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27 settembre 2010

Zenone, il filosofo dei paradossi

zenone Vive ad Elea nel sec. V a.C.. Discepolo di Parmenide con il quale visita Atene e conosce Socrate, Zenone mette al servizio delle dottrine del maestro la sua notevole abilità logica, inventando una serie di argomenti volti a screditare i critici della visione parmenidea dell’universo.

Il metodo di Zenone consiste nell’assumere come ipotesi le tesi dei propri avversari e derivare da esse delle conclusioni contraddittorie o comunque inaccettabili. Se esistono molte cose, allora sono insieme simili e dissimili; se ammettiamo il movimento di una freccia, allora dobbiamo riconoscere che essa lo compie restando in ogni istante immobile ecc.

Zenone è l’inventore di quello che è stato chiamato il ragionamento per assurdo: se io voglio dimostrare A, inizio a supporre che la sua negazione, non-A, sia vera e poi derivo logicamente una contraddizione a partire da essa. Dato che tutto ciò che implica una contraddizione è falso, ho così dimostrato che non-A è falso. Quindi, per la legge logica del terzo escluso, che dice che o è vero A o è vero non-A, essendo falso non-A, ne segue che A è vero.

Le aporie («strade senza uscita») di Zenone prendono dunque di mira la possibilità del mutamento e la pluralità dell’essere; forse il più noto dei suoi argomenti è quello di Achille e la tartaruga: Achille è riconosciuto come il più veloce degli eroi antichi, eppure, secondo Zenone, egli non potrà mai raggiungere una lenta tartaruga. Immaginiamo la gara: Achille scatta veloce e in un certo tempo raggiunge il punto in cui era la tartaruga. Ma nel frattempo, la tartaruga stessa ha percorso un certo spazio. In un baleno, Achille raggiunge il punto in cui era la tartaruga. Però essa non è più lì: sia pur di poco, ha percorso un altro spazio. Achille lo supera facilmente, ma ... ecc. ecc. Così Achille — conclude Zenone — si avvicina sempre alla tartaruga, ma non la raggiunge mai.

Argomento simile al precedente è quello della dicotomia (divisione per due): se esiste un movimento da A a B, allora deve percorrere la metà di AB, la metà della metà di AB, e così via all’infinito, ma nulla può coprire un numero infinito di distanze.

I paradossi di Zenone non sono affatto banali; malgrado il tentativo di confutazione da parte di — Aristotele (nel libro vi della Fisica), una loro soluzione, sia pure non definitiva, dovrà attendere più di duemila anni, fino alla teoria dei limiti sviluppata dai matematici dell’Ottocento.

I fisici pluralisti

Dopo Parmenide il problema del rapporto tra essere e divenire e la questione di come il mutamento sia possibile sono al centro dell’interesse dei filosofi.

Un primo tentativo di soluzione si ispira alla tradizione naturalistica attraverso l’opera di Empedocle e Anassagora. Essi vengono definiti fisici pluralisti perché — per spiegare come sia possibile l’incessante mutare di tutte le cose senza cadere nelle aporie (contraddizioni) individuate da Parmenide e dalla sua scuola — affermano la pluralità dell’essere.

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Parmenide, filosofo dell’essere

parmenides

Vive ad Elea nella prima metà del  V secolo a.C.. Forse discepolo di Senofane  (c’è chi gli attribuisce un maestro pitagorico, Aminia), Parmenide entra in contatto con i pitagorici di Pitagora — dei quali critica le teorie — e conosce anche la filosofia della scuola ionica. E autore del poema Sulla natura, di cui ci restano alcuni frammenti, relativamente ampi.

L’ontologia e l’essere

Parmenide è definito il filosofo dell’essere, in contrapposizione a Eraclito, il filosofo del divenire.

Nell’indagare la natura, scrive Parmenide, occorre distinguere tra il regno dell’opinione e dell’apparenza e quello della verità e della realtà.

