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15 ottobre 2010

Riassunto Canto XXX Purgatorio

Paradiso terrestre. Apparizione di Beatrice

Il canto prosegue la tematica del precedente: anche qui la scena centrale ha l’andamento di un rito ecclesiastico, di una liturgia che si celebra con grandiosità in una foresta che del tempio ha l’atmosfera solenne ed in parte anche l’architettura, anche se di proporzioni più ampie: infatti ha una volta che è il cielo, e colonne e pilastri che sono i fusti degli alberi che con le loro ombre invitano alla meraviglia e al raccoglimento. La processione si snoda davanti al sorpreso poeta: Matelda cede ora il posto di guida a Beatrice sulla quale come su protagonista si incentra tutto l’episodio. D’un tratto, obbedendo a un segnale espresso da un tuono, uno dei ventiquattro seniori — simbolo dei libri della Bibbia — intona un canto di invocazione alla sposa, perché venga presto: gli angeli intanto lanciano fiori sul carro, dove appare Beatrice vestita di bianco, verde e rosso: i colori delle virtù teologali. Dante che pur non ne ha ancora chiara coscienza intuisce che la donna velata è Beatrice, e avverte lo stesso sentimento di sgomento e di pienezza che gli era proprio quando in terra avvertiva la presenza dell’amata; smarrito si volge verso Virgilio per chiedergli aiuto: ma Virgilio, compiuta la sua missione, è scomparso. Solo il poeta piange: il suo è un pianto sommesso, un addio commosso a Virgilio, col quale aveva stabilito rapporti non solo intellettuali ma affettivi, come di figlio con padre dolcissimo. Ma il pianto esteriorizza il sentimento di dolore e di pentimento per un modo di vivere del tutto scorretto che ora l’incontro con Beatrice porta all’evidenza, anche perché quella vita di traviamento cominciò quando la sua donna morì. Allora aveva troppo fidato nella ragione, tutta fondata sul potere autonomo dell’uomo, e si era staccato da Beatrice, dalla verità rivelata; forse aveva, manifestato più di un dubbio sulle verità cristiane. Ed ora Beatrice torna a completare l’opera avviata da Virgilio di ristabilimento della verità e a ricondurlo a quell’esperienza di purezza dell’anima, di apertura verso l’assoluto, verso Dio, che si era in lui iniziata negli anni giovanili sotto la spinta determinante di Beatrice. La storia d’amore dei due giovani fiorentini diventa così la storia esemplare delle vie per le quali l’umanità si libera del peccato e riedifica il senso del divino: nata da un atto di amore, l’umanità si smarrisce dietro i fantasmi dei beni terreni, e dietro l’orgoglio e la presunzione suggerita dalla ragione si avvia verso una cultura e una civiltà destinate al fallimento. Così avvenne per il mondo classico: fu una civiltà nata da una società priva dell’apertura verso l’eterno e l’assoluto, ed ora vive chiusa all’interno di un castello e illuminata da una luce circondata da tenebre, nel limbo da cui emerge Virgilio; l’umanità trova invece se stessa quando si apre all’amore dell’Assoluto, di cui è esempio e tramite l’amore per una donna, che aiuta l’uomo a muovere dalla bellezza finita a quella infinita. Solo quando diviene cosciente, anche attraverso le esperienze spesso dolorose, della necessità di riaprire l’animo alla pace e alla limpidezza, (che pure fu offerta a suo modo dall’esperienza amorosa, quale è descritta nella Vita nuova), l’uomo Dante esce dal traviamento, accelera il processo di redenzione, varca il fiume e si ricongiunge attraverso la sua donna, a Dio, di cui la donna, Beatrice, è segno altissimo.

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Riassunto Canto XXIX Purgatorio

Paradiso terrestre. La processione simbolica

Conchiuso il suo discorso sulla presenza dell’acqua e del vento nell’Eden, Matelda, con l’atteggiamento felice come di donna innamorata, riprende il suo canto e intona il salmo « Beati coloro ai quali sono da Dio perdonati i peccati «; intanto, come le ninfe, delle quali la mitologia diceva che si aggiravano solitarie nelle ombrose selve, si muove in direzione contraria alla corrente del fiume, lungo la sponda; anche il poeta, sulla sponda opposta, si avvia misurando il passo su quello di lei. Dopo circa cinquanta passi, le rive del fiume piegano a sinistra: il poeta si trova volto ad oriente. Procedono sempre appaiati e staccati dal fiume per alcuni passi: d’un tratto Matelda richiama l’attenzione del poeta su un evento di straordinaria importanza: fratello, guarda ed ascolta. Una luce improvvisa e folgorante traversa in ogni parte la selva: ma non trascorre, vi insiste e splende sempre più. Intanto per l’aria, quasi correndo sulla linea di luce, si diffonde una dolce melodia. Tutto si fa sempre più bello e meraviglioso e tutto invita ad una meditazione amara: di quanta felicità si privò Eva col suo ardimento, allorché non volle restare entro il velo che limitava la sua conoscenza, e precipitò l’umanità nel peccato! Pur assorto e in atteggiamento di mistica contemplazione e soddisfazione di fronte a beni di così incalcolabile perfezione, il poeta continua a procedere: l’aria si fa ora rosseggiante per la presenza di un nuovo, più intenso splendore: la melodia genericamente dolce si fa più distinta e si precisa come un canto. Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano ed il poeta, avvertendo l’insufficienza dei suoi mezzi espressivi, invoca le Muse perché l’assistano: « O sacrosante vergini, egli dice, se qualche volta nella mia attività poetica per amor vostro ho sofferto fami e freddi o veglie, un nobile motivo mi induce a chiedere ora il vostro aiuto, a compenso di ciò che per voi ho patito. Ora è necessario che il monte Elicona, sede delle Muse, effonda per me le sue dolcezze poetiche, e che la musa Urania, che presiede alle cose celesti, mi aiuti a mettere in versi cose difficili anche solo a pensarvi ». Poco più oltre, ma per la distanza riesce difficile distinguere con precisione, al poeta sembra di vedere sette alberi d’oro; quando vi si è avvicinato, si accorge che sono candelabri luminosi: intorno si sente cantare “ osanna “. Stupito ed incapace di darsi da solo una ragione dello spettacolo, si volge a Virgilio il quale però è non meno stupito: il mondo che gli è davanti sfugge ai suoi poteri razionali. I candelabri si muovono con molta lentezza, pari al lento incedere della sposa novella nel corteo nuziale. Matelda che lo vede fisso solo ai candelabri lo invita a guardare anche a ciò che è dietro di loro. È una vera processione quella che, grave ed austera, si snoda davanti ai suoi occhi all’interno della foresta: in prima fila procedono alcune figure biancovestite, che seguono le luci dei candelabri. Per poter vedere meglio Dante si sposta e vede lasciate dai candelabri sette strisce luminose, tracciate, sembra, da pennelli su tele, coi colori dell’arcobaleno: così lunghe che non se ne vede il termine. Sotto il cielo reso luminoso dai candelabri procedono ventiquattro seniori (vecchi), a due a due, coronati di gigli: cantano un inno alla Vergine: benedetta tu fra le figlie di Adamo, e siano benedette per l’eternità le tue bellezze “! Trascorrono i ventiquattro vecchi ed ora lo spazio fiorito è occupato da quattro animali, coronati di verdi fronde; ognuno ha sei ali, piene di occhi. Tra i quattro s’avanza un carro trionfale, a due ruote, tirato da un grifone, le cui ali si levano tra le strisce luminose senza toccarle, e così in alto che gli occhi non ne possono vedere la parte terminale. La testa e le ali del grifone sono d’oro, le altre parti bianche e rosse. Il carro per bellezza supera tutti i carri più celebri della storia di Roma: quello su cui entrarono in città Scipione l’Africano, Augusto, ed anche quello del sole che secondo il mito fu guidato malamente da Fetonte, contro il quale dovette giustamente intervenire Giove ad evitare che il cielo bruciasse. A destra del carro danzano tre donne, una così rossa che a stento si potrebbe distinguere nel fuoco, una di colore verde, come fosse tutta di smeraldo, la terza, bianca come neve appena caduta. Sulla sinistra danzano quattro donne, con un abito del colore della porpora, guidate da una che ha tre occhi sulla testa. Dopo, sfilano due vecchi: il primo in abito di medico, l’altro con una spada lucida e aguzza in mano. Poi seguono quattro personaggi di nobile portamento; ultimo, un vecchio, solo, con gli occhi chiusi e una faccia arguta. A questo punto la processione, quasi obbedendo ad un ordine, si ferma davanti al poeta.

Il canto, che ha il suo centro narrativo nella processione, è costruito sull’allegoria: difatti nella sua sostanza è un’interpretazione simbolica della storia umana o meglio delle forze ideali che sovrintendono alle vicende della storia dell’uomo. Nel paradiso terrestre l’uomo non conobbe il male e fu innocente: poi, caduto nel peccato, poté ottenere aiuto solo dalla Chiesa fondata da Cristo. La Chiesa è nella processione il carro trionfale, preceduto da sette candelabri, simbolo dei sette doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio): di questi beni si illumina il cammino del cristianesimo, raccolto intorno alla Chiesa, punto di arrivo della storia dopo il peccato di Adamo. Di questo cammino sono preparazione i ventiquattro seniori, simbolo dei libri del Vecchio Testamento. Di Cristo sono diretti testimoni i quattro animali, simbolo dei quattro Vangeli (Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Il carro rappresenta la Chiesa: il grifone per metà aquila e per metà leone rappresenta Cristo che ha due nature: divina (aquila) e umana (leone). Ad indicare le virtù che danno forza e solidità alla Chiesa, intorno al carro danzano tre donne a destra (le virtù teologali: fede, speranza e carità), a sinistra altre quattro (prudenza, fortezza, giustizia e temperanza che si dicono virtù cardinali). Il ritmo di danza è regolato per le prime tre dalla carità, superiore perciò alle altre due: tra le virtù cardinali la superiorità è della prudenza, dotata di tre occhi, ad indicare che ricorda il passato, conosce il presente, prevede il futuro. Seguono i due vecchi: quello vestito da medico è san Luca, qui ricordato come autore degli Atti degli Apostoli: l’altro armato di spada è san Paolo : la spada ne simboleggia il carattere di soldato della fede. I vecchi di apparenza umile sono Pietro, Giacomo, Giovanni, Giuda, autori di Epistole presenti nel Nuovo Testamento. Il vecchio solo è San Giovanni, autore dell’Apocalisse. Ormai il senso generale dell’episodio è chiaro: la storia dell’uomo comincia nel paradiso terrestre: per il peccato gli uomini sono precipitati nell’errore e nella disperazione. L’opera di salvezza comincia attraverso il popolo ebraico, l’unico, tra i popoli, restato fedele al vero Dio: e culmina con la Redenzione e la fondazione della Chiesa. Come sul piano storico, anche sui piano personale la via è la stessa: si deve tornare a Cristo, alla verità rivelata, di cui nel poema è simbolo Beatrice. Ella apparirà fra poco, per accogliere il pellegrino e portarlo nel mondo della beatitudine perfetta ed eterna.

