Visualizzazione post con etichetta Storia della Letteratura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Storia della Letteratura. Mostra tutti i post

23 giugno 2010

La Scuola Poetica Siciliana e i canzonieri

    La prima seria produzione letteraria in volgare, che sorse in Italia, al di là delle iscrizioni, dei versi o dei ritmi che abbiamo già esaminato, fu quella della Magna Curia siciliana di Federico II di Svevia, nota come Scuola poetica siciliana.

    Risale alla prima metà del secolo XIII e costituisce un valido punto di riferimento, come fenomeno letterario, per il modello straordinariamente unitario che seppe fornire ai poeti successivi e per la tradizione che riuscì a creare. Federico II, figlio di Arrigo VI, tedesco, e di Costanza d'Altavilla, normanna, fu uomo straordinario e imperatore eccellente, che seppe non solo costruire uno stato «opera d'arte » (secondo la nota definizione del Burckardt) nell'Italia meridionale (Sicilia, Campania, Lucania, Calabria e Puglia), ma essere anche mecenate d'alta classe, trasformando la sua corte nel centro più prestigioso della cultura italiana. Mostrò di avere eccellenti doti politiche, nell'amministrare saggiamente il potere (basti pensare alle «Costituzioni melfitane»), amalgamando molto bene tutte le regioni sotto la sua giurisdizione; ma soprattutto rivelò una grande cultura, favorita dalla conoscenza di numerose lingue (tedesco, francese, latino, greco, arabo e volgare italiano). Indubbio artefice della rinascita della casa sveva, concepì un grande progetto imperialistico, che riuscì a realizzare con intelligenza e originalità, costruendosi intorno un ambiente culturalmente ideale, di cui egli stesso volle essere il centro, componendo poesie in volgare, che testimoniano come e quanto egli tentasse di utilizzare i moduli della lirica provenzale.

    Personalmente, li aveva conosciuti in Germania, attraverso la poesia dei Minnesänger e ne aveva certo subito l'influsso, poiché i rimatori della Provenza lo avevano accostato durante il suo rientro in Italia, nel 1220, prima che a Roma venisse incoronato. I gusti raffinati dell'imperatore furono attratti da quella poesia così dolce e musicale, tanto da indurlo a ricalcare personalmente il modello trobadorico, componendo egli stesso. Fu quindi l'iniziatore, nella sua corte, di una tradizione poetica destinata ad affermarsi, che a noi sarebbe pervenuta non nella versione originale, bensì attraverso i manoscritti dei rimatori toscani che tradussero ed in parte imitarono i siciliani.

    I poeti illustri

    La Magna Curia di Federico divenne il centro di raccolta di tutti i compositori e rimatori desiderosi di affermazione e versati per le lettere, non sempre siciliani di nascita, anche se molti lo furono, ma provenienti dal meridione, dalle terre cioè che facevano comunque parte del regno svevo; sono da ricordare: Giacomo da Lentini, il vero caposcuola della illustre lirica siciliana (come lo considera lo stesso Dante), Rinaldo d'Aquino, Guido delle Colonne, Pier della Vigna, segretario dell'Imperatore, Giacomo Pugliese e Stefano Protonotaro, la cui poesia si colloca, insieme a quella di Giacomo da Lentini, nella migliore e più valida produzione della scuola. Il primo dei poeti menzionati, detto anche ("il Notaro" proveniva certamente dal mondo giuridico, dal quale per altro, in questo periodo, come in tutto l'alto Medioevo, ci fu una notevole e frequente afflusso verso il mondo delle lettere, soprattutto a causa della necessità, comune sia all'ambito giuridico, sia a quello letterario, di essere abili e perfetti nell'arte della scrittura.

    Il dittator: l'Amore

    Il «notare» infatti, consisteva propriamente nel prendere nota, cioè nel «segnare» (quindi con i caratteri della scrittura) tutto quello che l'ispirazione veniva dettando, dal che il «dettare», come operazione che procedeva di pari passo con il «notare», durante la composizione. Dittatore o dittator supremo nella lirica siciliana, così come in seguito, nella lirica toscana, fu sempre l'Amore, sentimento ispiratore, ma anche argomento quasi unico della poesia. Deve essere considerato il generale clima culturale che spirava nell'area dell'intero meridione; erano sorti numerosi centri come Capua, Napoli e Montecassino aperti a vasti orizzonti e soprattutto interessati ad una rinascita della lingua latina, nonché alle scienze positive (matematica e biologia) e a quanto poteva rientrare nell'enciclopedismo tipico del Medioevo, pur attraverso traduzioni dal latino, dal greco e persino dall'arabo. Ruolo importante giocò l'ars dictandi, la cui tradizione era stata ereditata e trasmessa specialmente da Montecassino. In questo quadro si colloca appunto l'attività della Magna Curia siciliana, promossa e vivacizzata dalla genialità di Federico Il, che sebbene sia stato mediocre poeta, riuscì impareggiabile mecenate e saggio uomo politico. I poeti che appartennero alla sua corte rimangono in parte avvolti da un velo di leggenda, che impedisce una più certa datazione e determinazione cronologica, al pari di un esauriente profilo biografico; rimangono anonimi diversi compositori ed è assolutamente gratuita la comune credenza che Manfredi, figlio illegittimo dell'Imperatore, o Federico d'Antiochia fossero stati grandi poeti, all'interno della scuola. Alla fine dell'impero svevo e in seguito all'inevitabile decadenza della Curia, la sua produzione letteraria andò in parte perduta e in parte venne trascritta in antologie, in terra toscana, che raccogliendo l'eredità meridionale, inevitabilmente ne alterarono i connotati linguistici originali, vale a dire siciliani.

    I manoscritti toscani

    Tuttavia, proprio grazie a questi manoscritti toscani, la produzione siciliana fu assimilata e continuata dai poeti toscani, fino agli stilnovisti e a Dante, che nel canto XXIV del Purgatorio, ricordando «il Notaro» Giacomo da Lentini e tenendo presente la sua lezione, dichiarò: «io mi son un che, quando amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'ei ditta dentro vo significando» (io sono uno che quando l'amor lo ispira prendo nota, [cioè scrivo] e secondo il dettato interiore, vado esprimendo i significati dei miei sentimenti.) L'amore, come si vedrà, fu il tema dominante e il motivo ispiratore dei poeti siciliani e toscani, trama di base per cantare la vita e i sentimenti dell'uomo.

    I canzonieri

    Da un florilegio siciliano derivò certamente il primo canzoniere toscanizzato e da questo le tre più famose antologie, quali ci sono state tramandate dal canzoniere Laurenziano Rediano, pisano, che contiene una raccolta guittoniana, i poeti siculi-toscani e gli stilnovisti, il canzoniere Palatino (B.R. della Nazionale di Firenze), lucchese, in cui è ordinata in sezioni metriche (canzoni, ballate, sonetti) una vasta produzione che va dai siciliani agli stilnovisti, infine il canzoniere Vaticano lat. 3793 che racchiude un ricchissimo repertorio di testi poetici ed è l'unica fonte che dispone in ordine cronologico le testimonianze dei siciliani. In definitiva con la poesia siciliana trapiantata in Toscana si venne a creare un processo culturale assai importante per la nostra tradizione poetica e letteraria, sia a livello linguistico, come prima esperienza di linguaggio illustre, sia a livello lirico, come formazione di quell'orientamento ritmico e musicale che stilisticamente avrebbe poi caratterizzato tanta poesia futura.

    L'amore e la vita quotidiana

    Si possono distinguere essenzialmente due temi nella poesia della Magna Curia di Federico TI, intorno ai quali si raggruppano tutti gli altri, anche occasionali: l'amore e la vita quotidiana popolare. Il primo, discendendo direttamente dalla tradizione cortese, si prestò a quel modello di lingua aulica ed illustre che vollero creare i dotti poeti siciliani, notai o giuristi o retori, che fossero. Il secondo, venne configurandosi in forma e stile popolare, tendendo ad esprimere gli atteggiamenti, i comportamenti e i costumi dei rapporti tra uomini e donne del popolo, anche nei loro risvolti sociali e ambientali.