Al primo regno appartiene la visione sensibile del mondo (inteso come divenire e mutamento), ma è al secondo che occorre rivolgerci per cogliere la vera essenza dell’essere. Col suo interesse per l’essere in quanto tale, Parmenide è l’inventore dell’ontologia occidentale, la scienza appunto di «ciò che è».

L’ontologia di Parmenide, in particolare, si basa su un’argomentazione di tipo deduttivo, che da premesse indubitabili (o supposte tali) deriva rigorosamente i caratteri che l’essere deve necessariamente avere.

Punto di partenza della deduzione è l’affermazione che l

l’essere è e il non essere non è

In altri termini, la caratteristica fondamentale dell’essere è identificata da Parmenide nell’esistenza: «l’essere è».

D’altra parte il non essere (la negazione dell’essere) non può esistere, per il principio di non contraddizione, che nega che, un’affermazione e la sua negazione possano essere entrambe vere; quindi: «il non essere non è». Da tale apparente ovvietà scaturiscono conclusioni quasi paradossali: per esempio che; l’essere è uno. Se infatti ci fossero due «esseri», essi dovrebbero essere separati da qualche cosa; ma da che cosa? Non dall’essere (che non può separare se stesso), ma nemmeno dal non essere (che non esiste): quindi è impossibile che esistano molteplici esseri.

Con argomenti analoghi si può «dimostrare» che l’essere è eterno (non può scaturire da un non essere che lo precede), illimitato (non può essere confinato da un non essere), immobile, privo di vuoto, e che — forse la cosa più sorprendente - non può esistere il mutamento (dato che esso implicherebbe il passaggio da ciò che l’essere è a ciò che non è). L’essere parmenideo è dunque ingenerato e indistruttibile, è un intero continuo nello spazio e nel tempo, inalterabile e immobile, la cui forma compiuta è «simile alla massa di una sfera ben rotonda».

Apparenza e realtà

Ma che dire dell’esperienza? Dopo tutto, essa ci mostra una molteplicità di esseri, limitati, che nascono, mutano e muoiono. La risposta di Parmenide afferma la superiorità della ragione sulla sensibilità: se la ragione ci dice una cosa e i sensi il suo opposto, allora abbandoniamo i sensi (fallaci) per il pensiero: le leggi della logica non possono sbagliare, gli occhi sì. Ciò rende Parmenide espressione di un razionalismo estremo e pone al centro della scena la distinzione (già adombrata dai Pitagorici) tra apparenza — le cose come appaiono ai sensi — e realtà — le cose quali si rivelano alla luce del pensiero.

Parmenide parte dalla riflessione sulle pure proprietà logiche di ciò che è l’essere per determinare, in termini puramente razionali, la natura profonda della realtà, la sua struttura metafisica, senza curarsi di ogni considerazione di tatto. Tale metodologia ha il merito di porre in luce la natura e il potere dell’argomentazione razionale. Procedere in termini puramente razionali significa infatti usare il puro pensiero e le leggi della logica.

Il linguaggio

Giammai poi la forza della convinzione verace concederò che dall’essere
alcunché altro da lui nasca. Perciò né nascere né perire gli ha permesso la giustizia disciogliendo i legami, ma lo tien fermo. La cosa va giudicata in questi termini, è o non è  [...]

Una breve citazione dal poema di Parmenide, per mostrare quella che a noi appare una curiosa mescolanza di linguaggio poetico e argomentazione razionale.
Va però notato che, benché espressa in versi, la tesi dell’impossibilità che l’essere possa nascere o perire si fonda sull’impossibilità logica che una cosa sia o non sia nello stesso momento.

Ponendo al centro della riflessione il concetto di essere e il rapporto tra apparenza e realtà, la filosofia di Parmenide segna il primo e fondamentale passo per la costruzione dell’imponente edificio della metafisica occidentale.

Proprio a causa del carattere paradossale delle sue conclusioni, che negano la realtà del mutamento, Parmenide pone una sfida affascinante a tutta la filosofia successiva: mostrare come il divenire sia possibile.