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Riassunto Canto XXVIII Purgatorio

Paradiso terrestre. Matelda

Per tutto il viaggio dalla spiaggia lungo le ripide pareti il poeta ha sempre sottolineato il suo desiderio di pervenire sulla cima del monte, al paradiso terrestre. Questo si presenta come una foresta spessa e viva, popolata di uccelli, ricca di alberi di ogni genere, taluni di specie sconosciuta, attraversata da due fiumicelli. Così il viaggio, per la parte che si svolge entro il panorama terrestre (abisso e monte), si contiene simbolicamente tra due selve di caratteri antitetici: l’una, del peccato, annodata e intrecciata paurosamente, popolata di bestie selvagge, simbolo della caduta dell’uomo; l’altra chiara, serena, soave. Per costruire la sua selva Dante si è certamente servito dei suggerimenti della Bibbia e soprattutto di quelli che gli giunsero da Ovidio e da Virgilio: ma ha anehe utilizzato l’esperienza letteraria dei poeti provenzali e di quelli stilnovistici. Il paradiso terrestre dantesco è anche uno stato d’animo, o meglio una condizione psicologico-morale tradotta in un paesaggio. I suoi caratteri dominanti sono quelli che emergono dal ritrovamento della limpidezza di sguardo che accompagna le speranze di bellezza e di assoluto degli adolescenti: la selva ha i caratteri della realtà ma anche i toni della magia, di una realtà sognante, di una serenità piena data dalla riconquista dell’innocenza primitiva. In questo paradiso tutto è sotto il segno della felicità calma e serena: la luce è temperata, il suolo è profumato, l’aria è dolce, le fronde conservano anche sotto il moto della brezza i loro contorni intatti, gli uccelli cantano e nidificano in pace. Entro questa cornice, quasi a individuarne e rilevarne meglio i caratteri si colloca una figura femminile cui Dante dà il nome di Matelda, simbolo della vita contemplativa o della giustizia. Però per la sua levità, per la sua grazia è piuttosto il simbolo della felicità di cui godettero per poco Adamo ed Eva. « Poeticamente è una stilizzata immagine di felicità e di pienezza amorosa, cresciuta sulla scia di delicate immagini libresche, e a sua volta stimolo di molteplici invenzioni poetiche dal Boccaccio e dal Petrarca fino al Poliziano, al Sannazzaro, all’Ariosto » (Sapegno). La seconda parte del canto è una precisazione, di natura teologica, sulla presenza del vento nel paradiso terrestre: l’acqua nasce da una sorgente voluta e perpetuamente alimentata da Dio, il vento è dovuto al moto di circolazione delle sfere celesti che investono anche la selva. Così anche i fenomeni naturali rientrano nell’ordine universale stabilito e garantito dal Creatore, nella stessa misura in cui sono il frutto della divina volontà creatrice il paradiso terrestre, Matelda, il viaggio del poeta. Questa insistenza sul tema dell’ordine in questi ultimi canti della seconda cantica prepara il tema dell’ordine universale su cui si orchestrerà tanta parte della terza cantica, quell’ordine che presiede al moto delle stelle e alla gerarchia delle creature, ed interviene come disegno provvidenziale nelle vicende storiche delle istituzioni umane: ordine tanto più rilevabile come punto di partenza e di approdo, quanto più si volge lo sguardo alle conseguenze del disordine, della disobbedienza alle norme volute dalla divinità: unico in grado di garantire la conquista di quella felicità di cui è segno importante il paradiso terrestre.

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Riassunto Canto XXVI Purgatorio

Settima cornice. I lussuriosi. Guido Guinizelli. Arnaldo Daniello.

Il gruppo di anime dentro il fuoco è dei lussuriosi: il fuoco che in terra acceca i loro sensi ora opera in funzione purificatrice. Il sole è al tramonto e colpisce da destra Dante che vede la sua ombra proiettarsi sulle fiamme: cosa normale per lui l’ombra, ma non per le anime che ne restano stupite e si accostano a lui per raccomandarglisi. A nome di tutte una chiede che egli spieghi come mai, vivo, si trovi nell’aldilà. Il poeta sta per rispondere ma ne viene distolto dall’arrivo di un’altra schiera che procede in senso contrario alla prima, incontrandosi i peccatori delle sue schiere si baciano, in tutta fretta si salutano e si separano, ma prima gridano esempi di lussuria punita. La prima schiera ricorda l’episodio tremendo delle due città bibliche di Sodoma e Gomorra che furono distrutte dal fuoco caduto dal cielo perché colpevoli di lussuria contro natura; la seconda ricorda l’episodio mitico di Pasife, moglie di Minosse, che si congiunse con un toro. Le due schiere sono dei lussuriosi secondo e contro natura, gli stessi che Dante nell’inferno però colloca in due cerchi diversi: quelli secondo natura nel cerchio dov’è Francesca, e quelli contro natura o sodomiti nel cerchio dov’è Brunetto Latini. Separatisi i due gruppi Dante può rispondere alla domanda che un’anima gli aveva posto: per intercessione di una donna santa, dice. Ma dicano essi piuttosto chi sono quelle anime che vede ed in particolare chi è colui che gli ha rivolto la domanda. Le anime sono dei peccatori che dell’amore fecero un uso eccessivo, sfrenato. Chi parla è Guido Guinizelli, il poeta col quale ebbe inizio la scuola del dolce stile. Dante non nasconde la sua ammirazione e il suo stupore di trovarsi in presenza di quel poeta che egli chiama padre e maestro suo e di coloro che migliori di lui composero dolci e leggiadre rime di amore. La poesia del Guinizelli, aggiunge Dante, rimarrà cara e preziosa finché durerà l’uso di poetare in italiano, Ma di me migliore, soggiunge il Guinizelli, fu nella sua lingua, il provenzale, il poeta che qui mi si affianca: Arnaldo Daniello. E questi in provenzale, dopo averlo ringraziato delle parole amabili che il poeta fiorentino ha detto di lui, aggiunge che ora piange e contempla con dolore la sua passata follia, confortato però dalla speranza di vedere presto spuntare il giorno della liberazione. Per questo ora si permette di affidarsi alle sue preghiere, che possono aiutarlo a raggiungere rapidamente la vetta della scala del purgatorio. Detto questo si rituffa nelle fiamme. Quest’incontro con il Guinizelli che egli chiama suo maestro, e con un poeta provenzale, ha un notevole significato nell’itinerario culturale e morale di Dante: i due poeti sono nel purgatorio proprio per quello che fu l’argomento della loro poesia, l’amore. Da ciò si comprende come ormai Dante allontani da sé come moralmente pericolosa la letteratura d’amore.

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Riassunto Canto XV Purgatorio

Dalla sesta alla settima cornice. Teoria della generazione delle anime. I lussuriosi