    I contrasti

    A seconda dei temi si differenziò lo stile, perché si differenziarono gli autori e la loro estrazione di ceto, venendosi a determinare diversi modi di comporre e diversi tipi di componimento. Fu il grande exploit della canzone, come forma compositiva di base, ma si distinsero i cosiddetti « contrasti», come canzoni particolari, istituite su dialoghi e interlocutori, chiamati in causa per recitare e inscenare un vero e proprio controcanto di parte (si veda il famoso Contrasto di Cielo d'Alcamo). Interessante è inoltre il repertorio semantico che tiene dietro al tema dell'amore mettendo in moto un registro linguistico che attiene all'area cortigiana e quindi gentilizia, con l'uso di espressioni che hanno come referenti le virtù e le qualità morali (la nobiltà, la gentilezza, la dolcezza, la purezza, il desiderio, il piacere-piacimento, la compostezza degli atti esterni), oppure le qualità fisiche che inevitabilmente rimandano al paragone con la Natura (i colori della carnagione e dei capelli, la luminosità dello sguardo e del volto, elementi che richiamano la primavera e la bellezza del contesto naturale in cui la donna è inserita), o al parallelo con la pittura e la tavolozza (si ritrova frequente il riferimento alla trasposizione dell'amata in immagine, o figura, che l'amante contempla e vagheggia).

    Gli stilemi

    Accanto alle aree semantiche, degni di nota sono i singolari stilemi che si sono affermati nell'uso: disio, guardo, foco, doglia, piacimento, mia donna, ghiora (gloria), consolamento, vertute, beltate, sprendore (splendore), spirto, sollazzo e molti altri, presenti anche tra i verbi, come aggio (ho), veggio, pingere, distringere e così via.

    Le forme metriche

    Tra le forme caratteristiche dal punto di vista metrico, si affermarono il sonetto e la canzone: il sonetto secondo uno schema bipartito, in un ottastico (costituito da quartine) e in un esastico (costituito da terzine); la canzone si configurò per stanze isolate, in base al modello prevalentemente provenzale, adottato dai trovatori, che si prestava in particolare alla tenzone (o contrasto). Il sonetto si formalizzò subito in regole fisse attraverso la lezione di Giacomo da Lentini, che lo determinò con ferrei criteri, nella misura sillabica (versi tutti endecasillabi), nel numero dei versi (quattordici senza code), nella disposizione delle rime (schema alternato, ABC, ABC, ABA, BAB). Anche nel contenuto i due tipi di componimento si differenziarono: il sonetto si prestò felicemente al dibattito dottrinario, alla trattazione moraleggiante, alle definizioni dell'amore e della nobiltà; la canzone, nata con stanze solitarie, nella tradizione provenzale, perché i trovatori potessero corrispondere tra loro, continuò sotto l'aspetto della tenzone, quella sua impostazione iniziale di mezzo di corrispondenza, ma assunse anche altri caratteri, soprattutto lirici, che la resero più tardi il più alto schema metrico-compositivo della nostra lirica, a partire da quella petrarchesca. Fu Giacomo da Lentini a promuovere la canzone come componimento adatto all'effusione sentimentale amorosa, staccandolo dal modello provenzale e organizzandolo con stanze bipartite in fronte (suddivisa in due piedi) e sirma con autonomia dell'una rispetto all'altra e congedo finale. Quest'ultimo divenne nel tempo sempre più indispensabile, come messaggio del poeta affidato alla stessa poesia; infatti nel commiato, alcune volte l'autore si rivolgeva alla canzone medesima, per raccomandarle ciò che gli stava a cuore, per esempio di recarsi dalla donna amata; altre volte veniva inventato il nome di uno spiritello o di un folletto (come nella canzone di Rinaldo d'Aquino, Già mai non mi conforto, in cui compare un certo Duccetto o Dolcetto), sotto le cui sembianze si nascondeva l'autore, perché la formula del congedo risultasse più verisimile col rivolgersi ad un interlocutore che si facesse intermediario o messaggero nei confronti dei destinatari della poesia.

    Bibliografia

    • I poeti della Magna Curia siciliana. Laterza, Bari, 1961.

    • Il movimento siculo-toscano, in Letteratura Italiana: l'età medievale, Einaudi, Torino, 1988.

    • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

    Visualizza tutto

    22 giugno 2010

    Generi Letterari e scrittori italiani del Duecento

      La letteratura italiana si sviluppa solo nel Duecento, in ritardo rispetto alle altre esperienze letterarie europee, per diversi motivi storici e culturali. Essa nasce contemporaneamente in regioni geografiche assai distanti e realizza ideali e spiritualità attraverso opere e Personaggi molto diversi tra loro; si caratterizza per una continua evoluzione ditemi e di generi, dei quali molti si innestano sul patrimonio culturale dei secoli precedenti. Il volgare si impone per opera della borghesia, impegnata nelle attività comunali, finanziarie e mercantili, e per l'impulso dato da notai e giudici, costretti dalla pratica professionale a usare la nuova lingua oltre al latino.

      Prosa

      La prosa in volgare nasce a Bologna e in Toscana; continua comunque anche la produzione di testi colti in latino e di sporadiche opere in francese, secondo una moda letteraria che sta declinando. Nell'età comunale hanno particolare diffusione le cronache, i resoconti di viaggio e la novellistica, generi destinati alla nuova società che, dopo lunghi secoli di analfabetismo o di tradizione culturale orale, si mostra avida di conoscenza. La narrativa e la trattatistica ricevono un notevole impulso dall'opera di Dante, con la Vita Nuova e il Convivio, offre un chiaro esempio di prosa illustre; subito dopo, Boccaccio testimonia col Decameron caratteristiche linguistiche di immediatezza e di espressività.

      Nel Medioevo spesso la narrazione storica attribuisce gli avvenimenti alla volontà provvidenziale di Dio, per cui le storie hanno il sapore di leggende, cioè di rielaborazioni fantasiose, oppure sono cronache, vicine all'esperienza diretta dei lettori. Queste ultime, assai numerose nell'età comunale, sono redatte in latino e in volgare ed evidenziano una particolare attenzione ai fatti contemporanei e alle vicende politiche interne delle singole città.

      A Milano rappresenta bene gli eventi e gli atteggiamenti della classe media Bonvesin da la Riva (1240 ca-1313 ca), frate laico dell'Ordine degli Umiliati e insegnante di latino. Nel 1288 compone un trattato e panegirico in latino, Le meraviglie di Milano, personale rappresentazione storica, economica e sociale della città, travagliata dalle lotte tra i Visconti e i Torriani, che insidiano la libertà comunale. Sempre in latino, ma con forti accenti padani, è la Cronica del francescano Salimbene de Adam, parmense, che registra con tono arguto gli avvenimenti e i personaggi dal 1221 al 1287.

      Dal sec. XII Firenze diventa un importante centro culturale e teatro di lotte politiche e sociali. Queste sono diffuse in opere storiografiche che cercano di superare il genere della cronaca cittadina per diventare documentazione di fatti reali, economici e politici che coinvolgono più città e ai quali spesso gli autori partecipano in prima persona. La Storia fiorentina è la prima in volgare ed è attribuita a Ricordano Malispini che rievoca le vicende della sua città dalle favolose origini fino al 1286; l'opera viene poi continuata da altri. E in tre libri la Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi di Dino Compagni (1255-1324) — guelfo fiorentino di parte bianca — che in uno stile concitato, violento e polemico, racconta le vicende della sua città dal 1280 all'impresa di Arrigo VII in Italia (1312). La sua Cronica dimostra interesse storico, morale e religioso; è l'opera di un educatore politico che indica ai fiorentini un alto modello di vita civile, ma l'autore non può narrare serenamente, perché gli avvenimenti storici hanno travolto la sua vita e distrutto i suoi ideali.