A partire dagli «antichi» Democrito, Platone, e Aristotele, fino ai nostri giorni, molti si cimenteranno in questa sfida.

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Eraclito, filosofo del divenire

eraclito Eraclito vive ad Efeso tra il 550 e il 480 a.C.. L’esistenza di questo discendente del re di Efeso — in Asia Minore — è avvolta in un’aura di leggenda. Di lui si conosce la polemica antidemocratica con cui contrappone «i migliori» ai «più», mentre il suo stile filosofico arcano e allusivo gli varrà il titolo di oscuro (oltre alla stima di coloro che ritengono, a torto, che la filosofia debba essere incomprensibile).

Della sua opera — cui verrà attribuito il titolo usuale agli scritti del genere: Sulla natura — rimangono un centinaio di frammenti, oscuri e spesso paradossali. Essa mira alla descrizione del logos universale, ovvero della legge che governa il cosmo, «ordine», «fuoco» e «anima» del mondo, armonia segreta dei contrari e luogo della loro coincidenza, secondo una visione che vede nell’incessante divenire di tutte le cose e nel loro conflitto infinito l’essenza del cosmo.

La massima più nota di Eraclito è «tutto scorre, ogni cosa muta, tutto diviene», ecc. In totale opposizione alle tesi di Parmenide, Eracito è il primo filosofo a individuare nel divenire la vera realtà del mondo:

non potrai bagnarti due volte nelle acque dello stesso fiume

recita un altro frammento. La realtà è incessante mutamento, simbolizzato dal fuoco.  Nel divenire cosmico, tuttavia, regna un ordine, esiste un’unità dei contrari (giorno/notte, caldo/freddo, umido/secco ecc.), la cui lotta infinita è governata da una giustizia superiore. Tale posizione è effettivamente molto difficile da comprendere nei dettagli: il suo senso generale potrebbe essere che la realtà è lotta e opposizione, ma dietro di essa esiste un’armonia (conflittuale?) che si rivela agli occhi del saggio, e che, a conferma delle tendenze anti-democratiche di Eraclito, sfugge al volgo.

Il linguaggio

Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, ti potresti mai trovare ai confini dell’anima, così profondo è il suo logos.

Ecco un esempio della prosa di Eraclito, caratterizzata dal linguaggio oscuro e allusivo, dominato dalle metafore: «il cammino», i «confini dell’anima», la «profondità» del logos, che vorrebbero esprimere una sapienza arcana, incomprensibile ai più ma non al saggio.

L’interpretazione della filosofia di Eraclito sarà oggetto di dispute fin dal tempo di Platone, che lo considererà appunto il filosofo del divenire, aprendo la strada alla contrapposizione con — Parmenide, inteso come filosofo dell’essere. Nell’Ottocento — Hegel lo definirà invece il padre del pensiero dialettico, —* Nietzsche l’espressione dell’innocenza dionisiaca del mondo (ovvero di una visione a-morale, o pre-morale dell’esistenza), mentre nel Novecento — Heidegger tenterà di avvicinare il logos di Eraclito all’essere di Parmenide.

La scuola di Elea

Rispetto al naturalismo della scuola ionica inaugurata da Talete — che mira a spiegare l’essenza delle cose attraverso il ricorso a principi in senso lato fisici (alle qualità delle sostanze di cui è composto il mondo) — la scuola di Elea. (in Magna Grecia) introduce la nozione generale di un essere più profondo nascosto dietro le apparenze, e cerca di individuarne le caratteristiche essenziali sulla base di sofisticati ragionamenti di ordine logico. I maggiori esponenti della scuola sono: Senofane, Parmenide e Zenone.

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Pitagora, mago e matematico

2005-03-n2-pitagora Fondatore di una setta religiosa, considerato semidivino dai suoi discepoli, mago e guaritore, Pitagora si rivela anche grande scienziato e studioso delle matematiche.