Il viaggio continua a svolgersi secondo un ritmo che contempla tre momenti: l’ascesa, l’incontro con le anime, lo scioglimento di dubbi, All’inizio del canto sorprendiamo i tre poeti in viaggio verso la cornice settima, dei lussuriosi, attraverso una strada stretta: è passato da tempo il mezzogiorno e bisogna procedere con maggiore rapidità per utilizzare meglio la luce prima che scenda la notte. C’è intanto un dubbio che assilla la mente del poeta: ma esita ad esprimerlo comportandosi come la cicogna ancora implume che leva l’ala per voglia di volare, e non ad abbandonare il nido. Il dubbio è questo: come possono le anime dei golosi, sotto lo stimolo della pena, diventare magre fino alla consunzione? le anime, in quanto immateriali, non hanno bisogno di nutrimento materiale. Virgilio gli ricorda due fatti analoghi: quello di Meleagro che si vide consumare la vita contemporaneamente al tizzone che sua madre aveva messo sul fuoco, e quello dello specchio in cui l’immagine si muove nel momento in cui si muove la persona. C’è una corrispondenza tra il mondo esterno e quello interiore: brucia il tizzone (mondo esterno) e si consuma l’anima (mondo interiore). Lo stesso accade anche se in senso inverso con lo specchio, corpo esterno che riflette i movimenti della persona. Ugualmente le anime dei golosi avvertono dalla presenza del frutto e dell’acqua, sensazioni che poi si riflettono sul loro essere immateriale. Quindi, non si può concepire l’anima come un corpo fittizio, dato che tra l’anima e l’immagine che riproduce le forme del corpo esiste un rapporto quale si ha quando il corpo è reale e non fittizio. Però Virgilio cita casi simili a quello avvertito da Dante, non chiarisce la ragione di questa vita corporea nelle anime, ed invita Stazio a dare lui la chiarificazione richiesta. Stazio cortesemente accoglie l’invito, non perché ne sappia più del maestro, ma perché non vorrebbe apparire irriverente rifiutando. C’è, egli dice, una parte, la più pura del nostro sangue, che non circola nelle vene e che contiene tutte le potenze formative di tutto il sangue che fluisce nelle vene e perciò di tutte le membra dell’uomo. Questo sangue trasformato in sperma fluisce dall’uomo nel sangue della donna attraverso l’amplesso: si congiunge così il sangue dei due, quello attivo dell’uomo, e quello passivo della donna, e il primo opera, formando anzitutto un coagulo di entrambi e poi immettendo la vita in ciò che esso ha prodotto come materia su cui esercitare la sua attività. La virtù attiva del seme maschile, diventata nel feto anima vegetativa, come quella di una pianta, continua poi ad operare e acquistata la capacità di moti e di sensibilità entra in possesso dell’anima sensitiva. A questo punto la virtù organizzatrice di tutte le membra che deriva dal cuore del padre si dilata nel feto, attende dl pieno compimento delle varie parti dell’organismo. C’è però un salto qualitativo che è difficile da capire: il feto prima vive di vita vegetativa e sensitiva e poi sale alla vita razionale, spirituale, diventa, da pianta e animale, uomo. Averroè, il grande filosofo arabo, ritenne l’intelletto disgiunto dall’anima: non c’è una sede per l’intelletto come invece c’è per la vista (l’occhio); e così concluse che non esiste un’anima individuale ma un’anima comune a tutti gli uomini. Invece questa sede c’è — dice Stazio. Appena l’essere umano s’è organizzato e si è formato il cervello, Dio vi in/onde l’intelletto, del tutto individuale, un’anima nuova, intellettiva, razionale, piena di virtù, la quale assimila alla sua stessa sostanza i principi attivi che trova nel feto e cioè l’anima vegetativa e sensitiva e si fa un’anima sola che vive (vita vegetativa), sente (vita sensitiva), riflette (anima intellettiva). È lo stesso fenomeno per cui il calore del sole si fa vino, quando è congiunto con l’umore che scende dalla vite. Quando l’individuo muore, l’anima si scioglie dal corpo e a causa del legame con la vita vegetativa e sensitiva reca con sé l’una e l’altra con possibilità di esplicarle : queste facoltà, private degli organi corporei, restano inerti; attive invece sono le facoltà intellettuali: memoria, intelligenza, volontà. L’anima razionale, giunta nell’aldilà, è accolta in uno spazio aereo e in questo spazio opera come operava quand’era congiunta al corpo. L’aria che la circoscrive prende la stessa figura che la materia corporea aveva in terra, e questa figura segue l’anima come la fiammella segue il fuoco dovunque vada. E poiché l’anima da questo corpo aereo acquista la sua parvenza esterna, questo corpo si chiama ombra e da questo così fatto corpo l’anima forma i suoi organi sensoriali, compresa la vista, che è il senso più perfetto. Per mezzo di questo corpo le anime parlano, ridono, piangono, sospirano: secondo lo stimolo, i desideri e i moti dell’anima, l’ombra si atteggia in modi ad essi conformi. Questa è la ragione del dimagramento. La spiegazione di Stazio termina quando, girando a destra, vedono uscire fiamme dalla parte interna del monte, che però, al vento, si piegano, lasciando libero un sentiero per cui i tre si inoltrano. Dentro le fiamme sono gli spiriti che gridano a voce alta esempi di castità: il primo parla di Maria che all’annunzio che doveva diventare madre rispose: non conosco uomo; il secondo parla della casta Diana che viveva nei boschi; altri celebrano mogli e mariti che furono casti come richiede la virtù della temperanza. Con questi esempi e con la sofferenza procurata dal fuoco le anime dei lussuriosi attuano la loro liberazione.

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Riassunto Canti XXII e XXIII Purgatorio

Canto XXII: Cornice quinta. Avari e prodighi. Stazio. Cornice sesta. I golosi

All’inizio della scala per l’altro girone un angelo, quello della moderatezza recita la beatitudine « beati coloro che hanno sete della giustizia » e cancella la quinta P dalla fronte del poeta. Stavolta sono in tre a salire. Stazio si è unito ai due poeti e li accompagnerà fino alla sommità del monte. Virgilio e Stazio parlano fitto tra loro, Dante li ascolta. Comincia Virgilio: per te, dice a Stazio, ho concepito un grande affetto da quando il tuo contemporaneo Giovenale scese nel limbo e mi rivelò di quanto amore per la mia poesia ti nutrissi, e come esso fosse evidente nelle opere che scrivevi. il/la proprio per la grande stima che ha di lui, vuole sapere, se la domanda gli è consentita, come mai un poeta come lui avesse potuto macchiarsi di avarizia, di un peccato che è in antitesi con lo spirito di liberalità e di saggezza che anima i poeti. C’è un equivoco — risponde Stazio —: non si trova lì perché avaro ma perché prodigo e questo peccato egli ha scontato per centinaia di anni. Anche la prodigalità è un eccesso e molti sbagliano a non ritenerla un peccato. Non così fece lui, che avverti in tempo il peso del peccato e fu proprio la lettura dell’Eneide a farlo ravvedere, ed esattamente quel punto in cui si parla di Polinestore che per brama di oro uccise a tradimento il giovane Polidoro. A quali efferati delitti non conduce gli uomini la maledetta fame dell’oro! Ma Virgilio ha un’altra e più grande domanda da fare: dalle opere di Stazio non risulta che egli fosse cristiano: come mai è salvo? Anche nella conversione Stazio dice di essere stato sollecitato dalla lettura dei testi virgiliani e Precisamente dalla lettura della quarta Bucolica dove si predice la nascita di un bambino sotto il quale il mondo conoscerà la pace. Tu, dice Stazio, mi avviasti alla poesia e tu per primo mi hai illuminato perché mi avviassi alla conoscenza del vero Dio. Hai operato come chi cammina di notte, il quale porta il lume dietro di sé e non reca giovamento a sé ma illumina la itrada delle persone che lo seguono, quando dicesti, parlando dell’età nuova che si apriva con il bambino che era appena nato: si rinnova il mondo, torna la giustizia e torna l’età dell’oro e dell’umanità innocente, dal cielo scende una nuova progenie di uomini. Quando lessi queste parole, aggiunge Stazio, nel mondo si diffondeva la fede cristiana che annunciava la nascita di una nuova società: era eccezionale l’affinità tra le tue e le loro parole. Per questo cominciai a frequentare i cristiani e ad ammirarne la giustizia e la santità. Al tempo della Persecuzione di Diocleziano ero già cristiano ma non ebbi il coraggio di rivelare la mia nuova fede e pur avendo preso il battesimo mi tenni da parte: per questa mia tepidezza sono restato quattrocento anni nella cornice degli accidiosi. L’incontro con Virgilio porge a Stazio l’occasione per informarsi degli scrittori e poeti che si trovano nel limbo. Sono tanti, risponde Virgilio: ci sono grandi poeti comici come Flauto e Terenzio, grandi poeti greci come Simonide ed Euripide insieme coi Personaggi da loro cantati. Sono intanto arrivati nella sesta cornice. La prima cosa che osservano è un albero i cui rami si dispongono come quelli di un albero rovesciato: i Più ampi sono in alto. Dalla parte del monte scende un’acqua che si spande sulle foglie: dall’interno delle fronde una voce grida: invano avrete desiderio di nutrirvi di questi cibi e di bere di quest’acqua. Poi la voce parla di Maria che alle nozze di Cana chiese al figlio che l’acqua si mutasse in vino e certo non Pensava alla gola ma a che le nozze fossero onorevoli; parla anche delle donne romane che per bere si accontentavano di acqua, e del profeta Daniele che rifiutò il cibo e acquistò la sapienza. Sono esempi di temperanza che lasciano comprendere che il girone è dei golosi. Altri esempi ricordano la frugalità degli uomini dell’età dell’oro che rese saporite le ghiande perché mangiate con fame, e la sobrietà di San Giovanni il Battista che nel deserto si nutrì di miele selvatico e di locuste.

Il canto è particolarmente rilevante perché chiarisce la posizione di Dante di fronte alla cultura classica: il punto centrale, per questo, è la confessione di Stazio di essere diventato cristiano per ispirazione tratta dalla poesia virgiliana. Fattosi nella cultura pagana Stazio a poco a poco prende coscienza che la storia, anche quella di Roma, si spiega solo attraverso l’insegnamento cristiano e che quindi i tempi che precedono la venuta di Cristo preparano, preludono a Lui. Di conseguenza la cultura prima di Cristo è un momento del cristianesimo anche se imperfetto ed incompleto. Non può essere respinta così Virgilio è un momento essenziale dell’itinerario di Dante a Dio, come tutta la civiltà ha il suo termine nella storia che muove da Dio e a Dio tende attraverso il modulo interpretativo offerto da Cristo.