      Dodici sono i libri della Cronica di Giovanni Villani (morto durante la peste del 1348), anch'egli fiorentino, ma guelfo di parte nera. L'opera è notevole perché i fatti sono narrati e giudicati con imparzialità, ordine, esattezza e ricchezza di informazioni economiche, finanziarie, demografiche. Lo stile pacato e analitico è dovuto a una visione provvidenziale e finalistica della storia.

      La Cronica di Anonimo romano (che comprende la Vita di Cola de Rienzo) è redatta in volgare romanesco e narra le vicende tra il 1325 e il 1357. Lo stile è asciutto, gli avvenimenti sono descritti senza tensione morale, ma con comprensione per le azioni umane e con un'implicita condanna della corruzione degli ecclesiastici. Martino da Canale nella Cronaca dei veneziani (Croniques des Veniciens) narra in francese la storia della sua città dalle origini al 1275.

      Sono in volgare e hanno un fine pratico il Libro dei banchieri fiorentini (1211), il Fiore di retorica di Guidotto da Bologna, il Libro della composizione del mondo di Ristoro d'Arezzo. Guido Faba con la Gemma purpurea (1240) e i Parlamenti ed epistole presenta eleganti modelli di lettere e discorsi in volgare, accanto a esempi di retorica latina.

      Vicina alla lingua parlata è la prosa di alcuni romanzi di grande successo ispirati alla letteratura bretone: la Tavola Rotonda di un anonimo fiorentino della fine del Duecento e Il re Meliadus di Rustichello da Pisa, in lingua franco-veneta.

      In francese è composto il Milione del veneziano Marco Polo (1254-1324), il quale nel 1298 detta a Rustichello da Pisa, in un carcere genovese, un resoconto del suo viaggio e del soggiorno in Cina, durati ventiquattro anni. Gli usi e i costumi asiatici e la personalità del Gran Khan sono descritti in modo realistico, con gli occhi di un mercante che analizza dal proprio punto di vista, occidentale e cristiano, il mondo orientale, tanto lontano dalla cultura e dall' etica medievali. Novelle e racconti godono del favore del pubblico; il Libro dei sette savi e le Mille e una notte, traduzioni di testi orientali, ispirano l'anonimo autore del Novellino (che risale alla fine del Duecento). Questi elabora con cura stilistica e destina a un pubblico di 'cuori gentili e nobili', motti di spirito e brevi racconti, ambientati in un mondo fiabesco di azioni cortesi, di strani amori e di leggende. La grande diffusione della raccolta è testimoniata dalle numerose edizioni a stampa (sec. XVI).

      La tematica religiosa è ispirata da appassionato ardore; molti predicatori e mistici si impegnano in opere che tendono alla persuasione morale, oppure offrono meditazioni sulle miserie del mondo, sulle pene dell'inferno e sull'esaltazione del Paradiso. Sono in latino le Prediche per le domeniche e le festività di Sant'Antonio da Padova (1195-1231) che esprimono un fervore aspro, molto diverso dall'ascetismo francescano che invece è celebrato nei Fioretti di San Francesco. Quest'opera è il volgarizzamento di un testo latino duecentesco con proposte di esempi di evangelica povertà e visioni idealizzate dell'esistenza.

      Infine Santa Caterina da Siena (1347-80) si dedica all'assistenza ai poveri e ai lebbrosi, osserva serenamente la vita degli uomini, predica la pace tra gli Stati e in modo accorato sollecita il ritorno del Papato in Italia (infatti Gregorio XI nel 1377 lascerà Avignone). Il suo Epistolario è ricco di testimonianze: lettere indirizzate ai politici del tempo su riflessioni ascetiche e richiami spirituali, in uno stile talora elevato, talora colloquiale. Conclude la sua esistenza terrena con l'opera mistica Dialogo della divina Provvidenza (1378).

      Poesia

      Il Duecento presenta una grande fioritura di composizioni poetiche che risentono dell'atmosfera culturale provenzale: attraverso l'opera dei trovatori e dei giullari le letterature in lingua d'oc e d'oil diventano modello per i temi e gli schemi metrici e formali; nella nostra produzione si abbandona l'accompagnamento musicale, a esclusivo vantaggio della parola. La poesia italiana è caratterizzata da una grande vivacità di contenuti e forme: l'amor cortese e la vita popolare ricorrono in numerose composizioni; in Umbria una profonda spiritualità è espressa nel Cantico di San Francesco; in Sicilia Giacomo da Lentini elabora il sonetto per raffinate liriche; a Bologna e in Toscana si pongono le basi dello Stilnovo, in cui Dante troverà ispirazione.

      San Francesco (1181-1226) figlio di un ricco mercante, vive una giovinezza allegra in un ambiente sfarzoso, fino alla crisi spirituale. Nel 1206 rinuncia ai beni paterni di fronte al vescovo d'Assisi e si dedica alla cura dei lebbrosi; il suo esempio è imitato da numerosi seguaci e organizza secondo una Regola approvata da Innocenzo III nel 1210. Due anni dopo è istituito l'Ordine francescano femminile delle Clarisse e Francesco riceve in dono il monte della Verna che diviene luogo di eremitaggio. Hanno inizio quindi le sue missioni religiose in Europa e in Africa; nel 1219 è in Siria e Terra Santa, dove incontra il sultano. Tutta la vita è improntata alla presenza concreta del Vangelo (sua è l'invenzione del presepio) e alla scelta della povertà vissuta come condizione naturale. Nel 1224 riceve le stimmate e poco prima della morte compone in volgare umbro il Cantico delle creature (o Lauda o Laudes creaturarum

      o Cantico di Frate Sole), preghiera in prosa ritmica, che presenta una serie di versi di lunghezza variabile e collegati da assonanze. La Lauda ha un alto significato ideale e l'ardore che la anima è mistico: l'uomo diventa umile, si sente unito a tutte le creature e si confonde con la natura, lasciando ogni orgoglio e innalzando a Dio un cantico d'amore. La Terra, disprezzata e fuggita dagli asceti medievali, è per Francesco il dono di Dio all'uomo; il Creato è la Sua orma ed è guardato dal Santo con gratitudine e stupore giocondo.

      Il genere della lauda (componimento poetico in volgare di argomento religioso, sorto in Umbria nel Duecento) è assai diffuso nel sec. XIII. Tra gli autori emerge Jacopo de' Benedetti, detto fra' Jacopone da Todi (1230-1306), notaio, che in seguito a una crisi spirituale lascia la professione. Dopo aver trascorso dieci anni di penitenza, umiliandosi e vagando come mendicante, entra nel 1278 nell'Ordine francescano ed è vicino al gruppo più intransigente degli Spirituali. Jacopone svolge una dura polemica contro la corruzione della Chiesa e si oppone all'elezione di Bonifacio VIII che lo scomunica e lo fa imprigionare. Riottiene la libertà e la revoca della scomunica solo tre anni prima della morte da papa Benedetto XI. Gli viene attribuito l'inno sacro latino Stabat mater e un centinaio di laude in cui, maledicendo con violenza i vizi umani ed elogiando le virtù ascetiche, fa emergere il suo temperamento estremista. In O iubelo del core esalta l'amore mistico; Omo, mittete a pensare è una sarcastica visione del mondo; Donna de Paradiso è un dialogo drammatico in cui è rievocata la crocifissione di Gesù e il dolore struggente della Madonna.

      Numerosi Laudari (raccolte di laude) sono di autori sconosciuti e testimoniano la fede e la devozione popolari. Molte composizioni sono dialogate come piccoli drammi (laude drammatiche) e recitate nelle ricorrenze cristiane; costituiscono le forme embrionali del teatro religioso, dalle quali deriveranno le sacre rappresentazioni.