I particolari della sua vita sfumano nella leggenda e si fondono con quelli dei suoi discepoli. Crea a Crotone una setta religiosa che propugna la trasmigrazione delle anime: con il suo miscuglio di misticismo e di rimando alla tradizione dell’orfismo (la religione misterica, legata al culto di Dioniso, che si contrappone all’ufficialità degli dei olimpici), essa ha una struttura gerarchica, la quale ruota intorno a una vera e propria divinizzazione del suo fondatore. La setta svolge anche un’intensa attività politica, sostenendo il partito aristocratico, si contrappone alla fazione democratica. Sotto l’influenza pitagorica cadono così importanti città della Magna Grecia: oltre a Crotone, ricordiamo Sibari, Reggio, Agrigento. Nel 450 a.C., però, la vittoria a Crotone della fazione democratica ne segna il declino, e condanna Pitagora a un esilio cui ben presto seguirà la morte.

È difficile distinguere il contributo di Pitagora da quello dei suoi discepoli (il più noto dei quali è Filolao, contemporaneo di Socrate), ma sappiamo che Pitagora e la sua scuola scoprono la validità generale dell’omonimo teorema, esaminano i rapporti tra numero e suono, sviluppando il concetto di armonia e, in generale, elaborano una visione della matematica porto tra matematica e mondo — secondo cui l’essenza della realtà è di natura numerica — che avrà un’immensa influenza nella storia del pensiero (anche se la sua consacrazione si avrà in seguito con Platone). Essa infatti esprime la credenza secondo cui dietro alla variabilità del mondo sensibile vi siano delle armonie matematiche nascoste che esprimono l’essenza dell’universo, il quale non è un Caos, ma un cosmo ordinato.

Pitagora considera il numero in termini geometrici, «visualizzandolo», per così dire, come una sorta di figura geometrica, composta dalle unità che ne fanno parte (se l’i è un punto e il 2 una retta, il 3 può essere pensato come la superficie, il 4 come un solido ecc.). In questo senso ogni cosa fisica può essere intesa come composta di numeri. La matematica pitagorica è quindi detta aritmogeometria ed è alla base della visione secondo cui «tutto è numero»: l’ordine del mondo deriva dagli elementi del numero, il quale da Unità si divide in pari e dispari, intesi come espressione dell’indeterminato e del determinato.

Da tale contrapposizione originaria ne seguono altre, generando una serie di contrari: unità/molteplicità, maschio/femmina, luce/tenebra, i quali danno vita all’universo, concepito appunto come armonia dei contrari.

La matematica pitagorica si basa sulla corrispondenza tra grandezze numeriche e geometriche. Essa non potrà quindi sopravvivere alla scoperta dell’esistenza di grandezze incommensurabili (come la diagonale e il lato del quadrato), ovvero di segmenti la cui lunghezza non sia esprimibile in termini di numeri (razionali). A questo proposito la leggenda narra che l’esistenza delle grandezze incommensurabili verrà a lungo tenuta nascosta dai pitagorici, fino a che un «traditore», Ippaso di Metaponto, la divulgherà.

Ben altra solidità riveste invece l’intuizione di un rapporto profondo tra la realtà e il numero. Già presente in, Platone, questo tema verrà esplorato in forme nuove dalla scienza moderna, che potremmo dire, nasce con un pregiudizio in favore del «pitagorismo» (anche se spesso si preferisce usare termine «platonismo» per indicare la stessa dottrina), come mostrerà bene l’asserzione di Galileo, secondo cui il gran libro della natura è scritto in caratteri matematici.

Due altre notevoli dottrine pitagoriche, riprese dalla scienza moderna, sono la tesi eliocentrica, secondo la quale la terra ruota intorno al sole, e l’ipotesi secondo cui è il cervello la sede dell’attività psichica umana.