Canto XXIII: cornice sesta. I golosi : Forese

Tutti e tre i poeti, Virgilio, Stazio e Dante, procedono lungo il desertico sesto girone: i discorsi dei due latini attraggono il più giovane, lo assorbono e lo isolano dal mondo circostante: dalla assorta meditazione li fa tornare nella opaca e dolente realtà penitenziale l’arrivo di un gruppo di anime che camminano speditamente: guardano, osservano, trascorrono. L’immagine che balza dal gruppo è delle più spettrali della Commedia ed una delle più medievali: sono anime terribilmente macilente, la pelle si informa alle ossa, le occhiaie sono vuote e buie, pallida la faccia: un corteo di spettri, di affamati, quali a volte emergevano nel paesaggio cittadino dopo un lungo assedio o in seguito a spaventevoli carestie. Sono i golosi: furono stimolati freneticamente da un’insaziabile fame e sete, Sono ora puniti nella gola: soffrono atrocemente la fame e la sete, ridestate in loro dalla vista di frutta e di acque, però intoccabili. Chi crede che nel viso dell’uomo si possa leggere la parola OMO vi avrebbe chiaramente potuto distinguere i segni della M. Il canto trova il suo momento poeticamente più alto nell’incontro del poeta con l’amico degli anni giovanili, con Forese. Spettrale come gli altri, sfugge al riconoscimento immediato. Solo dal tono di voce con cui vive le sue parole di meraviglia Dante lo riconosce. Forese non sa dire all’amico la ragione della sua macilenza, squamosa come da scabbia: è effetto misterioso del procedere divino. Una sorta di occulto potere è nei frutti e nell’acqua che scatena il desiderio di mangiare e di bere: il desiderio resta però inappagato e le anime continuano a dimagrire. Solo per questa via, spogliandosi dei desideri terreni, essi si purificano. Ma Forese vuol sapere dall’amico come, vivo, faccia il viaggio nell’aldilà. Era caduto nel peccato, Virgilio lo guida fino là dove l’aspetta Beatrice. Anche Forese è aiutato da una donna, la moglie Nella, che con le sue preghiere ha accelerato il processo penitenziale del marito. Tanto più degna di essere sottolineata la vita morale di Nella perché si può dire la sola donna di Firenze che dà esempio di affetto e di pudicizia: per il resto la città sembra tornata alla barbarie. Il quadro ora si completa: i due amici ritrovano come tema centrale della loro vita il processo dalla caduta nel peccato alla liberazione per l’intervento delle loro donne; ed ora imparano a vergognarsi e pentirsi delle esperienze di peccato degli anni giovanili. A quale tempo di traviamento i due si riferiscano, non è chiaro. I critici ritengono che il tempo del traviamento sia quello che coincide con l’esperienza che si concretò nei sonetti ingiuriosi che essi si scambiarono, comunemente noti sotto il nome di Tenzone tra Dante e Forese. « Si tratta di una collana di sei sonetti, tre di Dante contro Forese, e tre di Forese contro Dante, pieni di reciproche ingiurie e accuse. Per darvene un’idea, vi dirò che Dante rimprovera all’amico non solo di trascurare la moglie Nella e di andarsene di notte a rubare, e ciò solo per mangiare a crepapancia, ma addirittura di non esser figlio del padre legale, e a sua volta Forese muove a Dante, tra le altre, un’accusa che proprio non ci aspetteremmo: quella di vigliaccheria. I versi del Purgatorio sono una ritrattazione di queste accuse, una riaffermazione reciproca di affetto e di stima; ma non bisogna per questo pensare che la tenzone rappresenti un momento di rottura dell’amicizia. Essa è uno scherzo letterario, un genere che nel Medioevo, in Italia e fuori, era assai coltivato, uno scherzo che per noi va molto oltre i limiti della convenienza e del buon gusto, ma che allora poteva anche essere tollerata. Comunque, la tenzone è documento di un periodo della vita in cui Dante si compiaceva di cose triviali. Coincide probabilmente col periodo del traviamento: anche se non è necessario pensare che Dante propriamente vivesse allora una vita tutta bassa e lurida, certo c’era abbastanza per stimarla degna di esercitazione letteraria. I versi del Purgatorio non sono dunque solo una ritrattazione delle accuse a Forese, sono anche un solenne ripudio di quella vita, e anche un ripudio di un genere di poesia che Dante da un pezzo aveva abbandonato come indegno.

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Riassunto Canti XIX, XX e XXI Purgatorio

Canto XIX: Sogno di Dante. Cornice quinta. Avari e prodighi

Poco prima dell’alba Dante vede in sogno una femmina bruttissima, balbuziente, sciancata, priva di mani, di colorito livido. Il poeta la guarda e non solo non prova repulsione per questa bruttezza, anzi la trova bella: il suo sguardo sembra abbia il potere di sciogliere lingua della donna, di raddrizzarle le membra, di dare colore al suo volto. E la sente cantare dolcemente, e senza pudore dichiarare il suo mestiere di adescatrice esperta in lusinghe. Ma contro questa sfacciata e procace femmina, in grado di ottunder.. i poteri critici della ragione, interviene una donna santa e sollecita che richiama Virgilio al suo dovere; e Virgilio si fa avanti, afferra la femmina, le strappa la veste e ne mette a nudo il sozzo ventre: da cui sale un puzzo tale che Dante si desta per l’impressione sgradevole. Il sogno ha certamente un significato allegorico: la femmina balba è simbolo della falsa bellezza e del fascino maligno che viene dai peccati di incontinenza (avarizia - gola - lussuria); la donna santa è simbolo della grazia che aiuta e potenzia la ragione (Virgilio) nella lotta contro il male; il puzzo che esala dal ventre è simbolo della forza corruttrice dei beni mondani. Spetta alla ragione rilevare le false attrattive, e avviare gli uomini a propositi saldi.

Intanto i due poeti — si è fatto giorno — si avviano verso il nuovo girone: un angelo li ha indirizzati al sentiero ripido. Il quinto girone si presenta coperto di anime che giacciono bocconi a terra recitando un salmo, piangendo e sospirando: sono legate. piedi e mani, come si fa quando si abbattono le bestie grosse. Sono gli avari e i prodighi: con il viso a terra perché troppo amarono le cose della terra (avari); o troppo ne fecero scempio (prodighi) ed ora imparano che si deve fare buon uso delle cose; le mani e i piedi sono legati ad indicare che l’avarizia impedì il compimento delle opere di bene.

Un colloquio si svolge tra il poeta e un avaro che si dice il papa Adriano V, della famiglia Fieschi dei conti di Lavagna; fu papa per un mese o poco più: spera ora nelle preghi re della nipote Alagia, moglie di Moroello Malaspina; non certo in quelle dei suoi parenti. Aveva impegnato la sua vita nella ricerca dei beni e delle ricchezze e con questi falsi ideali era salito al pontificato: brevissimo fu il periodo del suo pontificato, ma sufficiente per fargli comprendere quanto costi quel manto a chi voglia portarlo con dignità, adempiendo i doveri imposti da quell’altissimo compito spirituale. Qui cominciò la sua conversione: le ricchezze gli apparvero nella loro vanità. Dante vorrebbe inginocchiarsi ma papa Adriano non glielo permette.

Canto XX: Cornice quinta. Avari e prodighi. Ugo Capeto

Per non calpestare le anime stese per terra i due poeti si muovono lungo i margini della cornice. Lo spettacolo delle anime che versano lacrime e soffrono per il peccato commesso, uno dei più diffusi e contaminanti, ridesta nel poeta l’onda di sdegno e di giusta collera contro la società corrotta e corruttrice. Di qui l’invettiva del poeta contro la lupa, simbolo della cupidigia, che più di ogni altro vizio si impadronisce delle anime perché inesorabilmente affamata. Quando verrà colui che caccerà la lupa dal mondo, facendo ritornare la pace e la misura?

Si continua a camminare, si sentono esempi di povertà e di generosità detti dalle anime: il primo esempio ricorda Maria che in un’umile stalla fece nascere il re dell’universo; e poi Fabrizio che rifiutò il denaro del re Pirro e San Nicola da Bari che inosservato procurò la dote a tre ragazze che il padre, per miseria, voleva avviare alla prostituzione. All’anima che dice questi esempi Dante chiede chi sia e promette preghiere quando tornerà in terra. Ma chi tra i miei eredi così degeneri può ricordarmi? Così comincia a parlare Ugo Capeto, il re francese che diede inizio alla dinastia dei Capetingi. Se passa in rassegna i suoi discendenti, non può non vergognarsi per loro. Il punto più basso della decadenza è segnato dal matrimonio di Carlo I d’Angiò che ottenne in dote dalla moglie la Provenza: da allora è tutta una ribalderia. Venuto in Italia, Carlo uccise prima Manfredi e poi Corradino: forse a lui risale la responsabilità della morte di San Tommaso di Aquino. C’è poi un altro Carlo ancor più esiziale: Carlo di Valois, un giuda; entrò in Firenze con l’impegno di rispettare i patti e di dare pace alla città e invece con la menzogna e l’inganno cacciò via i Bianchi e consegnò la città ai Neri. Da questa impresa il Valois uscirà con vergogna e con peccato. C’è poi un altro esemplare di degradazione nella stessa famiglia. è Carlo II d’Angiò che per denaro cedette la figlia in matrimonio come si fa con le schiave. Il re più scellerato è Filippo IV il Bello il quale non solo sopprimerà l’ordine dei Templari ma coi suoi sgherri oserà offendere il papa, facendolo bastonare ad Anagni. Ma la giustizia divina interverrà e libererà l’umanità da tanta infamia. D’un tratto la montagna è scossa violentemente da un terremoto cui segue un grido di esaltazione di Dio. Dante ne vorrebbe sapere la causa, ma si astiene dal chiedere per non essere importuno.

Canto XXI: Cornice quinta. Avari e prodighi. Stazio

Dante desidera vivamente di sapere quale sia la causa del terremoto e del canto delle anime. Mentre è assediato da questa curiosità, e procede lungo la strada impedita dalle anime stese e legate per terra, un’anima si colloca accanto a lui, in piedi. Dopo un affettuoso saluto, Virgilio gli chiede perché la montagna poco prima ha sobbalzato e perché le anime hanno alzato un grido. Lo spirito spiega che il terremoto — e si adopera una parola impropria — non è avvenuto per cause fisiche, quelle che accompagnano i terremoti in terra, ma per ragioni che fanno parte delle leggi del purgatorio: quando un’anima, compiuto il periodo di purificazione, assegnatole, avverte di essere libera e si muove verso il paradiso, allora montagna quasi a sottolineare questo scatto si scuote come da un movimento tellurico.