      La poesia d'arte italiana si sviluppa intorno al 1230 in Sicilia, presso la corte — Magna Curia — di Federico a di Svevia che qui realizza la Scuola siciliana, un centro di cultura frequentato da intellettuali cristiani, ebrei e musulmani. In questo ambiente signorile e raffinato si adotta il volgare per rielaborare i temi della poesia provenzale, della quale si ripetono motivi e immagini escludendo però i riferimenti alla società e alla cronaca. La donna, oggetto di devozione cavalleresca, è descritta come un essere superiore, distaccato e perfetto, al quale il poeta si inchina con atteggiamento umile. I poeti della Scuola siciliana (tra cui lo stesso sovrano, nobili, burocrati e funzionari colti) sono lontani dalla genuina ispirazione dei trovatori provenzali, ma le loro composizioni testimoniano l'impegno a produrre liriche elaborate nei temi e nelle forme. La lingua poetica utilizzata è il volgare siciliano illustre, che riprende il lessico latino e le forme provenzali: il tentativo di creare una lingua letteraria e di cultura, pur mantenendo elementi dialettali. Tuttavia i testi si diffonderanno non nella forma originale, ma in copie toscanizzate.

      Jacopo da Lentini, notaio di corte (di cui si hanno documenti nel 1233-40), è il caposcuola della lirica d'arte. Sperimentatore del sonetto, è un poeta raffinato e ricercato nel descrivere la figura femminile, che appare bionda, dall'incarnato chiaro e dallo sguardo luminoso, ma distaccata e lontana dall'amore, come nella canzonetta Meravigliosamente.

      Pier della Vigna (1190 ca- 1249), notaio e segretario di Federico II, celebrato da Dante nel canto XIII dell'inferno, compone in volgare le poesie amorose, ma in latino scrive lettere stilisticamente raffinate. Rinaldo d'Aquino nella canzonetta Già mai non mi conforto esprime il dolore di una fanciulla per la partenza dell'uomo amato al seguito della crociata. Intensa è l'attività letteraria tra il 1243 e il 1280 del giudice messinese Guido delle Colonne, autore della lirica amorosa Gioiosamente io canto e di canzoni di impegno dottrinale.

      Stefano Protonotaro lascia Pir meu cori alligrari l'unica canzone conservata integralmente nell'originale siciliano, senza alcuna alterazione dovuta ai copisti toscani. Le forme e i temi siciliani vengono continuati e arricchiti in Emilia e Toscana, nei modi tipici del realistico linguaggio quotidiano.

      Guittone d'Arezzo (1235-94) è un guelfo impegnato nell'attività politica; quando il suo partito viene sconfitto, entra nell'Ordine dei Cavalieri di Santa Maria e si dedica alla letteratura. La produzione poetica segue le fasi della sua vita: una parte delle Rime è costituita da composizioni d'amore ispirate ai temi provenzali e siciliani, elaborate prima della conversione; dopo la sconfitta di Montaperti si dedica ad argomentazioni politiche, morali e religiose, nelle quali, innalzandosi a giudice, inveisce contro la corruzione e la decadenza della società.

      Appare nella seconda parte del Duecento la manifestazione più alta e matura della lirica: il dolce stilnovo, così definito da Dante nel canto XXIV del Purgatorio. Il termine Stilnovo indica un modo esclusivamente spirituale di intendere l'amore e un nuovo canone stilistico e artistico. L'espressione dantesca dolce definisce una lirica che raffigura l'amore spiritualizzato e interiorizzato attraverso uno stile terso e musicale, in contrapposizione allo stile aspro e sottile della poesia didattica e dottrinale.

      Di questa raffinata scuola poetica sono profondamente innovativi il concetto di amore, la rappresentazione della donna, la poetica e lo stile; tutti elementi che, pur ereditati dalla lirica cortese, vengono rielaborati con una più accentuata spiritualizzazione. Si dissolvono infatti gli aspetti materiali dell'amore, il quale diventa lo strumento di elevazione verso Dio (salvo che per Cavalcanti): l'uomo è coinvolto in un continuo processo teso al raggiungimento della perfezione morale. L'uomo innamorato è illuminato dalla donna, nella quale risplende l'intelligenza di Dio. La bellezza femminile è la rivelazione esteriore di profonde virtù, è la bellezza dell'anima che si manifesta nello sguardo; la donna-angelo perde quindi le connotazioni fisiche e sensuali, il suo saluto è un dono d'amore e un conforto. Questa bellezza spirituale è compresa dai 'cuori gentili', i soli che possono intendere la nobiltà e la spiritualità dei sentimenti. Per gli stilnovisti infatti la nobiltà è una virtù morale individuale e non indica una condizione sociale di nascita privilegiata e vissuta con orgogliosa superiorità.

      L'iniziatore dello Stilnovo è Guido Guinizelli (1240 ca-76), bolognese, giurista, impegnato politicamente nella fazione ghibellina e morto in esilio. La canzone Al cor gentil rempaira sempre amore è considerata il manifesto della nuova poetica nella quale si celebrano la donna-angelo e la nobiltà (identificata nella gentilezza); oltre a questi valori il poeta descrive gli effetti del saluto dell'amata nel sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare.

      Il nuovo stile passa ben presto da Bologna a Firenze, dove si costituisce un piccolo cenacolo di autori i cui maggiori esponenti sono Dante, nei suoi anni giovanili, i suoi amici Cavalcanti e Lapo Gianni.

      Guido Cavalcanti (1260ca-1300) è nobile, di cultura raffinata; impegnato tra i Guelfi bianchi e politicamente intollerante, pur essendo amico di Dante viene da lui esiliato nel 1300, allo scopo di favorire la pace politica. Il dolore per la lontananza dagli affetti è descritto nella ballata Perch'i' no spero di tornar giammai. Nelle sue poesie l'amore è non solo mezzo di elevazione, ma anche forza tragica che sconvolge la vita dell'uomo. Il tema della canzone Donna me prega è difficile: la donna ha una forza magica che costringe l'uomo a 'servire'; la passione è violenta e irrazionale, per cui il poeta rimane 'dubbioso' e 'distrutto' dall'esperienza amorosa.

      L'intensa attività lirica di questi secoli non si limita a esprimere temi spirituali, ma si accosta anche alla realtà cogliendo gli aspetti popolari, volgari e burleschi della quotidianità plebea. La poesia comico-realistica in volgare continua la tradizione che risale ai giullari, ai clerici vagantes, alle composizioni latine della goliardia universitaria.

      Rustico Filippi, morto alla fine del sec. XIII, è tra gli iniziatori del genere scherzoso, testimoniato da sessanta sonetti amorosi o burleschi: allo stile indignato e sarcastico accosta momenti di umanità e di malinconia.

      Cecco Angiolieri, nato nel 1260 in una nobile famiglia di banchieri senesi, conduce una vita dissipata e irrequieta, narrata in una novella del Boccaccio (Decameron IX, 4). La realtà della sua vita quotidiana è presente nei sonetti, nei quali, con grande abilità stilistica, selezionai temi dello Stilnovo e della lirica amorosa parodiandoli e dissacrandoli: in Becchin' amor! Che vuo', falso tradito? alla donna-angelo contrappone la volgare figlia di un cuoiaio. In Tre cose solamente m 'enno in grado esalta la donna sensuale, taverna, il gioco. Al padre e alla madre, accusati di essere avari e di condurre una vita morigerata e cristiana, sono indirizzate invettive ciniche e apocalittiche in S'i' fosse foco, arderei 'i mondo.

      Folgére da San Gimignano intorno al 1309 compone Corona dei mesi, una serie di sonetti nei quali invita una lieta brigata di nobili cortesi a divertimenti e piaceri appropriati a ciascun mese dell'anno.

      Il genere realistico è rappresentato in Sicilia nel sec. XIII da Cielo d'Alcamo che nel contrasto (componimento in forma di dialogo) Rosa fresca aulentissima descrive il dialogo tra un cavaliere e una donna che dapprima si oppone, ma con poca convinzione, poi cede alle proposte amorose dell'intraprendente corteggiatore.

