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23 giugno 2010

La Scuola Toscana e i rimatori

    Nella seconda metà del Duecento, nell'Italia centrale e in particolare in Toscana si diffuse più che mai la poesia lirica, secondo i modi in cui si era venuta configurando la trasmissione siciliana, trovando nell'area geografica circostante a Firenze, a Lucca, a Pisa e a Pistoia, l'ambiente adatto in cui affermarsi. Era il tempo dell'ascesa politica comunale della Toscana e questo, non poca incidenza ebbe, sia nella trascrizione delle canzoni siciliane, e quindi nel loro propagarsi, sia nell'impostazione stessa dei manoscritti, nell'infogliatura, nel livellamento linguistico che tradiscono continuamente il gusto e il costume storico dell'epoca.

    I canzonieri

    E infatti significativo che i due più illustri e antichi canzonieri provengano dalla provincia, non dalla città precisamente da Lucca, quello Palatino e da Pisa, quello Rediano, con le venature dialettali che ne conseguono. A contatto con la ricca e molteplice esperienza cittadina e municipale toscana, il repertorio siciliano si sfaldò in varie direzioni, aprendosi ad altri temi, oltre quello amoroso, nonché ad istanze morali e politiche. I poeti toscani combinarono insieme la lezione trobadorica con quella siciliana, in parte riecheggiando ora l'una, ora l'altra, in parte, attingendo anche ad un vasto patrimonio metaforico di derivazione dalle artes dictandi, o dai precetti retorici, oppure dal trobar clus. La diversa situazione storica tra Sicilia e Toscana, motiva e spiega in ogni caso il processo subito dalla lirica nel suo trapianto in quella regione centrale d'Italia, così aperta ed esposta al rinnovamento economico e politico; se, dunque i siciliani avevano privilegiato il tema amoroso, dando il primo posto alla tradizione dei trovatori provenzali e alla cultura poetica occitanica, i toscani legarono il motivo dell'amore, quasi come un mito, agli interessi morali e politici, non essendo loro possibile distaccarsi dal complesso tessuto sociale in cui affondavano le loro radici.

    I rimatori toscani

    Dal che le innovazioni, la varietà, l'apertura all'attualità e alla cronaca, della produzione toscana. Si potrebbero distinguere, comunque, due orientamenti fondamentali, in questa produzione: quello seguito dai seguaci di Bonaggiunta da Lucca, propenso a recuperare più da vicino le forme dello stile siciliano e quello seguito dai seguaci di Guittone d'Arezzo, più fedele alla tradizione transalpina. Tuttavia, i due modi di poetare non furono due differenti maniere poetiche, ma due tendenze con numerose coordinate che molto spesso si incrociarono. I nomi che vanno ricordati, oltre a quelli di Bonaggiunta e Guittone, sono: Meo Abbracciavacca di Pistoia, Folcacchiero dei Folcacchieri di Siena, Arrigo Testa di Arezzo, per quanto riguarda l'area provinciale. Per quanto riguarda l'area fiorentina, vanno invece menzionati Chiaro Davanzati, Dante da Maiano e una sconosciuta poetessa, Compiuta Donzella, unico esempio di presenza femminile nel panorama letterario (non solo poetico in senso stretto) medioevale. Non v'è dubbio che Firenze ebbe un ruolo assai importante e prioritario nella diffusione e affermazione della lirica, in questo periodo, perché come capitale rappresentava il centro focale della cultura toscana e vedeva convergere nel suo vasto ambito le diverse tendenze poetiche, oltre ai nuovi atteggiamenti letterari in formazione. Firenze, insomma, città ambiziosa e polivalente sotto il profilo sociale, preparò l'impianto per la nuova poesia che di lì a poco si sarebbe creata, su premesse bolognesi, la poesia stilnovistica, che avrebbe finalmente dato alla lirica italiana un'impronta unitaria.