L’anima che si è liberata del peccato dopo cinquecento anni di permanenza nella cornice è proprio quella per cui la montagna si è scossa. Quali i segni che avvertono il penitente che ormai è libero? D’un tratto l’anima è colta da un desiderio di muoversi, di salire ed è un desiderio che non trova più impedimenti dentro la coscienza. Poi l’anima dice di sé: si chiama Stazio; era stato poeta ai tempi di Domiziano, e aveva composti due poemi, la Tebaide (sulla guerra dei sette contro Tebe) e l’Achilleide (sulla sita e le imprese di Achille) stimolato ed educato nell’attività poetica dal grande Virgilio, l’aver il piacere e il privilegio di conoscerlo — egli dice — sarebbe pronto a restare ancora un anno nel purgatorio. Quest’alto elogio di Virgilio fatto in sua presenza da Stazio che ancora non sa di averlo davanti, induce Dante ad un sorriso, quasi un ammiccamento. Se ne avvede Stazio e ne vuol sapere il motivo. Dante gli chiarisce che quel Virgilio tanto da lui amato è proprio in sua presenza. Stazio sta per buttarsi a terra per abbracciare le ginocchia di Virgilio, ma questi glielo impedisce: siamo ambedue ombre. «Quest’episodio di Stazio è un’appassionata esaltazione della poesia . . . per apprezzarla bene, dovete pensare che la poesia era per Dante e per i suoi contemporanei qualche cosa di diverso, di più complesso che non sia per noi. In primo luogo, allora e per molti secoli ancora, ogni poeta voleva, sì, come in ogni tempo essere originale, dire una parola sua, che non potesse essere confusa con la parola dei poeti precedenti: ma non pensava che per conquistare questa originalità fosse necessario rinnegare i suoi predecessori, dir cose che questi non avevano mai detto, dibattere problemi mai dibattuti per l’innanzi. Per questa via si può raggiungere in qualche caso l’originalità vera, ma spesso anche si scivola nello stravagante e nel falso. Il poeta antico pensava di dover partire dai poeti precedenti, imparare da essi, per così dire, il mestiere; pensava anche che i fatti, le situazioni non hanno molta importanza; che pure i sentimenti, oggetto della poesia, sono fondamentalmente sempre gli stessi, perché l’uomo nella sua intima natura è sempre uguale a sé stesso; e che dunque l’originalità consiste nell’accento personale con cui sono rappresentati quei fatti o quei sentimenti. Il poeta antico non immaginava dunque che da lui cominciasse il mondo e la poesia; sapeva invece di essere un anello di una catena ininterrotta, d’una tradizione di poesia. Sicché i poeti precedenti non sono per lui colleghi più vecchi o antichi, che ci si può limitare ad ammirare, ma sono veri e propri maestri, ai quali egli deve essere grato, perché senza di essi egli non sarebbe quello che è.

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Riassunto Canto XVIII Purgatorio

Cornice quarta. Accidiosi. L’abate di san Zeno

Del discorso di Virgilio Dante condivide tutto: c’è però un punto sul quale vorrebbe un chiarimento. Il maestro aveva detto che l’amore è causa di virtù e di vizi e che ad esso risalgono tutte le disposizioni dell’uomo. Insomma: quale è la vera natura dell’amore? Risponde Virgilio: l’animo in quanto nasce con la tendenza ad amare si muove verso ogni cosa piacevole quando dallo stesso piacere è sollecitato, passa cioè da uno stato tendenziale ed indiscriminato ad un preciso e concesso amore, all’amore di una persona determinata che suscita piacere. Ora proprio questo piegarsi ad una cosa è amore, ed esso non si acquieta se non se ne appaga, come il fuoco non cessa di innalzarsi sino a quando non raggiunge la suo sfera, a cui tende sempre, come rivela la sua irrequietezza. L’amore è, dunque, un moto dell’animo, ma non è buono in sé, in quanto disposizione naturale e ancora inattuata: così non ogni impronta sulla cera è buona, ma quella che esprime l’animo di colui che ve la imprime, cioè dell’artista, ed egualmente è l’animo che impronta di sé la cosa amata, la quale può essere buona o cattiva. L’amore perciò va ricondotto alla radice morale di chi ama, all’animo con cui egli plasma i contenuti della sua vita affettiva. Dante riconosce chiara la spiegazione del maestro ma ha ancora un dubbio. se l’amore è determinato da oggetti che stanno al di fuori dell’animo, e l’animo non può operare per altra forza, quale merito o quale colpa può avere l’animo dell’uomo, dell’oggetto del suo amore che può essere buono o cattivo? È il grave problema della libertà dell’uomo. Virgilio risponde che solo in parte’ egli può dare una spiegazione, per la parte che non trascende la ragione, ammettendo così che la questione è in parte argomento di fede, non risolubile razionalmente. Ogni essere che risulta da due elementi congiunti e separati, come l’uomo ad esempio che risulto di anima e di corpo, ha in sé una virtù specifica che si rivela solo quando opera attraverso gli effetti, così come in ana pianta c’è la tendenza a produrre che è propria della specie vegetale, e ci sono le fronde che sono l’effetto di quella capacità produttiva, li/la come nell’ape c’è l’istinto di fare il miele ed è un istinto di per sé non elogiabile o condannabile, così l’uomo ha dalla nascita l’intelligenza e l’amore, ma non sa donde gli vengano, le prime notizie intellegibili e l’amore dei primi beni desiderabili (cioè, il bello, il vero, Dio). Ora affinché al primo impulso naturale, di per St buono in quanto viene dalla natura, si accordino gli altri, è negli uomini innata la ragione; alla quale spetta il merito della scelta tra amori buoni e amori negativi. Di questa facoltà di questa libertà innata di scelta si accorsero tutti i filosofi e la dissero fondamento di tutta la vita morale. La libertà, dunque, coincide con la ragione e viceversa. L’amore non può non accendersi: ma gli uomini hanno in sé il potere di accoglierlo o di respingerlo. E questo potere è il libero arbitrio. Questa dottrina al di là delle sintesi teoretiche ha un risvolto e un effetto pratico che interessa la società: se l’amore è la base di ogni virtù e di ogni vizio, spetta al legislatore e all’educatore Promuovere l’amore della prima e respingere il secondo, sostituire a fini che si rivelano negativi quelli che non tradiscono le premesse e che in sostanza sono quelli che guidano alla divinità.

La luna continua a splendere in alto e sembra un secchione di rame tutto ardente: Dante è assonnato ma si scuote quando sente arrivare gente: davanti a tutti corrono due anime che recitano esempi di sollecitudine: il primo esempio ricorda Maria che andò senza indugio a visitare Elisabetta, il secondo, narra di Cesare che con rapidità corse in Spagna e risolse la guerra. Le anime sono così dominate dalla voglia di procedere spedite, che non si fermano a parlare con quel vivo; una lo invita a correre con loro: presto troverà la strada per salire.

Lo spirito che parla dice di essere stato abate del monastero di San Zeno a Verona, quando in Italia scese il Barbarossa. Ora quel posto di abate è stato preso da Giuseppe, figlio deforme nel corpo e nell’animo di Alberto della Scala. Chiudono il corteo di anime in corsa altre anime che recitano esempi di accidia punita. Ma Dante inavvertitamente si è addormentato.

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01 ottobre 2010

Riassunto Canti XIII e XIV Purgatorio Dante

Canto XIII: Seconda cornice. Gli invidiosi

Al termine della scala che porta alla seconda cornice i due poeti si trovano di fronte a un pianoro squallido, privo di anime e di rilievi, livido, del colore della pietra. È un paesaggio che suscita una sensazione di solitudine, di sentimenti repressi ed occulti. E la cornice degli invidiosi, come Dante apprende dopo aver fatto circa un miglio in quella landa uniforme e desolata. Giungono delle voci di spiriti invisibili che dicono esempi di carità. Il primo è tratto dalla vita della Vergine; è l’episodio delle nozze di Cana in cui Maria indusse il figlio a cambiare l’acqua in vino; il secondo ricorda l’amore di Oreste e Pilade, così amici che il secondo cercò di prendere il posto dell’altro per sottrarlo alla morte; il terzo deriva dal precetto evangelico: amate coloro dai quali avete ricevuto il male. Virgilio intanto ha visto un gruppo di anime e su di loro richiama l’attenzione di Da te: la prima impressione è di sgomento e di pietà per la pena atroce a cui sono sottoposte. Hanno mantelli dello stesso livido colore della pietraia, e si appoggiano l’una all’altra con le spalle alla montagna; gli occhi sono cuciti da un filo di ferro. Evidente qui la legge del contrappasso: usarono male i loro occhi ed ora ne sono privati in modo atroce. Guardarono gli altri con occhi invidiosi, ora ciechi sono costretti a guardare nella loro coscienza per acquistare chiarezza interiore. Dante, non visto, continua a camminare: gli sembra di essere come un privilegiato che passa tra i diseredati: da ciò il suo disagio. Virgilio chiede se nel gruppo c’è qualche anima di italiano. Risponde una donna di Siena, Sapia, della famiglia dei Salvani: di sé dice che ebbe in vita un’insensata invidia degli altri. A dare le dimensioni della sua folle invidia racconta che fu più lieta delle altrui sciagure che del suo bene: nella guerra tra i Senesi e i Fiorentini si augurò che i primi perdessero, e poiché questo appunto si verificò ritenne di essere stata lei a determinarne l’insuccesso. Alla fine della vita si riconciliò con Dio, e come i pentiti in fin di vita sarebbe ancora nell’antipurgatorio se per lei non avesse pregato quel sant’uomo che fu Pier Pettinaio, un povero venditore di pettini, il migliore dei senesi, gente così sciocca da sprecare energie e risorse in progetti insensati.