      Letteratura didattico-allegorica

      In Toscana si sviluppa anche la letteratura didattico-allegorica, che tratta in volgare temi morali e religiosi, immaginari viaggi nell'Aldilà e visioni mistiche. In questo genere è evidente l'influsso della cultura francese, soprattutto del Romanzo della Rosa che costituisce un riferimento importante anche per la Divina Commedia di Dante. A quest'ultimo viene anche attribuito il Fiore, una collana di sonetti che rielabora liberamente il Romanzo della Rosa. Contemporaneo è l'Intelligenza, poema allegorico anonimo in cui è descritto un meraviglioso palazzo orientale (allegoria del corpo umano) governato da una bellissima Madonna: l'Intelligenza.

      Il principale erudito toscano è Brunetto Latini (1220 ca-94), notaio, guelfo, impegnato nella vita politica fiorentina, che Dante rievoca nel canto XV dell'Inferno. Latini, maestro di Dante ('cara e buona immagine paterna') è un uomo di vastissima cultura che insegna 'come l'uom s'etterna' attraverso le opere. Dopo la sconfitta di Montaperti (1260) si stabilisce in Francia e compone in lingua d'oiI il Trésor, un'enciclopedia in prosa d'astronomia, geografia, filosofia morale, retorica, politica ed economia. La materia del testo è poi ridotta in un poema allegorico in volgare toscano, conosciuto come Tesoretto, al quale segue il poemetto Favolello, consigli pratici e precetti morali in forma di epistola sull'amicizia.

      Bibliografia

      • I poeti del Duecento. Ricciardi, Milano-Napoli, 1960.

      • Poesia dell'arte cortese, Accademia, Milano, 1961.

      • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

      Visualizza tutto

      16 giugno 2010

      Breve storia della letteratura italiana


      La letteratura italiana nasce solo nel XIII sec., in ritardo rispetto ad altre letterature europee, ma con caratteristiche di compiutezza. Il ritardo è dovuto alla forza di conservazione del latino come lingua dotta che ostacola, in Italia, l'affermarsi del volgare come lingua di cultura.

      Le origini e il Medioevo

      Le prime espressioni compiute della letteratura italiana risalgono all'inizio del sec. XIII, in un contesto culturale caratterizzato dall'imponente produzione in latino (per l'attività delle università), dall'influenza delle letterature francesi e dalla vitalità linguistica della società comunale. Il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi fece tesoro della tradizione biblica mentre le opere dei poeti della Scuola siciliana, tra cui primeggia lacopo da Lentini, si ispirarono direttamente alla lirica provenzale. Dopo la morte di Federico Il 250), promotore delle arti e delle lettere nell'Italia meridionale, la produzione letteraria di maggior rilevanza nacque nell'ambito dei comuni dell'Italia centro-settentrionale. soprattutto in Toscana, ove vissero Guittone d'Arezzo e Brunetto Latini; furono centri importanti anche Milano con Bonvesin da la Riva, il Veneto con Giacomino da Verona e lo Studio padovana, e Bologna, per 'Università, la scuola di retorica di G. Fava e la figura di G. Guinizelli. l'iniziatore di un "nuovo stile". Lo stilnovo fiorì a Firenze a opera di giovani poeti. tra cui Guido
      Cavalcanti e Dante Alighieri, i quali imposero il sistema simbolico stilnovista quale modello fondamentale della lirica italiana. Il percorso culturale di Dante si ampliò mirabilmente: dagli esordi stilnovisti della Vita nuova e delle Rime, attraverso il Convivio, il De Vulgari Eloquentia e la Monarchia, egli giunse alla pienezza creativa della Commedia, opera che costituisce una "summa" culturale del Medioevo e il cui alto valore poetico trasformò di fatto il volgare fiorentino nella lingua letteraria italiana. Dopo Dante due altri grandi scrittori resero illustre il sec. XIV: F. Petrarca e G. Boccaccio. Il primo, che aspirava a ottenere la gloria con le opere in latino (specialmente con il poema Africa), conseguì gli esiti poetici più alti nel Canzoniere, in cui rappresentò con raffinata armonia la propria dimensione psicologica rielaborando i simboli dello stilnovo. Il secondo, traendo spunto dalla tradizione novellistica toscana, rappresentata dal Novellino, la esaltò con la propria efficacia narrativa: nacque il Decameron, primo capolavoro della prosa italiana, al cui centro sta la vita intensa e polimorfa del mondo mercantile.

      L 'umanesimo e il Rinascimento

      Petrarca e Boccaccio espressero anche un nuovo interesse per la classicità, interpretata nei secoli precedenti alla luce della cultura cristiana medievale. Alla fine del sec. XIV e per tutto il successivo, gli ideali classici della virtù terrena della bellezza e del piacere, dell'uomo artefice della propria fortuna e signore della natura assunsero una straordinaria importanza per opera di intellettuali come C. Salutati, P. Bracciolini, L. Valla, L. B. Alberti, P. della Mirandola, M. Ficino e A. Poliziano. Essi diedero impulso al lavoro filologico di scoperta dei testi latini, e greci, e al loro emendamento. La diffusione di opere fino ad allora sconosciute portò a un cambiamento di gusto anche in campo linguistico, tanto che nella prima metà del sec. XV si ebbe una prevalenza del latino come lingua letteraria. Nella seconda metà del secolo tornò in auge il volgare, che venne utilizzato nelle opere più significative: le Stanze per la giostra di A. Poliziano, il Morgante di L. Pulci, l'Orlando innamorato, di M. M. Boiardo, l'Arcadia e le Rime di I. Sannazaro. La morte di Lorenzo de' Medici (1492) e l'inizio delle invasioni straniere mutarono bruscamente il quadro politico, ma non interruppero la fioritura artistica italiana, che anzi all'inizio del sec. XVI giunse a uno dei momenti più significativi di tutta la sua storia. Tre furono le figure salienti di questi decenni: Machiavelli, che nel Principe espone la teoria dello Stato moderno e delinea il profilo dell'uomo "prudente e virtuoso" (esemplificato anche, in chiave diversa, nella Mandragola); Ariosto, creatore, nell'Orlando Furioso, di uno straordinario mondo di avventure e di fantasia, in cui è messa in risalto con lucidità e ironia la condizione di follia dell'uomo imprigionato nei propri desideri; P. Bembo, che nelle Prose della
      volgar lingua sancì la nascita ufficiale della lingua italiana, assumendo come tale quella di Petrarca e di Boccaccio. Oltre a questi autori ebbero rilevanza anche B. Castiglione, noto per Il cortigiano, F. Guicciardini, autore della lucida Storia d'Italia, il commediografo P. Aretino e F. Berni, poeta satirico. A. Beolco scrive commedie in pavano sulla figura del contadino Ruzante, mentre T. Folengo compone in latino maccheronico il fantasioso poema Baldus. Il '500 inoltre si caratterizzò per una crescente tendenza alla definizione normativa dei generi letterari, accogliendo modelli proposti dalla Poetica di Aristotele, soprattutto per il teatro, e rifacendosi a Petrarca nella lirica, In questo quadro emersero anche le poetesse V. Colonna e G. Stampa.

      L'età della Contro riforma e il Seicento

      Nella seconda metà del '500 il clima culturale italiano cambiò a causa dello scontro che oppose la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti, col conseguente controllo ideologico esercitato dall'apparato ecclesiastico sull'attività culturale. Si diffuse un clima di incertezza e di sospetto: ne venne coinvolto anche Torquato Tasso, autore della Gerusalemme liberata, poeta dell'inquietudine, delle atmosfere cariche di mistero. Altri furono colpiti direttamente dall'inquisizione: Galilei venne costretto all'abiura (1632) delle dottrine scientifiche esposte nel Saggiatore e nel Dialogo dei massimi sistemi; T. Campanella, autore della Città del sole, fu imprigionato per trent' anni; il filosofo G. Bruno venne arso vivo (1600). In aperto contrasto con la Chiesa di Roma è anche P. Sarpi, autore dell'Istoria del concilio tridentino. Il carattere prevalente nella letteratura del '600 è però un gusto per l'eccessivo, il teatrale e la ricerca di strumenti capaci di rappresentarlo: la letteratura del barocco si realizza in maniera esemplare nel poema Adone (1623), di dimensioni gigantesche e dalla trama quanto mai esile, opera di G. B. Marino, il cui credo poetico è riassunto nell'affermazione che "è del poeta il fin la meraviglia". Attorno a Marino si raccolse un folto gruppo di imitatori, tra cui C. Achillini, Ciro di Pers, G. Artale; più defilato è A. Tassoni, autore di un riuscito poema eroicomico, La secchia rapita, mentre in dialetto napoletano scrissero G. C. Cortese e di G. B. Basile. Una poetica decisamente antibarocca fu invece espressa da G. Chiabrera e da F. Testi: rifacendosi agli esempi dei classici, specialmente di Orazio, proposero una poesia capace di esprimere aspetti psicologici raffinati tramite un lessico controllato.