    Guittone d'Arezzo

    Guittone d'Arezzo nacque da Michele del Viva d'Arezzo, probabilmente tra il 1230 e il 1235 e morì forse nel 1294. Di famiglia piuttosto agiata, prima ghibellina e poi guelfa, non ci ha lasciato molti dati sicuri sui quali ricostruire la sua biografia; sappiamo che nel 1285 fu a Bologna e che appartenne ai frati gaudenti, dell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria, che appunto a Bologna dovevano da lui essere sostenuti nelle loro necessità. Proprio ai frati gaudenti è infatti indirizzata la canzone del 1266 O cari frati miei; nel 1293 compì una donazione in favore dei frati camaldolesi, per la costruzione del monastero degli Angioli, presso Firenze. Soggiornò a Pisa e a Firenze ma abbandonò di sua volontà la Toscana, per contrasti politici, già accumulati nel tempo in cui aveva aiutato il padre come tesoriere nel comune aretino. La sua esistenza fu comunque caratterizzata dalla conversione religiosa, che lo indusse ad abbandonare moglie e figli per darsi alla religione. Questo avvenimento segnò quasi uno spartiacque nella sua vita, separando tutta l'attività politica e sociale svolta nella fase giovanile, dal cammino religioso ed ecclesiastico, seguito successivamente, e condizionò anche la sua produzione poetica che appare percorsa sia da affiati mistici e di devozione, sia da motivi di impegno civile e sociale. Il canzoniere Rediano che contiene la silloge più antica delle rime di Guittone, le presenta appunto divise in rime profane e civili e rime morali e religiose, ma nonostante questa rigida ripartizione, l'ispirazione dell'aretino si poggiò soprattutto su ciò che gli stette a cuore e tenne dietro ad un infaticabile e continuo esercizio poetico che egli non abbandonò mai. Del resto la vivacità tumultuosa dei comuni toscani, specialmente di Arezzo, che aveva conosciuto prima la sconfitta di Montaperti (1266) e poi quella di Campaldino (1289), sollecitò un animo inquieto e appassionato come quello di Guittone a rendersi sempre partecipe degli avvenimenti e a riviverli nella sua pagina poetica, con trasporto. La sua esperienza si volse, quindi, ai provenzali, la cui influenza fu preponderante e alla lirica siciliana, dalla quale apprese le forme, specie guardando alla poesia di Giacomo da Lentini. Immagini, figure, metri, temi sono in Guittone in massima parte di stampo trobadorico e rivelano una chiara ascendenza da alcuni poeti precisi, come Bernart de Ventadorn, Americ de Perdigon, Raimbaut d'Aurenga, ma anche Bonifacio Calvo, Lanfranco Cigala, Sordello da Goito, rimatori italiani in lingua d'oc.

    La tematica amorosa e cortese, pur di derivazione provenzale, in Guittone perde la sua astrattezza e la sua idealità, per calarsi nella realtà borghese e sociale, a contatto della quale acquista tutta una sua tragicità e problematicità, che la rende più concreta. Anche la rappresentazione scenica a cui ricorre il poeta è più intensa e più varia rispetto a quella dei modelli occitanici, mentre l'impianto linguistico si presenta pluralistico, fitto di apporti idiomatici, di molteplici inflessioni provinciali e non, corrispondente in pieno ai tanti interessi etici e didascalici di Guittone. Qualche volta accade che la ricerca stilistica generi una sorta di oscurità, al pari del trobar clus, in tal caso la poesia scade per lo sfoggio verbale, che diviene fine a se stesso e inutile prova di compiacimento. Ma, a parte queste riserve, l'esperimento guittoniano di ampliare gli orizzonti della poesia cortese, innestando sulla trama di base gli spunti politici, morali e sociali, che in lui erano il frutto e l'espressione delle ambizioni della borghesia toscana, resta da considerare come una svolta, non solo un episodio, dell'evoluzione della lirica italiana. Non vi è dubbio, comunque, che la vena poetica di Guittone si vada arricchendo e maturando man mano che dalla tematica amorosa egli passa a quella politica; egli combatté contro la sua città una battaglia guelfa, con enfasi e con passione, fino al punto da scegliere l'esilio per non condividere il governo ghibellino. Per questo riuscì a riempire i versi delle canzoni politiche di tutti i suoi risentimenti personali, che erano, d'altro canto, il riflesso del risentimento di tutta la società che egli sentiva di rappresentare.