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Talete e l’acqua, principio di tutte le cose

foto_Talete Talete nasce a Mileto, tra i secoli VII e VI a.C.. Personalità multiforme, dotata di ingegno pratico e speculativo, viene indicato dalla tradizione come «il più saggio dei sette sapienti» dell’antichità. Matematico e astronomo, acquista grande fama prevedendo un’eclissi totale di sole e inventando un metodo per misurare l’altezza delle piramidi. E anche un imprenditore abile e spregiudicato, che, secondo la tradizione, riesce a sfruttare le proprie conoscenze «filosofiche» per arricchirsi: prevedendo, sulla base dei suoi studi astronomici, che in inverno vi sarebbe stato un raccolto eccezionalmente ricco a basso costo tutti i frantoi, per ricollocarli a un prezzo altissimo durante la bella stagione.

Ciò che fa di Talete l’iniziatore della filosofia occidentale è l’atteggiamento «scientifico» radicalmente nuovo con cui guarda all’indagine sulla natura: per lui non si tratta più di raccontare in forma poetica le origini del mondo a partire dal Caos primitivo. Invece di accontentarsi di spiegazioni mitiche e poetiche (con ricorso a storie su Cronos, Zeus, Era, ecc.), Talete ricerca un principio razionale interno all’universo che spieghi la natura e il divenire di quest’ultimo.

Da qui la celebre massima, secondo cui «l’acqua è il principio di tutte le cose». Talete individua un principio naturale, l’acqua, come ciò da cui tutto scaturisce, motore del divenire della natura. Inoltre le argomentazioni che egli offre sono razionali, ragionamenti, piuttosto che intuizioni mistiche o poetiche: l’acqua circonda e «sostiene» ogni terra; essa è il nutrimento di ogni cosa viva; ogni vivente si origina dall’umidità, e così via.

Siamo così di fronte al primo esempio pervenutoci di una indagine razionale sulla realtà, che si differenzia — per metodo e contenuti — dalla religione e dal mito. In questo senso il pensiero di Talete è indicato come il punto di partenza della filosofia occidentale. Insieme agli altri filosofi naturalisti, egli compie il primo passo in una nuova direzione: il tentativo di spiegare con l’aiuto della ragione e dell’osservazione perché il complicato mondo che ci ospita è quello che è.

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Nascita della filosofia

Originalità del pensiero greco

plat I Greci sono gli inventori della filosofia occidentale, intesa come metodo di indagine razionale sull’origine e sulla natura del cosmo. Lo scopo dei filosofi è giustificare e comprendere la realtà, non diversamente da chi si accosta a mito e religione, ma gli strumenti principali da loro adottati non sono la fede, la rivelazione, la poesia o la metafora, bensì il pensiero, discussione critica, l’argomentazione.

Vi sono molte ipotesi sul perché la filosofia occidentale sia nata proprio nel mondo greco, ai tempi di Talete (sec. a.C.), prima nelle colonie in Asia Minore e in Italia Meridionale e poi nella madre patria. Appurato che la tesi di una sua derivazione dalle filosofie dell’Oriente non sembra storicamente fondata — sia perché i primi filosofi greci non conoscono induismo, buddismo o taoismo, sia perché esiste di fatto un carattere originale nella ricerca razionale da loro promossa — possiamo fare riferimento ad alcuni aspetti specifici, capaci di spiegare le peculiarità del pensiero greco. Alcune delle ipotesi accreditate fanno riferimento a fattori storici, culturali e sociali. Tra essi ricordiamo l’importanza dei contatti commerciali dei Greci con altre popolazioni mediterranee, che favoriscono l’incontro e il confronto tra differenti culture e concezioni del mondo, anche grazie alla presenza una borghesia benestante, la cui ricchezza si basa sul commercio (e non sul possesso terriero); la particolare organizzazione dello Stato — che ruota intorno a una pluralità di polis, città Stato indipendenti —, che incoraggia la partecipazione dell’individuo alla vita pubblica e l’abitudine alla discussione; lo scarso potere della casta sacerdotale nelle polis, che, non potendo imporre l’adesione a dogmi religiosi, apre la strada una società molto più libera e «democratica» (aperta al dibattito) rispetto alle monarchie o ai regimi sacerdotali dell’Egitto e del bacino irano-mesopotamico.