Canto XIV: Seconda cornice. Ancora invidiosi: Guido del Duca e Rinieri da Calboli

Due anime, che hanno ascoltato il colloquio tra Sapia e Dante, parlando tra loro esprimono lo stupore che un vivo attraversi il purgatorio: si deve trattare di uomo particolarmente privilegiato se ha questa venturosa sorte. I due in vita ebbero rilievo politico nella Romagna del Duecento: l’uno è Guido del Duca, della famiglia ravennate degli Onesti, l’altro è Rinieri da Calboli, forlivese. È Guido a chiedere a Dante chi sia e questi rispondendo non dice il suo nome perché ancora poco noto, ma dice di essere nato in una regione attraversata da un fiumicello che nasce in Falterona: chiaro il riferimento alla Toscana e all’Arno. Guido osserva che della Toscana e dell’Arno è bene parlare in termini metaforici come si usa quando si parla di cose indegne e ripugnanti. È giusto che il nome della valle d’Arno ,compaia, tanto essa è inquinata dal male dalle sorgenti alle foci; e tutti i paesi che l’Arno incontra sono abitati da popolazioni variamente colpevoli. Il fiume dapprima tocca il territorio del Casentino, dove gli abitanti sono brutti porci, più degni di nutrirsi di ghiande che di cibi fatti per gli uomini; poi lambisce il territorio degli Aretini, i quali, come botoli ringhiosi, come mastini arrabbiati, gridano e minacciano più di quanto consenta la loro pochezza politica; scende e si allarga e incontra i lupi, i fiorentini che attendono ad arricchirsi e ad arraffare; avviandosi al mare sfiora i Pisani maliziosi ed astuti come volpi. Il centro di ogni malvagità e ferocia è in Firenze, dove opererà anche un nipote di Rinieri, quel Fulcieri che a Firenze come podestà si distinse per la sua ferocia e per la tenacia con cui mise a morte i Bianchi e ridusse la città allo stato di selva. Questa è la nuova società, sanguinosa e bestiale. Altra la situazione morale e politica della società in cui vissero i due, Guido e Rinieri. La Romagna era guidata da una classe nobiliare, che si ispirava all’amore e alla cortesia, viveva con generosità e con signorilità. Sapeva affrontare le difficoltà delle imprese e conosceva gli agi della vita. Di quest’ideale di liberalità, di onore, di difesa dei deboli, di lealtà si alimentò un tempo la gente nobile di Romagna; ora quelle famiglie si sono imbastardite, hanno perso molto dello smalto antico e precipitano nella corruzione.

Tanto l’interlocutore si sente preso dal disgusto e dal desiderio di pianto che invita il poeta a lasciarlo solo e ad allontanarsi. Nuove voci sorprendono il poeta lungo la strada: stavolta si tratta di esempi di invidia punita. La prima ricorda le parole che Caino pronunciò dopo aver ucciso il fratello: mi ucciderà chiunque mi troverà; la seconda voce ricorda Aglauro, figlia del re di Atena, la quale fu tramutata in sasso da Mercurio, perché invidiosa del fatto che il dio amava la sorella e non lei; la terza voce ammonisce: gli uomini dovrebbero tenersi entro i limiti che pone la divinità, invece si lasciano adescare dai beni mondani. Eppure 1 chiama a sé il cielo, ai suoi beni reali ed infiniti e ad essi dovrebbero guardare, invece ‘li lasciarsi invischiare dalle meschinità: da ciò la punizione che Dio infligge loro.

Il momento più importante di questo canto è l’episodio di Guido del Duca che fa l’elogio della società dei suoi tempi in radicale contrasto con quella nella quale vive Dante. « È evidente ormai che anche in quest’episodio, come in quello di Ciacco, Dante parla per bocca di un suo personaggio. Ma mentre la profezia di Ciacco scinde in due il personaggio del VI canto, i discorsi di Guido del Duca mantengono dal principio alla fine la stessa intonazione magnanima, solenne, nostalgica, e fanno di lui una potente trasfigurazione della personalità politica e civile di Dante. Dante è un laudator temporis acti (elogiatore del passato): la mossa della Divina Commedia viene da questo stato d’animo e insieme dall’esilio che ad esso è strettamente legato. Il poema, nelle sue linee maestre, nel suo slancio vitale, e tutto un protendersi dello spirito di Dante verso un avvenire che egli vagheggia sul modello di un lontano passato. In esso il passato e l’avvenire risplendono malinconicamente come un ricordo nostalgico e come un ideale sognato; fra l’uno e l’altro sta il presente, vile e triste. Alla nostalgia e all’aspirazione fa da chiaroscuro il quadro del presente: e questo, insieme con gli episodi che esulano dalla politica, toglie al poema di cadere nella monotonia e nel sentimentalismo. Ma il poema si concentra veramente tutto intorno alla personalità di Dante che, direttamente o per mezzo dei vari personaggi, è sempre il fulcro dell’ispirazione. Ciacco, Farinata, Brunetto Latini, lacopo Rusticucci, Niccolò III, Bonifazio VIII,... Manfredi, Sordello, Corrado Malaspina, Guido del Duca ecc. rappresentano, positivamente o negativamente, l’ideale civile, politico e religioso di Dante) (A. Momigliano, Firenze, Sansoni, 1947).

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Riassunto Canti X, XI e XII Purgatorio Dante

Canto X: Purgatorio. Prima cornice. I superbi

Per arrivare alla Prima cornice o girone i due Poeti salgono per un sentiero Stretto e ripido che impone ai due movimenti accorti e li impegna per un tempo superiore al previsto fine, faticosamente, giungono su un ripiano che da un lato sporge sul Vuoto e dall’altro è limitato dalla parete della montagna: corre come un’ampia cintura lungo tutta la montagna sempre in piano e sempre della larghezza di circa cinque metri. Non c’è nessuna anima in vista. Sulla parte più bassa della parete si vedono dei bassorilievi, ognuno dei quali rappresenta un€ storia di umiltà: anche da ciò si comprende che la cornice è quella dei superbi. Le Storie raffigurate nei rilievi hanno valore esemplare: le anime Passando davanti ad essi sono sollecitate ad una vita diversa da quella da loro condotta, e invitate alla Purificazione di storie esemplari il Medioevo fece uso frequente e a tutti i livelli di cultura: furono Presenti nelle Chiese in forma di Prediche, di affreschi, nei libri anche come miniature nei luoghi pubblici, nelle case: il credente ne traeva spunti ed occasioni per la sua edificazione morale. Esempi di ammaestramento ed invito ad una vita diversa sono Presenti in tutte le cornici del Purgatorio, alcuni sono costituiti da sequenze di episodi negativi, altri da episodi cristianamente edificanti. All’ingresso di ogni cornice Dante vede o sente esempi che celebrano la virtù antitetica al Peccato ivi Punito: all’uscita gli esempi si riferiscono al Peccato Punito nella cornice e alla sua Punizione. il primo esempio Positivo è in ogni cornice tratto dalla vita della Vergine, vista come la sintesi più alta delle virtù umane. Attraverso la meditazione e la Penitenza che gli esempi suggeriscono, le anime realizzano la condizione necessaria di purezza per salire. Gli esempi che Dante utilizza derivano da fonti classiche e testamentarie.

Il Primo rilievo contiene una rappresentazione dell’Annunciazione Maria è raffigurata con tale vivezza, che sembra le escano di bocca le parole: ecco l’ancella del Signore. L’altro rilievo contiene una scena biblica: c’è l’arca santa su un carro tirato da buoi: davanti balia Davide; il terzo rilievo è la rappresentazione della storia di Traiano che fermato da una vedova le rende giustizia. Sono rilievi simili a quelli che Dante poteva vedere nelle città del suo tempo, nei pulpiti di Siena, di Pistoia, di Pisa dei grandi scultori Andrea e Giovanni Pisano. Intanto si snoda una Processione di anime rannicchiate sotto grandi massi che incombono sui loro colli. Sono i superbi che per contrappasso Piegano la cervice che tennero alta.

Canto XI: Purgatorio. Prima cornice. I superbi: Umberto Aldobrandeschi, Oderisi da Gubbio, Provenzano Salvani

Al peccato di superbia Dante dedica parecchi canti, come fa quando volge a sua attenzione più intensa ad una forma di vita che gli pare esemplare indicativa di una situazione morale e politica che conferma la sua o le è radicalmente antitetica.

Il peccato di superbia può essere attribuito a personaggi che hanno un rilievo sociale: artisti, politici, feudatari che vogliono imporsi agli altri con forza dominatrice ed accentratrice. Superbia è la presunzione dell’artista che i compagni d’arte mortifica e svaluta. Ciò che caratterizza il superbo ma anche l’epoca nella quale egli opera e di cui è segno, è l’incapacità a riconoscere i propri limiti che opera in alcuni individui, i quali ricercando una falsa superiorità si condannano ad un effettivo isolamento, ad una completa esclusione. Al termine estremo questo mancato riconoscimento del limite finisce con lo scontrarsi con ciò che è veramente infinito ed illimitato, con Dio: perciò la superbia si risolve in una ribellione a Dio, sia che la creatura voglia essere pari a Dio come nel caso di Lucifero, sia che creda di potersi fidare delle sue forze, della sua capacità razionale: in questo caso gli sfuggirà la verità e diventerà eretico. Il superbo non riconosce che tutto è condizionato dal tempo e che l’unica eternità è quella concessa da Dio: eppure basterebbe, a guarirlo da questa cecità morale, l’esempio dei tanti che ogni giorno cadono, delle molte fortune che si infrangono, dei molti poeti ed artisti rapidamente dimenticati. Il vero cristiano riconosce i limiti che sono propri dell’uomo e umilmente chiede alla divinità l’assistenza quotidiana. Con una preghiera di invocazione alla divinità perché conceda il suo aiuto e la sua grazia, si apre il canto undicesimo ed è una preghiera recitata coralmente ad indicare che tutti nella cornice dove si purificano imparano le vie dell’amore e della reciprocità. Virgilio a questi spiriti piegati dai macigni chiede la strada per salire. Uno, cui il sasso impedisce di alzare la testa, si presenta come un Aldobrandeschi; un feudatario che aveva fondato la sua arroganza sulla forza militare, sulla nobiltà familiare: tutte cose che non solo Dio non prende in considerazione, ma che anche la civiltà comunale aveva travolto. L’anima dell’Aldobrandeschi vive in una situazione di tormentoso e drammatico sdoppiamento tra il passato ed il presente: non può ritornare al passato perché esso coincide con il mondo dell’errore, ma il rimorso glielo ripresenta perché impari a staccarsene; non può però ottenere la quiete desiderata, perché turbata dalla presenza di un passato di cui non è del tutto libera. L’altra anima con cui Dante colloquia è quella di Oderisi da Gubbio, un miniatore, che Dante conobbe: l’artista ormai conosce la l’abilità della così detta gloria umana, ha imparato a distinguere l’artista dall’opera d’arte: questa supera il tempo perché nasce da un’ispirazione divina, quello ha la durata del verde delle foglie. Ogni artista, come ogni altro uomo, deve far risalire ogni sua opera all’azione della divinità. L’ultimo personaggio (e qui affiora il terna autobiografico dell’esilio che esige, per essere sopportato, forza morale e resistenza eroica) è il senese Provenzano Salvani: tracotante, compì un gesto umile e per esso si salvò. Ed è qui la lezione morale del canto: si salvano solo coloro che conoscono le vie dell’umiltà. E si salverà anche Dante che, attraverso l’esilio, rafforzerà la sua fede morale e respingerà la tentazione presuntuosa della ragione, pagando il suo tributo di mortificazione.