    Il tono poetico di Guittone

    La sua lirica divenne quindi, anche lo strumento polemico di un cittadino che sapeva di essere impegnato in una lotta non soltanto sua. Servéndosi dei modi provenzali penetrati in Italia, durante la crociata degli Albigesi, e utilizzando i medesimi schemi compositivi, nonché la stessa tecnica, Guittone affila le sue armi verbali contro gli avversari, appoggiandosi, quando occorre, persino al sirventese occitanico. Il suo tono non divenne mai dolce e mistico, nemmeno dopo la conversione, che del resto, non fu certo causata da una crisi religiosa, bensì da ragioni sempre lucidamente ideologiche, che lo guidarono nelle file dell'ordine dei Cavalieri di Santa Maria. Lo animava infatti un programma quasi laico, di esortazione didattica, che andava nella direzione dei suoi vecchi ideali politici, percorrendo però una strada dottrinaria, legata agli insegnamenti biblici ed ecclesiastici. Si nota ciò pure nelle Lettere, in cui spesso confronta la sapienza pagana di un Cicerone e di un Seneca, con i testi di Sant'Agostino, San Gerolamo o San Gregorio, secondo gli espedienti delle artes dictandi, elogiando le virtù e spregiando i vizi, sempre con una certa punta polemica, da attivista.

    Si vuoI dire con questo, che Guittone rimane fedele a se stesso e neanche nella produzione religiosa, come per esempio nella collana di sonetti sulle virtù e sui vizi umani, rinnegò i moduli secondo i quali aveva poetato nella stagione giovanile. Dal che deriva forse la sua unicità e l'originalità del suo scrivere: non dimentichiamo che per primo propose al nostro panorama letterario, il genere della ballatalauda. Tuttavia non si può altrettanto parlare di originalità di idee, nel campo dei contenuti amorosi o politici delle sue poesie; infatti, oltre alla rigidità dello schema compositivo che a volte lo imbriglia dall'esordio alla conclusione del canto, i giochi verbali che il poeta aretino compie, non valgono a smorzare una certa oscurità di stile, che qualcuno ha definito «ermetismo di Guittone», né valgono ad impedire che si noti la ripetitività di alcuni concetti, di certe esortazioni a ritornare al passato o delle lodi che egli ostinatamente fa del tempo antico, da buon conservatore, incapace di accettare nuove formule. A tale riguardo v detto che per questi limiti e per gli eccessivi artifici retorici, Guittone andò incontro a due clamorose e illustri stroncature: quella di Dante e quella di Cavalcanti.

    Chiaro Davanzati

    Tra i guittoniani fiorentini, si distinse Chiaro Davanzati, che si è soliti identificare con Clarus Davanzati Banbakai, un guelfo di San Frediano, che partecipò alla battaglia di Montaperti. Fu capitano del popolo nel 1294 e morì nell'aprile del 1304. Il suo canzoniere, di oltre sessanta canzoni e di centoventi sonetti, fu al centro di una grande attenzione in Firenze, non solo perché il poeta aveva un suo prestigio personale, come prova il carteggio con Guittone, con Dante da Maiano e con altri illustri rimatori, ma per l'originalità della sua poesia, che discostandosi sia da quella guittoniana, in senso stretto, sia da quella dolcestilnovistica che stava prendendo piede, proponeva esempi della tradizione provenzale e siciliana, senza riecheggiare i modelli, ma rinnovando le forme. Circa i temi la produzione di Chiaro è piuttosto varia, anche se vicina a quella toscana, amorosa e politica. Il suo canto si dispiegò sempre fluido e scorrevole, con una scrupolosa e accurata ricerca del ritmo e con un gradevole equilibrio dei registri tonali. Certo leggendo la poesia di Davanzati avvertiamo un forte rielaborazione del materiale poetico che gli veniva offerto dal patrimonio provenzale e da quello dei contemporanei, persino dallo stesso Guinizzelli, onde non si può fare a meno di pensare che egli fu assai abile e raffinato nell'esercizio letterario, e che forse gli mancò una autentica vena inventiva, ma non per questo possiamo misconoscere o sottovalutare, pur nel suo eclettismo, la grazia e il garbo del suo stile. Nel canzoniere si trovano lamenti, tenzoni, canti d'amore, dibattiti filosofici torno alla natura dell'amore, invettive politiche, argomenti moralistici o persino lodi della natura. In tanta varietà ditemi, c'è il sospetto che Chiaro si aprisse un po' alle mode liriche del tempo e, quindi, rivelasse in qualche modo la crisi della poesia, che richiedeva senz'altro un rinnovamento più profondo, di contenuti, di modi e di forme, essendo ormai logorato tutto il repertorio di base; proprio perché egli se ne rese in parte conto, fondò il suo essenziale esperimento sulla ricerca di nuovi metri e nuovi schemi ritmici.