      Il Settecento

      A costoro e alla elaborazione linguistica della prosa scientifica fece riferimento l'esigenza di razionalità che si affermò alla fine del '600; a essa attinse l'Arcadia, fondata nel 1690 da V. Gravina, caratterizzata da uno stile lezioso, ma anche da una certa capacità di indagine psicologica. La figura più rappresentativa fu P. Metastasio, la cui opera teatrale pose il fondamento perla produzione melodrammatica del primo '700. Nella ricerca storica e filosofica invece svolsero una funzione importante A. Muratori e G. B. Vico. Il primo fu il fondatore della moderna storiografia su basi documentarie; il secondo espose nella Scienza nuova (1744) una filosofia della storia destinata ad aver grande peso nella cultura italiana del sec. XIX. Verso la metà del '700 anche in Italia si diffusero le nuove idee illuministiche, a Napoli per opera di A. Genovesi e M. Pagano, a Milano soprattutto attraverso la rivista "Il Caffè", curata dai fratelli Verri, sulle cui pagine C. Beccaria pubblicò il saggio Dei delitti e delle pene. La cultura illuminista trovò un valido esponente in G. Panni, autore del poemetto Il Giorno, satira della nobiltà ottusamente attaccata ai suoi secolari privilegi. Anche il teatro venne investito da un rinnovamento: Goldoni a Venezia riformò la commedia in senso borghese; Alfieri rinvigorì la tragedia portando sulla scena la passione, l'odio per ogni forma di tirannide, il senso della solitudine dell'individuo.

      L'Ottocento

      La rivoluzione francese (1789) e il dominio napoleonico cambiarono la storia d'Europa: i valori di libertà, di nazione e di popolo influenzarono le tematiche della letteratura e gli scrittori, sempre più attenti a cercare un rapporto con il pubblico. Due diverse correnti artistiche si susseguirono negli anni tra i due secoli: il neoclassicismo e il romanticismo. Il primo si fondò sul concetto che, in opposizione al disordine del mondo, l'arte è armonia, imitazione di un ideale di bellezza già compiutosi storicamente nell'arte greca. Il neoclassicismo ebbe in Italia due interpretazioni: V. Monti indicò come compito del poeta ornare il presente con i miti, le immagini, il linguaggio del passato, mentre U. Foscolo, nei cui versi si avvertono motivi della nuova sensibilità romantica, elevò la bellezza a valore perenne, ideale "illusione" capace di riscattare la bruttura del presente, nel quale il poeta si sentiva dolorosamente in esilio. Il romanticismo mosse dal presupposto dell'identità tra vita e arte; il poeta, come teorizzò G. Berchet nella Lettera semiseria, esprime i sentimenti in una forma che ne esalti l'intensità ma in una lingua riconoscibile come propria anche dal lettore. Questa concezione venne realizzata da C. Porta e A. Manzoni: il primo, usando il dialetto, rappresentò l'intensa vita di Milano, mentre il romanziere utilizzò nei Promessi sposi una lingua media comune con cui anticipò le esigenze del nascente Stato italiano. Altri scrittori romantici sono L. Di Breme, T. Grossi, N. Tommaseo, I. Nievo e G. G. Belli, che al popolo romano innalza un vero monumento letterario; a parte, solitario nella sua grandezza, G. Leopardi espresse mirabilmente un intenso sentire poetico, in sorprendente consonanza con le più alte forme del pensiero europeo, grazie a un linguaggio di sorprendente limpidezza e nuova perfezione stilistica. La conclusione del Risorgimento (1861), alle cui lotte molti letterati avevano partecipato, lasciò un senso di delusione, che si concretizzò sia nel disimpegno della "scapigliatura" che nel classicismo critico di G. Carducci, poeta-simbolo del secondo '800, periodo in cui si sviluppò anche la poetica verista, preannunciata dal critico e storico letterario F. De Sanctis ed espressa da autori come L. Capuana e soprattutto G. Verga, narratore, nei Malavoglia (1881), e in Mastro don Gesualdo, del dramma dei "vinti", schiacciati da un progresso dai contorni dolorosi e contraddittori.

      Il decadentismo e il Novecento

      Intanto in Europa si formò una nuova sensibilità poetica sulle orme di Baudelaire e di Rimbaud, che trovò in Italia interpreti significativi in due poeti che per vie diverse diedero inizio alla poesia del '900: G. Pascoli, che trasformò in pregnante simbolismo le angosce profonde del proprio animo, e G. D'Annunzio, esteta portato all'esibizione, ma anche creatore e interprete del gusto di un vasto pubblico. Nello stesso arco di tempo acquistarono grande importanza la filosofia di B. Croce e la sua concezione estetica della letteratura come valore autonomo, destinata ad avere una grande influenza. All' inizio del nuovo secolo si affermarono anche interessanti movimenti letterari: tale è la poesia crepuscolare, il cui esponente più significativo fu G. Gozzano, e tale è il futurismo, espressione più vistosa di una diffusa esigenza di ripensare la funzione e gli strumenti dell'arte in una società industriale. Questa problematica ricevette una terribile conferma dallo scoppio della prima guerra mondiale: lo comprese subito R. Serra (Esame di coscienza di un letterato, 1915) e ne trassero le conseguenze più coerenti G. Ungaretti, che in Allegria di naufragi (1919) creò un nuovo spazio poetico retto da sottili fili analogici lontani dalla struttura logico-sintattica tradizionale, L. Pirandello, che nei Sei personaggi in cerca d'autore (1921) nega la stessa funzione comunicativa della parola, e Svevo, che nel romanzo La coscienza di Zeno (1923) spezza la continuità del tempo narrativo dando voce sulla pagina alle esigenze dell'inconscio. Notevoli anche gli apporti di narratori come F. Tozzi, G. Borgese e R. Bacchelli e di poeti come D. Campana, C. Rebora, C. Sbarbaro, V. Cardarelli e soprattutto U. Saba, la cui poesia, fatta di parole comuni, seppe scandagliare in profondità l'inquietudine dell'uomo del '900. Lo scontro politico che infiammò gli anni del dopoguerra, cui parteciparono come protagonisti P. Gobetti e A. Gramsci, si concluse con I' instaurarsi del regime fascista. La mancanza di libertà e il prevalere di un nazionalismo autarchico resero difficili i contatti con l'Europa e l'America proprio in annidi intenso rinnovamento culturale. Ma non mancarono interessanti elaborazioni di gruppi o di scrittori singoli: E. Montale pubblicò due raccolte, Ossi di seppia (1925) e Le occasioni (1939), che segnarono la poesia italiana e favorirono la nascita della poetica dell'ermetismo, fondata sulla ricerca della parola pura, cui aderiscono S. Quasimodo, M. Luzi, L. Sinisgalli. Nell'ambito della prosa i nomi più importanti furono quelli di A. Moravia (Gli indifferenti, 1929) e di C. E. Gadda (La cognizione del dolore, 1941). La tragedia della guerra e la riconquista della libertà ebbero un ampio riscontro nella produzione letteraria: hanno rappresentato 1' epoca del neorealismo E. Vittorini, C. Pavese, C. Levi, V. Pratolini, Elsa Morante. Nella poesia continuò a essere attiva l'influenza di Montale, mentre autori come G. Caproni, S. Penna, V. Sereni, A. Bertolucci, F. Fortini hanno cercato un linguaggio più disteso e adeguato a rappresentare nuove complessità individuali e sociali. Scrittori attenti alle trasformazioni della società e della cultura sono stati il narratore Italo Calvino, lucido sperimentatore di linguaggi e temi, e P. P. Pasolini, poeta dalla vena intensa e problematica. Nel trentennio 1960- 1990 si è assistito a una frantumazione dei modelli letterari: accanto a sperimentalismi estremi, come quello della neoavanguardia, si sono affermati autori volti a un recupero di forme espressive tradizionali, come D. Buzzati, L. Sciascia, Lalla Romano, C. Cassola e G. Bassani e scrittori che hanno ripercorso la via dialettale. La concorrenza con altre forme di comunicazione ha condizionato ampiamente le scelte del pubblico e degli autori; accanto a molti libri di breve respiro si sono imposti al grande pubblico taluni testi di grande successo e con una struttura complessa, come Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco. Destano grande interesse le opere di poeti come M. Luzi, O. Raboni, A. Zanzotto, G. Giudici, e di prosatori come G. Manganelli e A. Tabucchi.
      Visualizza tutto

