

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Riassunto Canto III Paradiso

Celo primo o della luna. Spiriti mancanti ai voti: Piccarda

Il viaggio verso l’Empireo si attua secondo due direttrici convergenti: quella del volo che implica il distacco dagli interessi terreni, l’ascesa ai valori religiosi riscoperti nel loro rigore alla fonte di ogni valore che è Dio, e la conquista di una superiore conoscenza che svela al pellegrino le leggi dell’ordine celeste, per quali vie l’umanità può accostarsi a quell’ordine e in che modo può modellare sull’ordine soprannaturale la propria vicenda terrena. Assorbito dal ragionamento di Beatrice il poeta sta con gli occhi a terra: quando li alza per chiedere altre delucidazioni si trova drammaticamente davanti ad una situazione imprevista: vede delle figure umane ma così tenui ed immateriali che le ritiene immagini riflesse da una realtà che non c’è. Il poeta avverte di essere in un mondo di cui non possiede gli strumenti conoscitivi. Per la prima volta da che è in paradiso egli vede delle anime di beati e si trova nella necessità anzitutto di impadronirsi della nuova realtà del tutto spirituale e di conseguenza di trovare i mezzi per offrire in termini comprensibili quella realtà agli uomini che si servono di misure inadeguate. Per il momento Dante immagina che le anime abbiano ancora i lineamenti corporei, ma così evanescenti che sembrano trascolorare verso l’immaterialità. Sono figure, dunque, in cui l’elemento terreno presente nella linea corporea si dissolve progressivamente nella luce che sprigionano e \in cui si evidenzia la superiorità spirituale. Questo primo gruppo di anime è di coloro che fecero voto di castità e non lo mantennero perché sopraffatti dall’altrui violenza. Dal gruppo emerge Piccarda Donati, sorella di quel Corso che Dante colloca all’inferno e di quel Forese che incontra in purgatorio tra i golosi. Fattasi clarissa, fu strappata dal monastero da Corso che le impose un marito. Il colloquio tra Piccarda e Dante che in terra si erano conosciuti (forse erano anche vicini di casa) si svolge su due temi: della totale felicità delle anime, e della vicenda che condusse la donna fuori del monastero. Il primo si riallaccia a quello dell’ordine universale (vedi il primo canto) che colloca le creature come su una scacchiera in cui ciascuna di esse occupa il posto assegnatole da Dio e solo così realizza il proprio destino e anche quello comune. Ognuno nell’economia terrena ed ultraterrena (anche per la linea di continuità in cui si inseriscono il tempo e l’eternità, il terreno e il sovrannaturale) obbedisce ad una volontà, opera secondo un fine che poi si traduce nell’occupazione di un posto nella infinita gerarchia degli esseri. Dante non ha ancora chiaro questo motivo della gerarchia e chiede: le anime dei beati della luna desiderano un posto più alto per ottenere maggiore felicità, a causa della più vicina presenza di Dio? hanno invidia, anche buona, di coloro che sono più in alto? Simili dubbi, risponde Piccarda, nascono da valutazioni del tutto estranee al mondo paradisiaco: tutte le anime sono beate in rapporto alla loro capacità di essere beate e ai loro meriti acquisiti in terra. Non c’è possibilità di contrasto tra la decisione divina e la collocazione delle anime in uno anziché m un altro dei gradini della piramide celeste. Anzi, la loro beatitudine è proprio nel loro adeguarsi pienamente alla volontà del Creatore. È la tipica condizione mistica dello spirito che ha la sua ragione di letizia nel conformarsi al volere dello Spirito Santo. Il secondo tema del colloquio è quello della vicenda che condusse la donna a staccarsi dalla « dolce chiostra ». Piccarda su questo punto risponde in modi rapidi, essenziali e soprattutto riservati: si era fatta clarissa, si era misticamente congiunta con Dio e a lui si era pienamente abbandonata. Da quel mondo monacale fatto di pace e di interiore completezza la sottrassero uomini, non proprio malvagi, ma strumento violento della società violenta. Fu costretta al matrimonio: ma quale fu la sua vita nuziale, di quali sacrifici e dolori si unteggiò essa per pudicizia non dice (simile in questo a Francesca e a Pia). Accanto a Piccarda c’è un’altra ex suora, Costanza di Altavilla, madre dell’imperatore Federico II: fu anche lei avviata al matrimonio dalla prepotenza dei politici. Di contro a questi aspetti di ferocia che emergono dalla rievocazione delle cose del mondo si pone il regno sereno della beatitudine: le anime esprimono la loro raggiunta felicità con un canto di grazie alla Vergine, emblema di tutte le creature che cercano la purezza e la libertà dalla contaminante presenza della società.