    Compiuta Donzella

    Esperienza unica nel suo genere e straordinaria, perché femminile, fu quella di una rimatrice fiorentina, che soleva firmarsi col nome di Compiuta Donzella, che certo era uno pseudonimo. Non sappiamo nulla di lei e della sua produzione, ci resta l'esigua silloge fiorentina tramandataci dal Codice Vaticano 3793, tre sonetti per la precisione, nei quali si mescolano modi della poesia siciliana, con accenti bonagiuntiani, più che guittoniani. In qualche momento la critica ha persino dubitato della sua reale esistenza, ma un paio di sonetti che a lei dedicò il fiorentino Mastro Torrigiano ed una lettera a lei inviata dallo stesso Guittone d'Arezzo, smentiscono l'ipotesi di un'invenzione letteraria. C'è nella poesia di questa gentile autrice una delicatezza ed una tenerezza di immagini che ne costituiscono la qualità essenziale, ma c'è anche il senso di una precarietà dell'esistenza, che sebbene non espresso drammaticamente, si avverte come motivo centrale, specie nel sonetto A la stagion che il mondo foglia e fiora. Tuttavia l'esiguità dei riferimenti e del materiale non consente di tracciare un quadro più esauriente e completo di questo personaggio, che forse, proprio per la sua misteriosità, rimane suggestivo ed esercita un certo fascino sul panorama della poesia medioevale.

    Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca

    Il Codice Vaticano citando Bonagiunta degli Orbicciani da Lucca col titolo di ser, gli attribuisce un vero primato fra i poeti toscani, collocandolo tra gli iniziatori. Pochi i dati biografici a lui riferibili: sappiamo che fu notaio, che scrisse poesia sopratutto negli anni dal 1242 al 1247, che morì prima della fine del duecento, come si deduce dalla sua apparizione nella Divina Commedia. Ebbe una corrispondenza con Guinizzelli e Cavalcanti, vide quindi sorgere e diffondersi il «dolce stil novo », tanto è vero che Dante, nel Purgatorio (canto XXIV) a lui affida la definizione del nuovo stile, facendo di lui il mediatore tra il vecchio e il nuovo, mentre di Giacomo da Lentini e di Guittone, egli fa rispettivamente i due capifila di due diverse scuole poetiche esaltando la prima (quella dei siciliani) e condannando la seconda (di Guittone).

    Certo il divino poeta attribuì tanta importanza a Bonagiunta per l'operazione di trapianto, da lui svolta, dei modelli meridionali, in Toscana, secondo le forme di un canto molto più tradizionale di quello tentato da Guittone. L'opera del poeta lucchese si compone di undici canzoni, cinque ballate, venti sonetti; i temi sono vari, a seconda del riecheggiamento di quelli siciliani, sia aulici, sia popolari. Oltre la tematica amorosa, quindi, compaiono problemi filsofico-morali, affrontati dall'autore con facilità e con una spiccata inclinazione per la discorsività, derivata, in parte, dai testi trobadorici. I metri, invece, sono decisamente federiciani, con qualche sviluppo più arioso, rispetto ai modelli meridionali, o più melodico. Nel linguaggio si intravede, qua e là, una sfumatura idiomatica di sapore provinciale, che pur non guasta, anzi conferisce allo stile una maggiore originalità. Del resto, mentre l'esperimento di Guittone mirava ad alterare i tratti fondamentali del parlare siciliano, Bonagiunta si limitò a colorire un po', col suo volgare provinciale, la lirica, usando prudentemente e con discrezione i mezzi espressivi di cui disponeva e puntando, se mai, ad una più larga varietà di contenuti che, infatti, variano, come si è detto, dall'area moralistica, a quella didascalica, amorosa o parenetica. Anche l'uso delle metafore e delle similitudini in Bonagiunta è contenuto, in confronto alla poesia sicula, che proprio avvalendosi di queste figure, raggiungeva il massimo dell'eleganza. Tuttavia è innegabile che, malgrado le diversità e i cambiamenti operati dal poeta lucchese, la poesia siciliana è da lui tenuta costantemente presente, tanto che egli costituisce il vero raccordo di essa e la poesia stilnovistica, sebbene quest'ultima sia stata da lui solo presentita e non condivisa consapevolmente. Bonagiunta non riuscì a percepire la novità dello stil novo fino in fondo, né la ricchezza poetica: lo dimostra la sua polemica con Guinizzelli, accusato di aver tradito la tradizione, con la sua rivoluzionaria teoria amorosa. In ogni caso gli spetta, però, il merito di aver imposto la lirica in Toscana.