      20 marzo 2009

      Il Neoclassicismo

      Il periodo storico, politico e sociale

      II periodo storico compreso tra a Rivoluzione francese (1789) e la Restaurazione (1815) viene definito In maniera diversa, a seconda che si vogliano sottolineare gli aspetti culturali piuttosto che quelli storici, cosi, viene denominato:
      età neoclassica o età preromantica, definizioni che evidenziano le due prevalenti tendenze contemporanee del gusto artistico e letterario;
      età napoleonica, definizione che mette in rilevo l'evento storico principale dell'epoca e dell'ascesa e la caduta di Napoleone.
       
      La campagna militare di Napoleone Bonaparte incide notevolmente sulla configurazione territoriale dell'Italia. Si possono ricostruire tre fasi.
      1° fase repubblicana (1796-1799) Creazione della Repubblica Transpadana (Lombardia) e Cisalpina (Bologna, Ferrara, Modena, Reggio). Cessione del Veneto all'Austria col trattato di Campoformio (1797). Instaurazione della Repubblica Partenopea e Romana, fuga del Papa in Toscana. Caduta delle Repubbliche giacobine.
      2° fase repubblicana (1800-1805) Proclamazione della seconda Repubblica Cisalpina, ricostituzione della Repubblica Ligure. Nascita della Repubblica Italiana con capitale Milano (1802).
      3° fase (1805-1814) Napoleone si proclama re d'Italia. Fallimento dell'impresa napoleonica in Russia (1812). Con la disfatta di Lipsia (1813) e quella di Waterloo (1814) crolla l'Impero francese e l'Italia ritorna sotto l'egemonia austriaca.
      Relativamente agli aspetti sociali, la politica di Napoleone mira a creare una nuova classe dirigente favorevole at suo governo e aperta alle innovazioni giuridiche, economiche e culturali da lui promosse. Ciò si verifica soprattutto nell'Italia settentrionale, dove accorrono intellettuali da tutto il Paese, attratti, oltre che dalle possibilità di lavoro anche dalla fede nel principi rivoluzionari. Nel Regno di Napoli, invece, la repressione attuata dai Borboni nei confronti degli intellettuali coinvolti nella Repubblica Partenopea distrugge quasi completamente la cultura meridionale, creando un vuoto destinato a permanere per parecchi anni. Sul piano della società culturale, l'intellettuale attraversa una profonda crisi di ruolo: scomparso II vecchio modello dell'intellettuale cortigiano (l'ultimo esempio è il Monti), Si pane H problema, relativamente al rapporto cultura-potere politico, della scelta da parte dell'intellettuale tra la partecipazione o I'astensione. Le soluzioni che letterati attuano sono molteplici: in linea di massima partecipano, pur con riserve intellettuali, e diventano elementi attivi nella promozione del consenso governativo.

       
      Scultura rappresentante il neoclassicismo italiano. Paolina Bonaparte di Antono Canova.

       

      Il Neoclassicismo

      Sollecitato dalla scoperta dei resti di Ercolano e di Pompei (le città sepolte dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.) e accompagnato da un'intensa attività archeologica, il Neoclassicismo indica in primo luogo un atteggiamento di ammirazione nei confronti della scultura e dell'architettura greco-latine, riproposte come modelli di perfezione da imitare. L'archeologo e storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann (Stendal, Magdeburgo 1717 - Trieste 1768) è considerato il teorico della corrente; celebre è la definizione che egli da dell'arte classica, nella sua opera Pensieri sull'imitazione dell'arte greca nella pittura e nella scultura (1775).
      In letteratura il Neoclassicismo assume un significato più profondo: si configura come il vagheggiamento di un mito, nella fattispecie (per influenza di Winckelmann) dell'ideale di bellezza identificata con l'arte greca, intesa come sinonimo di "Ellade serena" e cioè come età di equilibrio dello spinto umano. In questo ideale si rispecchia l'aspirazione per un mondo di pace, di bellezza e di armonia, e quindi, per contrasto, si esprime la delusione per il presente e il desiderio di fuga dalla società napoleonica, rivelatasi oppressiva e violenta.
      II Neoclassicismo è caratterizzato dalla produzione di forme lineari e armoniche, da una scrittura controllata, elaborata ed elegante e da un'interpretazione della poesia e dell'arte come contemplazione della bellezza ideale: in questa ottica la poesia, poiché ne esce a superare, sublimandole, le passioni umane e le contraddizioni della stona assume una funzione purificatrice.

       

      Autori

      Autori più importanti rappresentativi sono Vincenzo Monti e Ugo Foscolo.

      Generi Letterari

      II romanzo
      Nella prosa narrativa l'unico testo importante è il romanzo epistolare Le ultime lettere dl Jacopo Ortis di Foscolo. Per il resto, il periodo è dominato dalla prosa giornalistica e dalla saggistica storico-politica.
      Il giornalismo
      Tra i numerosi periodici pubblicati nel triennio giacobino (più di cento), il più importante è II termometro politico della Lombardia diffuso nell'intera Italia. Nell'attività giornalistica si impegnano quasi tutti gli intellettuali dell'epoca; i temi maggiormente trattati — con tono quasi sempre enfatico e oratorio — sono di natura politica e riguardano l'Indipendenza Italiana, le insidie antirivoluzionarie tese dagli aristocratici e dai rappresentanti ecclesiastici e la miseria del popolo.
      Durante il regime napoleonico la stampa è asservita al potere e diviene mezzo di propaganda del programmi politici e culturali.

      Autori Minori

      La trattatistica
      La trattatistica storico-politica affronta in modo più approfondito le tematiche discusse nel periodici, conservandone spesso lo stile retorico. Principali autori di saggi storici sono:
      Francesco Lomonaco (Montalbano lonico, Matera 1722-1810); diffonde con il suo Rapporto al cittadino Carnot la prima accorata denuncia della repressione borbonica;
      Vincenzo Cuoco (Civitacampomarano, Campobasso 1770-1823); incarna l'ideale dello scrittore illuminista che sente a letteratura come testimonianza e impegno civile. Fondamentale è il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1806), nel quale si critica l'astrattezza degli ideali dei giacobini, causa del fallimento del loro moto rivoluzionario. L'estrema concretezza, insieme allo stile asciutto, privo di retorica, fanno avvicinare l'opera del Cuoco allo storicismo romantico. Celebre è anche il romanzo epistolare Il Platone in Italia (18041806), in cui l'autore, ripercorrendo un immaginano viaggio del filosofo in Magna Grecia, descrive quella Civiltà, proponendola come modello da emulare.