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Riassunto Canto II Paradiso

Primo cielo o della luna. Le macchie lunari

Avviandosi, dopo l’introduzione, alla trattazione sistematica e alla narrazione del volo per i cieli, delle cui difficoltà anche per i molti e ardui temi teologici è consapevole, Dante si volge con un appello ai suoi lettori per renderli edotti che la nave del suo ingegno sta per attraversare un mare inesplorato: coloro che, desiderosi di ascoltare il suo canto, dotati però solo di cultura adeguata alla prima parte del viaggio lo hanno fin qui seguito, non rischino di seguirlo oltre: si troverebbero, se lo perdessero di vista, incapaci di percorrere da soli il mondo che egli ora visita. Fino alla cima del monte bastava una cultura anche non eccezionale: ora il poeta si accinge a solcare un mare non percorso prima da alcuno e a questo alto compito è assistito dalla dea della sapienza, Minerva, e dal dio della poesia, Apollo: le Muse, protettrici della scienza e della tecnica artistica, lo guidino e lo assistano. I lettori, che fin da giovani si dedicarono allo studio della filosofia e della teologia che potrebbe dirsi il pane degli angeli, possono con lui spingersi lungo la via che conduce alla contemplazione della divinità. Terminato questo appello, che non vuole dividere i lettori tra superiori ed inferiori ma solo avvertire che il viaggio per il paradiso bisogna prepararsi con profondo distacco dagli interessi limitati della terra, il poeta inizia il racconto del suo volo attraverso i cieli, lungo la scia luminosa di Beatrice. La quale guarda in alto: guarda anche Dante e d’un tratto si trovano nel primo cielo, della Luna: questa appare come un nube luminosa, densa e compatta come un diamante colpito da un raggio di sole. Nella Luna un fatto attira l’attenzione del poeta: i « segni bui «, le macchie che si vedono da terra e che alcuni credono essere il fascio di spine che Caino è condannato a portare per sempre sulle spalle dopo l’uccisione di Abele. Ne chiede a Beatrice: è vero che esse derivano dalla maggiore o minore densità della materia dei corpi celesti? La risposta è negativa: se le macchie fossero in rapporto col raro e col denso, la luna avrebbe in certi punti minore spessore, dei buchi attraverso i quali in caso di eclisse trasparirebbe la luce del sole. La ragione vera è altrove. La vita del cosmo prende la sua spinta dal Primo Mobile, il quale riceve dall’Empireo le virtù, le disposizioni che poi comunica a tutti i corpi celesti. Il cielo successivo, detto cristallino, distribuisce i principi ricevuti dal Primo Mobile alle altre stelle che a loro volta li differenziano in rapporto alla loro diversa natura e alle loro finalità: queste stelle, sette in tutto, sono, dunque, come cinghie che trasmettono l’influenza dal cielo superiore a quello inferiore. Ma le influenze dei cieli sono mosse dalle Intelligenze angeliche che operano in congiunzione con la materia dei cieli. Da questa virtù, come capacità, tendenza mista deriva la diversa luminosità dei cieli. Qui è la ragione della oscurità, e della chiarità. In altre parole: la maggiore o minore luminosità corrisponde alla maggiore o minore letizia in cui si esprime la felicità delle intelligenze celesti: non si dimentichi che nel paradiso la letizia si esprime sempre come luce.

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