Canto XII: Prima cornice. I superbi: esempi di superbia punita

Il colloquio con Oderisi è finito. Mentre Dante si avvia alla ricerca del sentiero che conduce alla cornice successiva, altri bassorilievi attraggono la sua attenzione: sono simili a quelli che in terra si scolpiscono sulle pietre sepolcrali per ricordare i morti, dei quali riporgo l’immagine. Sono esempi di superbia punita. il primo rappresenta Lucifero che precipita dal cielo; il secondo Briareo, un gigante, trafitto dalla freccia divina. Poi è il biblico Nembrot che volle costruire la torre di Babele; segue Niobe rappresentata coi suoi 14 figli morti. Altro superbo punito è Saul; vi è Aracne trasformata in ragno; poi Roboamo che trasportato sul carro, pieno di paura. Seguono altri esempi: Almeone che uccise la madre per vendicare il padre, Sennacherib, re assiro, ucciso dai figli, Ciro, il noto re persiano, Oloferne ucciso da Giuditta e infine Troia caduta per la sua tracotanza. Tutto è rappresentato con tale realismo da destare l’ammirazione degli intenditori più sottili. Intanto si è fatto giorno pieno: bisogna procedere più speditamente; i due si inerpicano attraverso un sentiero, alla cui base un angelo cancella una P dalla fronte del poeta. Dante avverte meno la fatica: si è liberato di un peccato, e il senso di leggerezza interiore diventa anche leggerezza fisica. I segni sulla fronte ora sono sei, come può constatare il poeta che incredulo si tocca la fronte. Così attraverso il cammino e l’osservazione degli esempi di superbia il poeta vien trascrivendo in termini figurativi la sua concezione della storia. Questa è sempre operata da Dio che indica i fini all’uomo: una storia che non discenda da Dio è una serie assurda di violenza, di tracotanza insensata e rovinosa. Rovina una città, per tanti versi grande, come Troia, per la presunzione dei suoi capi, rovina una madre che insuperbisce per i suoi molti figli e mortifica l’altra che ne ha solo due, crollano i giganti, re e generali vedono troncata talvolta la loro azione da una creatura che essi ritengono priva di forza, da una donna. Il senso dell’episodio è, dunque, nell’insegnamento che viene dalle parole dell’angelo: Beati i poveri di Spirito! beati coloro che si umiliano e accettano di operare all’interno dell’ordine voluto da Dio e disprezzano le cose terrene, le quali sono transeunti ed aleatorie. Proprio per tale fragilità delle vicende umane la superbia è uno dei peccati più irrazionali.

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Riassunto Canto III Purgatorio Dante

Antipurgatorio. Le anime degli scomunicati. Manfredi

Il primo gruppo di anime che espiano le loro colpe nella zona che sta tra il pendio della montagna e la porta del purgatorio è quello degli scomunicati, di coloro cioè che per ribellione o disobbedienza sono stati esclusi dalla comunità dei fedeli. Tale condanna compete all’autorità ecclesiastica. Ai tempi di Dante la scomunica era comminata con relativa facilità, e spesso, dietro alla motivazione d’ordine religioso, si nascondevano interessi di natura politica. Dante ritiene legittima la scomunica solo se alla sua origine vi sono motivazioni squisitamente spirituali. E soprattutto vuole ribadire come ancora sopra la giustizia, pur sempre terrena, amministrata dalla Chiesa, vi sia la giustizia divina, anzi la immensa misericordia divina. Ad essa sola spetta il giudizio definitivo. Gli scomunicati, pur esclusi, possono rientrare nella comunità purché si pentano e questo può avvenire anche in fin di vita. Per tale indugio nel pentimento restano nell’antipurgatorio trenta volte il tempo in cui vissero da scomunicati. La stessa lentezza ora sono costretti a subire come forma di espiazione nell’aldilà, come contrappasso. Così, furono emarginati, condannati in terra all’isolamento: ora invece procedono aggruppati e imparano che la salvezza è nella obbedienza ad una legge comune, nella fedeltà alla comune radice umana. Su questo motivo del contrasto tra unione e divisione, tra comunità e isolamento si svolge tutto il canto. Mentre i due poeti si apprestano con sollecitudine a salire il monte, il sole è già alto davanti a loro e proietta una sola ombra sul terreno; il poeta teme di essere restato solo ma Virgilio lo rassicura affettuosamente: dinanzi a lui non può formarsi un’ombra perché i corpi aerei delle anime sono diafani. Come mai le anime sono esposte a pene che richiedono la presenza del corpo? La potenza divina opera in modi misteriosi che sfuggono alla limitata ragione umana. È folle presunzione pretendere di conoscere ciò che esula dalle possibilità dell’intelletto dell’uomo. Commisero questo peccato di presunzione i grandi dell’antichità classica che ora sono nel limbo, dove vivono in continuo desiderio della visione di Dio, ma senza speranza. Virgilio tace turbato, poi i due pellegrini riprendono il cammino. La parete davanti alla quale si fermano è inaccessibile: e mentre Virgilio cerca una via per salire, Dante vede un gruppo di anime che si avvicina. Si muovono compatte come pecorelle che escono dal recinto, umili, mansuete: se la prima si ferma, si fermano anche le altre e senza impazienza. Ai due poeti indicano la strada agevole anche per un vivo: ma proprio il fatto che ci sia lì un vivo le sorprende e le fa fermare. Una chiede di essere riconosciuta. È Manfredi, re dell’Italia meridionale, poeta, uomo di eccezionale cultura, capo dei ghibellini, avversario del papa Clemente IV che gli oppose Carlo d’Angiò. Nella battaglia di Benevento (1266) il re svevo fu vinto ed ucciso. Ora è lì a scontare la lentezza del pentimento. Dante lo descrive come un uomo di nobile aspetto: biondo, bello, ma con due cicatrici. Desidera che il poeta rechi in terra notizia di lui, perché la figlia Costanza preghi per lui, per accelerarne la redenzione. Manfredi non esita a riconoscere la gravità dei suoi peccati; ma Dio pietosamente accolse il suo pentimento in punto di morte. Dio — ricorda Manfredi — è soprattutto misericordia. Grave è la colpa di quegli ecclesiastici che si accaniscono sul peccatore anche quando è morto. Degno perciò di condanna il vescovo di Cosenza che disseppellì il cadavere di Manfredi e lo fece trasportare in terreno sconsacrato, a perpetuarne l’esclusione. Ormai Manfredi può guardare al passato con distacco. L’unica cosa che ancora lo lega al mondo è la figlia, in quanto con le sue preghiere potrà aiutarlo nella sua opera di redenzione. Il canto si svolge sul tema della scomunica come esclusione e della comunione come unità: da un lato la dogmatica intolleranza degli ecclesiastici, dall’altra la misericordia immensa di Dio, la sua imperscrutabile giustizia. Ci sono gli uomini che, burocraticamente chiusi nel formalismo religioso, ora privilegiano ora escludono, e ci sono quelli che operano secondo misericordia, comprensione, indulgenza. Solo con l’umiltà si può superare sia la presunzione sia la tendenza all’odio. I grandi dell’antichità presunsero con la ragione di conquistare l’infinito e rimasero al di qua del cristianesimo. I potenti ecclesiastici che condannarono Manfredi hanno presunto di poter escludere un’anima dalla salvazione, e della scomunica hanno fatto uno strumento delle lotte terrene, dei loro egoistici interessi. Umile è Virgilio quando si accorge che da solo non può superare le difficoltà del cammino; umile e Dante quando dice a Manfredi di non averlo mai conosciuto; umile anche Manfredi « la cui alta personalità si china alle universali leggi divine e che, pur conservando ancora per istinto ed abitudine tutta la sua aristocraticità regale, si fa riconoscere non per una corona, ma per due ferite » (E. Caccia, Il canto III del « Purgatorio a, Firenze 1967). È su questa rasserenante nota di umiltà che si svolge sommessa la linea melodica del canto, con le sue aperture ad un mondo di pace e di serenità. La pensosità di Manfredi, la mitezza delle anime, l’elegia di Virgilio, rendono queste pagine politiche tra le più complesse ma anche tra le più intime ed umane della Commedia.

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Riassunto Canto II Purgatorio Dante

Sulla spiaggia. L’angelo nocchiero. Casella

Il rito del giunco ormai è compiuto: intorno ai due poeti, colmi gli occhi e l’animo della serenità che si stende su tutto l’orizzonte, il cielo continua a ritmare le sue trasformazioni mattinali: l’aurora ora cede alla luce solare che si fa sempre più viva. È l’inizio di una nuova giornata che però trova i due pellegrini incerti e perplessi sulla via da prendere. Catone aveva detto: il sole che ormai sorge vi indicherà la strada. Ma mentre si trovano sulla spiaggia, in parte affascinati dalla magica bellezza dell’atmosfera che per il rito compiuto può dirsi religiosa, in parte dominati dalla ricerca del nuovo cammino, giunge improvvisamente guidata da un angelo la navicella su cui viaggiano le anime destinate al purgatorio. Imbarcatesi alla foce del Tevere arrivano all’isola di mattina: il fatto simbolicamente indica che, finita la notte, superato il buio della coscienza, con l’inizio del giorno devono impegnarsi nella ascesi purificatrice. Le anime, appena sbarcate, si fermano in atteggiamento di attesa e di dubbio; sul mare intanto rapidamente trascolora la nave che fa ritorno in terra. Dalla schiera di anime si stacca una che fa segno di voler abbracciare Dante. Questi, pur non riconoscendola. tende più volte le braccia verso di lei ma inutilmente perché l’anima è immateriale. Si tratta di Casella, un musicista e cantore che era stato amico di Dante.