      Il Purismo

      Fenomeno italiano del primo Ottocento, il Purismo si inquadra nell'annosa questione della lingua e consiste nella ripresa delle teorie cinquecentesche di Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, 1525), che aveva individuato il modello puro della lingua italiana nei grandi scrittori del Trecento, e in particolare in Petrarca per la poesia e in Boccaccio per la prosa. Su questi principi l'Accademia della Crusca aveva elaborato ben cinque edizioni del Vocabolario, i cui i punti di riferimento erano stati allargati solo agli autori minori del Cinquecento. II Purismo ottocentesco assume un carattere particolare, perché si configura come una reazione all'influenza del francese sull'italiano. Tra i promotori si ricordano:
      Padre Antonio Cesari (Verona 1760-1828); curatore della Crusca Veronese, la nuova e più severa edizione del Vocabolario della Crusca;
      Pietro Giordani (Piacenza 1744-1848); prosatore, amico e corrispondente di Leopardi,
      Basilio Puoti (Napoli 1782-1847); maestro di De Sanctis.

      La poesia

      La poesia si fa interprete del duplice gusto dell'epoca, neoclassico e preromantico. I migliori esiti si raggiungono con Foscolo; tuttavia, tra gli altri poeti si ricordano:
      Aurelio Bertola (Rimini 1753-1798); poeta e traduttore. Le opere migliori sono quelle della maturità: le Poesie campestri e marittime (1779) e Il Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni (1795), caratterizzate da cadenze malinconiche e da un prepotente sentimento della natura;
      Alfonso Varano (Ferrara 1705-1788); tragediografo e poeta, noto soprattutto per le Visioni sacre e morali (1749-1766), opere nelle quali, richiamandosi a Dante e alla Bibbia, vengono proposte immagini cupe al fine di rendere la paura del peccato;
      Meichiorre Cesarotti (Padova 1730-1808); illuminista, si interessa alla poesia sepolcrale e traduce I canti di Ossian;
      Ippolito Pindemonte (Verona 1753-1828); autore di tragedie, poemetti, romanzi e traduzioni dal greco (celebre è la traduzione deIl'Odissea di Omero), amico di Foscolo. Nelle sue liriche egli sa mescolare la limpidezza della sua formazione classicistica con la malinconia che gli viene dalla poesia sepolcrale inglese (questo gusto è particolarmente evidente nelle Poesie campestri, nelle Epistole e nelle Prose campestri). Tendenza moraleggiante hanno invece i Sermoni (1819).
       
      Nel panorama poetico una novità è costituita dalla poesia di contenuto politico civile, i cui principali autori sono:
      Edoardo Calvo (Torino 1773-1804); medico e intellettuale, autore di liriche rivoluzionane in dialetto piemontese;
      Ignazio Ciaia (Brindisi 1766-99); nelle liriche celebra la fiducia nella Francia come contro propulsore di liberta, uguaglianza e fraternità.

      Il teatro

      Si segnalano nel periodo napoleonico le tragedie di Giovanni Pindemonte (Ulisse, 1777; Arminio, 1804), Vincenzo Monti (Aristodemo, 1787; Galeotto Manfredi 1788; Caio Gracco, 1801) e Ugo Foscolo (Tieste, 1796; Aiace, 1811; Ricciarda, 1813). Solo alla fine di questo periodo si hanno le prime esperienze del nuovo melodramma che avrà pieno sviluppo nell'Ottocento: del 1813 sono il Tancredi e l'ltaliana in Algeri di Rossini.
       

      Neoclassicismo all'estero

      Francia

      Fra Settecento e Ottocento in Francia si segnalano due scrittori, avversi a Napoleone.
      Madame De Staël (Parigi 17661817); autrice dei romanzi Delfina (1802) e Corinna (1807) di ispirazione femminista e del trattato Della Germania (1810), manifesto del Romanticismo europeo. Nell'opera Della letteratura considerata nel suoi rapporti con le istituzioni sociali (1800) la Staël formula il famoso giudizio basato su rigidi nessi fra clima, società e letteratura, per cui le letterature mediterranee sono plastiche, colorite e sensuali, quelle nordiche, meditative e spirituali.
      François-Rene De Chateaubriand (Saint-Malo 1768 - Pangl 1848); autore di opere di successo come Genio del cristianesimo (1802) e Memorie d'oltretomba (1848-1850), nelle quali, sullo sfondo di un continuo oscillare dal più intimo autobiografismo a considerazioni di ordine universalistico, emergono temi destinati a lunga fortuna, come la rivalutazione dello stile gotico, la bellezza della campagna deserta e la maestosità della Grecia antica.

      Inghilterra

      In Inghilterra e inquietudini preromantiche diffondono il gusto dell'orrido nel cosiddetto romanzo "nero e gotico" e trovano voce di spicco nella poesia sepolcrale, dalla Elegia scritta su un cimitero di campagna (1751) di Thomas Gray (Londra 1716 - Cambridge 1771) ai Pensieri notturni (1742-1746) di Edward Young (Upham, Hampshire 1683 - Hertfordshire 1765). Di gusto preromantico è anche il mito di sapore medioevale del poetavate, come il leggendario Ossian, bardo dei celti gallesi del III secolo, i cui Canti (1765), composti in realtà dallo scozzese James Macpherson (Ruthven, Inverness 1736 - Belville, 1796) trasmisero il senso epico della natura e il gusto dei notturni.
      Decisamente romantica è invece l'ispirazione di William Blake (Londra 1757-1827), pittore, incisore e poeta di straordinaria forza visionaria. Celebri i suo Canti dell'Innocenza (1789) e gli antitetici e complementari Canti dell'esperienza (1794), pubblicati e illustrati dallo stesso poeta. Classico e insieme romantico è John Keats (Londra 1795 - Roma 1821), autore di famosissime Odi (1818-19), tra le quali Ode a un usignolo, Ode a un'urna greca, Ode alla Malinconia, Ode all'autunno. II poeta si estranea dalla realtà per rifugiarsi nel passato, greco o medioevale. La poesia è concepita come l'incarnazione della bellezza, tema centrale dell' Endimione (1817), il cui contenuto è ben esemplificato dal verso:
      A thing of beauty is a joy for ever (una cosa bella e una gioia per sempre).

      Germania

      Già nel Settecento le radici della cultura tedesca sono di natura mistico-sentimentale; ciò spiega perché in questa regione, più che altrove, si sviluppa la contemplazione sentimentale della natura, che fa dell'area tedesca la patria dello spirito romantico. A questo proposito si ricorda lo Sturm und Drang (Impeto e assalto), movimento culturale che si oppone all'arte classicheggiante e conformista: l'arte deve attingere solo al libro dell'uomo e della natura. In Germania nella stagione preromantica si segnalano:
      Johann Wolfgang Goethe (Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832), autore del romanzo dell'amore impossibile, I dolori del giovane Werther (1774). Altre sue opere di grande pregio sono: II viaggio in Italia (1788), gli Epigrammi veneziani (1790), l'lfigenia in Tauride (1787), le Affinità elettive (1809). II vero capolavoro di Goethe è, però, il Faust (1831), poema tragico e testo sacro della coscienza moderna: Faust gioca la sua anima in un patto col diavolo in cambio della suprema conoscenza della vita. Segue un passo (22 maggio 1771) tratto da I dolori del giovane Werther, in cui il protagonista celebra l'importanza del sogno e il valore delle illusioni come risorse interiori che consentono di superare la miseria e l'infelicità del vivere.
      Friedrich Schiller (Marbach, Stoccarda 1759 - Weimar 1805): autore dei Masnadieri (1781), Don Carlos (1782-83), Wallenstein (1795), Maria Stuarda (1801), Guglielmo Tell (1804).
      Friedrich Hölderlin (Lauffen sul Neckar, Württemberg 1770 - Tubinga 1843); autore del romanzo epistolare Iperione (1797-99) e di una tragedia, La morte di Empedocle (1797- 99), deve la sua fama soprattutto alle liriche.
      Visualizza tutto