    Bibliografia

    • Il movimento siculo-toscano, in Letteratura Italiana: l'età medievale, Einaudi, Torino, 1988.

    • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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    22 giugno 2010

    Generi Letterari e scrittori italiani del Duecento

      La letteratura italiana si sviluppa solo nel Duecento, in ritardo rispetto alle altre esperienze letterarie europee, per diversi motivi storici e culturali. Essa nasce contemporaneamente in regioni geografiche assai distanti e realizza ideali e spiritualità attraverso opere e Personaggi molto diversi tra loro; si caratterizza per una continua evoluzione ditemi e di generi, dei quali molti si innestano sul patrimonio culturale dei secoli precedenti. Il volgare si impone per opera della borghesia, impegnata nelle attività comunali, finanziarie e mercantili, e per l'impulso dato da notai e giudici, costretti dalla pratica professionale a usare la nuova lingua oltre al latino.

      Prosa

      La prosa in volgare nasce a Bologna e in Toscana; continua comunque anche la produzione di testi colti in latino e di sporadiche opere in francese, secondo una moda letteraria che sta declinando. Nell'età comunale hanno particolare diffusione le cronache, i resoconti di viaggio e la novellistica, generi destinati alla nuova società che, dopo lunghi secoli di analfabetismo o di tradizione culturale orale, si mostra avida di conoscenza. La narrativa e la trattatistica ricevono un notevole impulso dall'opera di Dante, con la Vita Nuova e il Convivio, offre un chiaro esempio di prosa illustre; subito dopo, Boccaccio testimonia col Decameron caratteristiche linguistiche di immediatezza e di espressività.

      Nel Medioevo spesso la narrazione storica attribuisce gli avvenimenti alla volontà provvidenziale di Dio, per cui le storie hanno il sapore di leggende, cioè di rielaborazioni fantasiose, oppure sono cronache, vicine all'esperienza diretta dei lettori. Queste ultime, assai numerose nell'età comunale, sono redatte in latino e in volgare ed evidenziano una particolare attenzione ai fatti contemporanei e alle vicende politiche interne delle singole città.

      A Milano rappresenta bene gli eventi e gli atteggiamenti della classe media Bonvesin da la Riva (1240 ca-1313 ca), frate laico dell'Ordine degli Umiliati e insegnante di latino. Nel 1288 compone un trattato e panegirico in latino, Le meraviglie di Milano, personale rappresentazione storica, economica e sociale della città, travagliata dalle lotte tra i Visconti e i Torriani, che insidiano la libertà comunale. Sempre in latino, ma con forti accenti padani, è la Cronica del francescano Salimbene de Adam, parmense, che registra con tono arguto gli avvenimenti e i personaggi dal 1221 al 1287.