«Casella è il primo dei molti amici che il poeta incontrerà nel Purgatorio, la cui immagine cioè amerà qui rievocare; qui più che altrove; giacché l’affetto è per lo più soverchiato nell’inferno dalla pena di vedere gli amici in quel luogo, dal suo dovere di giudice e di maestro di virtù, e i pochi amici del Paradiso sono troppo alti, troppo lontani come dal male così anche dal piccolo bene di questa terra. Il Purgatorio invece, dove Dante è fra i suoi pari, è la cantica anche della soave amicizia: più precisamente del dolce ricordo di essa» (U. Bosco, Dante. Il Purgatorio, Torino, ERI, 1958).

Tra i due amici si svolge un dialogo sulla trama di esperienze che li legò in vita: il punto culminante ne è il canto che intona Casella sul testo di una canzone di Dante. Le anime intorno ne rimangono affascinate e si dimenticano nella musica. A questo punto, improvviso e severo sopraggiunge Catone a rimproverare la loro pigrizia e a invitarle a compiere interamente il loro dovere. Le anime si disperdono verso la montagna e lo stesso fanno i due poeti non meno solleciti.

La figura e l’episodio di Casella, pur se costituiscono il nucleo vitale del canto Il del Purgatorio, è ben lungi dall’esaurirne per intero il valore ed il significato. L’amoroso canto dell’intonatore amico sulla spiaggia del purgatorio per noi non è pensabile né adeguatamente analizzabile senza il successivo intervento di Catone, la soavità di quello non dovrebbe mai essere disgiunta dall’asprezza di questo . . . Catone è la prosopopea della coscienza morale nella pienezza della libertà raggiunta. E gli appare e scompare nei primi due canti del Purgatorio improvvisamente, misteriosamente:

“Com’io dal loro sguardo fui partito . . . vidi presso di me un veglio solo”; “ Così sparì e io sù mi levai “. Ed anche la sua improvvisa ed inattesa apparizione appena iniziato il canto di Casella è introdotta da un improvviso, secco, rapidissimo Ed ecco: “ Ed ecco il veglio onesto gridando . . . “

Catone emerge dalla logica stessa delle cose, senza bisogno di preannunzi o di appelli o invocazioni, come emergono in noi insopprimibili gli impulsi della coscienza morale, i quali non si annunziano ma sono già prima che noi ne diventiamo perfettamente consapevoli; e scompaiono e tacciono solo quando la legge della virtù e del bene abbia riassunto in noi la sua salvezza. Se questo è il significato della figura di Catone, la sua validità e la sua funzionalità poetica nell’ultima parte del Il canto del Purgatorio non possono essere disgiunte dall’oblivioso abbandono di Casella e delle anime circostanti a una legge che non è la “nuova legge “ della montagna:

“Correte al monte a spogliarvi lo scoglio / ch’esser non lascia a voi Dio manifesto “.

L’intervento della coscienza morale implica la coscienza dell’illecito se non del peccaminoso: “ che è ciò, spiriti lenti? “. Questa contrapposizione di carattere vagamente dialettico è da cogliere e da mettere in rilievo nell’analisi delle immagini di Casella e di Catone, le quali si illuminano reciprocamente e si integrano l’una e l’altra; non soltanto nel loro valore emblematico e interiore, bensì nella felicità della rappresentazione e nel concreto articolarsi dell’ispirazione poetica nell’ultima parte del canto. Isolare l’amoroso canto di Casella e parlare di fascinosa oblio nella vecchissima melodia, significa attribuire a Dante un po’ del nostro gusto e della nostra sensibilità di moderni . . . L’episodio di Casella non racchiude nel rapimento musicale tutt’intero ed autonomo il proprio significato, né lo rivela solo nella famose parole di Dante (“l’amoroso canto, / che mi solea quetar tutte mie voglie“), che quel rapimento preparano e giustificano, ma lo trae anche e vorremmo dire soprattutto dall’irrompere improvviso del solenne vegliardo, dalle sue parole di aspro rimprovero e di severa esortazione, che si riportano al costante carattere morale dell’ispirazione dantesca. All’ansia dell’assoluto, perseguito nell’oblio e nello smarrimento e nell’incertezza, fa riscontro e contrasto la coscienza, la certezza dell’assoluto; anzi l’assoluto stesso. A Casella, Catone. Casella e Catone sono come i due temi fondamentali del canto secondo del Purgatorio: quello dello stupefatto smarrimento, dell’incertezza innocente un po' lenta e nebbiosa, e l’altro della indiscutibile ed assoluta sicurezza, della certezza salda ed infallibile» (M. Marti, Dal certo al vero, Roma, 1962).

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Riassunto Canto I Purgatorio Dante

Protasi. Invocazione. Catone Uticense

Anche il Purgatorio, come l’Inferno, inizia con una protasi ed un’invocazione, — in ossequio al canone retorico osservato all’inizio di ciascuna cantica — perfettamente in LUSSURIOSI tonate al mondo di serenità e di pace cui Dante si affaccia. Tra l’inferno e il purgatorio non vi è difatti continuità ideale e morale: l’uno è il regno del male, della brutalità, la sintesi di tutte le aggressioni che l’uomo per sfrenatezza di passioni o per cupidigia di potere compie contro gli altri uomini; l’altro invece, un’isola solitaria in mezzo all’oceano si offre come il regno della purificazione, della preparazione alla beatitudine eterna. La diversità tra i due mondi è subito avvertibile nel paesaggio: una tersa chiarità mattutina, un cielo azzurro e puro. Ma « la freschezza e la tenerezza delle impressioni luminose non nascono solo dal diletto del ritrovamento degli spettacoli terreni, ma dal ritrovarli come momento, premessa, sfondo di eventi insieme lieti e meravigliosi. C’è senza dubbio in questo primo canto il riposato gaudio del ritrovamento del terrestre, ma esso non sta semplicemente come liberazione dall’orrore paesistico dell’inferno, senza cielo, senza luce, ma, assai più, come attesa e presagio del divino. Da ciò lo stupore e la particolare letizia di queste prime visioni e la pacata lentezza del ritmo. Certo, non è un caso che Dante abbia scelto l’alba come ora del suo arrivo al purgatorio; come gli spazi, così anche il tempo ubbidisce alla legge lirica che governa il canto: anche l’alba, anzi il presagio dell’alba (“ l’ora mattutina “) realizza qui liricamente l’attesa del meraviglioso e dell’immacolato (M. Sansone, Il Canto I del <(Purgatorio «, Roma, 1955). Di questo processo di
riconquista della condizione morale del cristiano, il paesaggio aurorale è la trascrizione in termini sensibili; e tale processo di purificazione si scandisce su cerimonie e riti previsti e fissati dalla liturgia: tutto l’episodio del primo canto — approdo all’isola, (simbolo della chiesa e della grazia che ti riempie della sua luce), il lavaggio del viso per eliminarne il sudiciume, il giunco schietto di cui il poeta si cinge, simbolo dell’umiltà, e soprattutto il colloquio con Catone, simbolo della libertà morale — si svolge come una serie di momenti di un rito purificatorio, al cui termine il poeta è riammesso nel corpo della Chiesa.

Trasferito in termini sociali questo rito del ritorno della Grazia si traduce in un senso di riscoperta della comunità, smarrito col peccato. Ed a questo scopo è essenziale il modo della redenzione, della riassunzione del peccatore tra coloro che sono dentro la comunità di avviati alla salvezza: e qui si colloca come protagonista il personaggio di Catone, simbolo della liberazione dell’anima. Catone era morto per la società umana, si era sacrificato per dare testimonianza della libertà, e non solo di quella politica, ma anche e soprattutto di quella morale, che è garanzia anche di quella politica. Catone, come i patriarchi liberati dal Limbo (incarna nella viva e irripetibile sostanza della sua persona l’idea di quel risveglio dalle tenebre, di quella vittoria sul regno delle ombre, che è, poi, evento unico della storia, la resurrezione di Cristo e, attraverso di essa, la rinascita di ogni uomo, a incominciare naturalmente da Dante « (E. Raimondi, in Lettere Italiane, 1962). E di Catone Dante ci dà una rappresentazione che è più vicina a quella dei patriarchi biblici e dei profeti che dei personaggi classici. Catone è in età di avanzata maturità, è severo, energico, inflessibile, chiaro nei suoi propositi, votato all’obbedienza, sa quali sono i compiti dell’uomo. Preparato alla nuova impresa dall’incontro con Catone Dante si avvia al compimento del rito: sulla spiaggia, in un’atmosfera di raccolto silenzio, il poeta ritrova la condizione di grazia necessaria per l’ascesa che lo attende. «In un paesaggio ormai familiare e amico, anche se misterioso, in cui la solitudine induce alla speranza e non più alla paura, i gesti (dei due poeti) si compongono semplici e armoniosi, come ubbidendo naturalmente a un ritmo prestabilito: dal lavacro della “ rugiada” sull’“ erbetta” che le mani di Virgilio toccano “ soavemente “, al rito del “giunco schietto “ e al prodigio che si compie, nella “meraviglia” della prima luce mattutina, presso il “ lito deserto “ ». Così si conclude il canto, il cui tema centrale non è l’incontro con Catone ma la cerimonia liturgica — l’incontro col grande romano e parte integrante del rito — con cui Dante comincia la sua iniziazione ai valori smarriti e si avvia alla salita: canto di liberazione, dunque, e preludio a tutta la cantica che segna i diversi ed ascendenti motivi della riconquista del senso della comunità e della grazia.

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