I primi filosofi

Scopo dei primi filosofi è spiegare il principio primo (arché) — la natura di tutte le cose — insieme al logos, la legge (al contempo ragione e necessità) che tali cose governa. I modi concreti in cui questa impresa può essere perseguita sono molteplici e può essere utile, prima di entrare nei dettagli, fornire un primo schema generale che comprenda i pensatori generalmente indicati come pre-socratici o pre-sofisti.

Inizialmente la soluzione riguardo alla natura dell’arché viene ricercata nell’ambito della natura, e naturalisti sono chiamati i sostenitori ditale tradizione (Talete, Anassimandro e Anassimene). Sostanze naturali come l’acqua, l’aria, il fuoco sono identificate con il principio primo, ma esistono anche proposte più complesse, come quelle che ipotizzano un «indefinito» all’origine della molteplicità delle cose visibili.

Sulla natura è il titolo canonico dei trattati/poemi dei primi filosofi (Anassimandro, Anassimene, Anassagora ecc.): in esso si ravvisa un tentativo di giustificazione razionale della realtà, del tutto nuovo rispetto alle elaborazioni mitiche precedenti (Omero, Esiodo).

Teorie dell’Essere

Quasi contemporaneamente all’ispirazione naturalistica, nasce un diverso filone di indagine, che cerca di comprendere il cosmo ipotizzandolo come dotato di un’essenza matematica (Pitagora), o caratterizzato da una «lotta tra gli opposti», che sarebbe all’origine della natura conflittuale del divenire (Eraclito). Ulteriori passi in avanti verso considerazioni più astratte sono l’introduzione del concetto generale dell’essere e la discussione intorno alle sue proprietà, operata da Parmenide, nonché lo sviluppo di raffinate tecniche logiche per sostenere alcune delle tesi più palesemente in contrasto con l’opinione comune (Zenone).
Abbiamo così la creazione dell’ontologia, o scienza dell’essere, parte essenziale della metafisica, o studio delle cause ultime e del fondamento della realtà. Da questo punto di vista Parmenide è colui che estende enormemente la portata della distinzione tra apparenza e realtà, facendone una delle questioni fondamentali della filosofia. 

Con Parmenide si apre anche il problema del rapporto tra essere e divenire: come è possibile infatti spiegare l’incessante mutare di tutte le cose senza cadere nelle aporie (contraddizioni) individuate da Parmenide e dalla sua scuola? Una prima soluzione verrà cercata dai fisici pluralisti (Empedocle e Anassagora) — che negheranno uno degli assiomi fondamentali del pensiero parmenideo, l’unità dell’essere, per spiegare a partire da ciò la possibilità del mutamento.

Atomismo

La soluzione dell’atomismo di Democrito consisterà invece nel mettere in dubbio un differente principio parmenideo: negazione del vuoto. Attraverso la visione di un universo composto dall’aggregarsi casuale di atomi che si muovono nel vuoto, Democrito consegue una delle più notevoli conquiste culturali della storia dell’umanità, anche se le implicazioni anti-religiose del suo pensiero costituiranno per due millenni un ostacolo al riconoscimento della sua straordinaria grandezza.

La filosofia della natura di Democrito si apre anche al mondo dell’uomo, della morale e della conoscenza (in questo senso egli non è un pre-socratico, ma un contemporaneo e concorrente — temibile — di Platone); con l’avvento della sofistica poi la filosofia affronterà un nuovo percorso incentrato particolarmente sui temi etici e politici.

La scuola di Mileto

La scuola di Mileto, o ionica, comprende una serie di pensatori vissuti nell’omonima cittadina, una delle più prospere tra le colonie greche dell’Asia Minore. Mileto è una repubblica marinara che ha frequenti contatti con Sicilia, Italia Meridionale ed Egitto; in essa si afferma una borghesia mercantile ricca di interessi e di spirito di avventura, tra i cui membri ritroviamo Talete, Anassimandro e Anassimene, ovvero coloro ai quali tradizionalmente si attribuisce l’invenzione della filosofia, nella versione del naturalismo.

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