      Dal sec. XII Firenze diventa un importante centro culturale e teatro di lotte politiche e sociali. Queste sono diffuse in opere storiografiche che cercano di superare il genere della cronaca cittadina per diventare documentazione di fatti reali, economici e politici che coinvolgono più città e ai quali spesso gli autori partecipano in prima persona. La Storia fiorentina è la prima in volgare ed è attribuita a Ricordano Malispini che rievoca le vicende della sua città dalle favolose origini fino al 1286; l'opera viene poi continuata da altri. E in tre libri la Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi di Dino Compagni (1255-1324) — guelfo fiorentino di parte bianca — che in uno stile concitato, violento e polemico, racconta le vicende della sua città dal 1280 all'impresa di Arrigo VII in Italia (1312). La sua Cronica dimostra interesse storico, morale e religioso; è l'opera di un educatore politico che indica ai fiorentini un alto modello di vita civile, ma l'autore non può narrare serenamente, perché gli avvenimenti storici hanno travolto la sua vita e distrutto i suoi ideali.

      Dodici sono i libri della Cronica di Giovanni Villani (morto durante la peste del 1348), anch'egli fiorentino, ma guelfo di parte nera. L'opera è notevole perché i fatti sono narrati e giudicati con imparzialità, ordine, esattezza e ricchezza di informazioni economiche, finanziarie, demografiche. Lo stile pacato e analitico è dovuto a una visione provvidenziale e finalistica della storia.

      La Cronica di Anonimo romano (che comprende la Vita di Cola de Rienzo) è redatta in volgare romanesco e narra le vicende tra il 1325 e il 1357. Lo stile è asciutto, gli avvenimenti sono descritti senza tensione morale, ma con comprensione per le azioni umane e con un'implicita condanna della corruzione degli ecclesiastici. Martino da Canale nella Cronaca dei veneziani (Croniques des Veniciens) narra in francese la storia della sua città dalle origini al 1275.

      Sono in volgare e hanno un fine pratico il Libro dei banchieri fiorentini (1211), il Fiore di retorica di Guidotto da Bologna, il Libro della composizione del mondo di Ristoro d'Arezzo. Guido Faba con la Gemma purpurea (1240) e i Parlamenti ed epistole presenta eleganti modelli di lettere e discorsi in volgare, accanto a esempi di retorica latina.

      Vicina alla lingua parlata è la prosa di alcuni romanzi di grande successo ispirati alla letteratura bretone: la Tavola Rotonda di un anonimo fiorentino della fine del Duecento e Il re Meliadus di Rustichello da Pisa, in lingua franco-veneta.

      In francese è composto il Milione del veneziano Marco Polo (1254-1324), il quale nel 1298 detta a Rustichello da Pisa, in un carcere genovese, un resoconto del suo viaggio e del soggiorno in Cina, durati ventiquattro anni. Gli usi e i costumi asiatici e la personalità del Gran Khan sono descritti in modo realistico, con gli occhi di un mercante che analizza dal proprio punto di vista, occidentale e cristiano, il mondo orientale, tanto lontano dalla cultura e dall' etica medievali. Novelle e racconti godono del favore del pubblico; il Libro dei sette savi e le Mille e una notte, traduzioni di testi orientali, ispirano l'anonimo autore del Novellino (che risale alla fine del Duecento). Questi elabora con cura stilistica e destina a un pubblico di 'cuori gentili e nobili', motti di spirito e brevi racconti, ambientati in un mondo fiabesco di azioni cortesi, di strani amori e di leggende. La grande diffusione della raccolta è testimoniata dalle numerose edizioni a stampa (sec. XVI).

      La tematica religiosa è ispirata da appassionato ardore; molti predicatori e mistici si impegnano in opere che tendono alla persuasione morale, oppure offrono meditazioni sulle miserie del mondo, sulle pene dell'inferno e sull'esaltazione del Paradiso. Sono in latino le Prediche per le domeniche e le festività di Sant'Antonio da Padova (1195-1231) che esprimono un fervore aspro, molto diverso dall'ascetismo francescano che invece è celebrato nei Fioretti di San Francesco. Quest'opera è il volgarizzamento di un testo latino duecentesco con proposte di esempi di evangelica povertà e visioni idealizzate dell'esistenza.

      Infine Santa Caterina da Siena (1347-80) si dedica all'assistenza ai poveri e ai lebbrosi, osserva serenamente la vita degli uomini, predica la pace tra gli Stati e in modo accorato sollecita il ritorno del Papato in Italia (infatti Gregorio XI nel 1377 lascerà Avignone). Il suo Epistolario è ricco di testimonianze: lettere indirizzate ai politici del tempo su riflessioni ascetiche e richiami spirituali, in uno stile talora elevato, talora colloquiale. Conclude la sua esistenza terrena con l'opera mistica Dialogo della divina Provvidenza (1378).

      Poesia

      Il Duecento presenta una grande fioritura di composizioni poetiche che risentono dell'atmosfera culturale provenzale: attraverso l'opera dei trovatori e dei giullari le letterature in lingua d'oc e d'oil diventano modello per i temi e gli schemi metrici e formali; nella nostra produzione si abbandona l'accompagnamento musicale, a esclusivo vantaggio della parola. La poesia italiana è caratterizzata da una grande vivacità di contenuti e forme: l'amor cortese e la vita popolare ricorrono in numerose composizioni; in Umbria una profonda spiritualità è espressa nel Cantico di San Francesco; in Sicilia Giacomo da Lentini elabora il sonetto per raffinate liriche; a Bologna e in Toscana si pongono le basi dello Stilnovo, in cui Dante troverà ispirazione.

      San Francesco (1181-1226) figlio di un ricco mercante, vive una giovinezza allegra in un ambiente sfarzoso, fino alla crisi spirituale. Nel 1206 rinuncia ai beni paterni di fronte al vescovo d'Assisi e si dedica alla cura dei lebbrosi; il suo esempio è imitato da numerosi seguaci e organizza secondo una Regola approvata da Innocenzo III nel 1210. Due anni dopo è istituito l'Ordine francescano femminile delle Clarisse e Francesco riceve in dono il monte della Verna che diviene luogo di eremitaggio. Hanno inizio quindi le sue missioni religiose in Europa e in Africa; nel 1219 è in Siria e Terra Santa, dove incontra il sultano. Tutta la vita è improntata alla presenza concreta del Vangelo (sua è l'invenzione del presepio) e alla scelta della povertà vissuta come condizione naturale. Nel 1224 riceve le stimmate e poco prima della morte compone in volgare umbro il Cantico delle creature (o Lauda o Laudes creaturarum

      o Cantico di Frate Sole), preghiera in prosa ritmica, che presenta una serie di versi di lunghezza variabile e collegati da assonanze. La Lauda ha un alto significato ideale e l'ardore che la anima è mistico: l'uomo diventa umile, si sente unito a tutte le creature e si confonde con la natura, lasciando ogni orgoglio e innalzando a Dio un cantico d'amore. La Terra, disprezzata e fuggita dagli asceti medievali, è per Francesco il dono di Dio all'uomo; il Creato è la Sua orma ed è guardato dal Santo con gratitudine e stupore giocondo.

      Il genere della lauda (componimento poetico in volgare di argomento religioso, sorto in Umbria nel Duecento) è assai diffuso nel sec. XIII. Tra gli autori emerge Jacopo de' Benedetti, detto fra' Jacopone da Todi (1230-1306), notaio, che in seguito a una crisi spirituale lascia la professione. Dopo aver trascorso dieci anni di penitenza, umiliandosi e vagando come mendicante, entra nel 1278 nell'Ordine francescano ed è vicino al gruppo più intransigente degli Spirituali. Jacopone svolge una dura polemica contro la corruzione della Chiesa e si oppone all'elezione di Bonifacio VIII che lo scomunica e lo fa imprigionare. Riottiene la libertà e la revoca della scomunica solo tre anni prima della morte da papa Benedetto XI. Gli viene attribuito l'inno sacro latino Stabat mater e un centinaio di laude in cui, maledicendo con violenza i vizi umani ed elogiando le virtù ascetiche, fa emergere il suo temperamento estremista. In O iubelo del core esalta l'amore mistico; Omo, mittete a pensare è una sarcastica visione del mondo; Donna de Paradiso è un dialogo drammatico in cui è rievocata la crocifissione di Gesù e il dolore struggente della Madonna.

      Numerosi Laudari (raccolte di laude) sono di autori sconosciuti e testimoniano la fede e la devozione popolari. Molte composizioni sono dialogate come piccoli drammi (laude drammatiche) e recitate nelle ricorrenze cristiane; costituiscono le forme embrionali del teatro religioso, dalle quali deriveranno le sacre rappresentazioni.

      La poesia d'arte italiana si sviluppa intorno al 1230 in Sicilia, presso la corte — Magna Curia — di Federico a di Svevia che qui realizza la Scuola siciliana, un centro di cultura frequentato da intellettuali cristiani, ebrei e musulmani. In questo ambiente signorile e raffinato si adotta il volgare per rielaborare i temi della poesia provenzale, della quale si ripetono motivi e immagini escludendo però i riferimenti alla società e alla cronaca. La donna, oggetto di devozione cavalleresca, è descritta come un essere superiore, distaccato e perfetto, al quale il poeta si inchina con atteggiamento umile. I poeti della Scuola siciliana (tra cui lo stesso sovrano, nobili, burocrati e funzionari colti) sono lontani dalla genuina ispirazione dei trovatori provenzali, ma le loro composizioni testimoniano l'impegno a produrre liriche elaborate nei temi e nelle forme. La lingua poetica utilizzata è il volgare siciliano illustre, che riprende il lessico latino e le forme provenzali: il tentativo di creare una lingua letteraria e di cultura, pur mantenendo elementi dialettali. Tuttavia i testi si diffonderanno non nella forma originale, ma in copie toscanizzate.

      Jacopo da Lentini, notaio di corte (di cui si hanno documenti nel 1233-40), è il caposcuola della lirica d'arte. Sperimentatore del sonetto, è un poeta raffinato e ricercato nel descrivere la figura femminile, che appare bionda, dall'incarnato chiaro e dallo sguardo luminoso, ma distaccata e lontana dall'amore, come nella canzonetta Meravigliosamente.

      Pier della Vigna (1190 ca- 1249), notaio e segretario di Federico II, celebrato da Dante nel canto XIII dell'inferno, compone in volgare le poesie amorose, ma in latino scrive lettere stilisticamente raffinate. Rinaldo d'Aquino nella canzonetta Già mai non mi conforto esprime il dolore di una fanciulla per la partenza dell'uomo amato al seguito della crociata. Intensa è l'attività letteraria tra il 1243 e il 1280 del giudice messinese Guido delle Colonne, autore della lirica amorosa Gioiosamente io canto e di canzoni di impegno dottrinale.

      Stefano Protonotaro lascia Pir meu cori alligrari l'unica canzone conservata integralmente nell'originale siciliano, senza alcuna alterazione dovuta ai copisti toscani. Le forme e i temi siciliani vengono continuati e arricchiti in Emilia e Toscana, nei modi tipici del realistico linguaggio quotidiano.

      Guittone d'Arezzo (1235-94) è un guelfo impegnato nell'attività politica; quando il suo partito viene sconfitto, entra nell'Ordine dei Cavalieri di Santa Maria e si dedica alla letteratura. La produzione poetica segue le fasi della sua vita: una parte delle Rime è costituita da composizioni d'amore ispirate ai temi provenzali e siciliani, elaborate prima della conversione; dopo la sconfitta di Montaperti si dedica ad argomentazioni politiche, morali e religiose, nelle quali, innalzandosi a giudice, inveisce contro la corruzione e la decadenza della società.

      Appare nella seconda parte del Duecento la manifestazione più alta e matura della lirica: il dolce stilnovo, così definito da Dante nel canto XXIV del Purgatorio. Il termine Stilnovo indica un modo esclusivamente spirituale di intendere l'amore e un nuovo canone stilistico e artistico. L'espressione dantesca dolce definisce una lirica che raffigura l'amore spiritualizzato e interiorizzato attraverso uno stile terso e musicale, in contrapposizione allo stile aspro e sottile della poesia didattica e dottrinale.

      Di questa raffinata scuola poetica sono profondamente innovativi il concetto di amore, la rappresentazione della donna, la poetica e lo stile; tutti elementi che, pur ereditati dalla lirica cortese, vengono rielaborati con una più accentuata spiritualizzazione. Si dissolvono infatti gli aspetti materiali dell'amore, il quale diventa lo strumento di elevazione verso Dio (salvo che per Cavalcanti): l'uomo è coinvolto in un continuo processo teso al raggiungimento della perfezione morale. L'uomo innamorato è illuminato dalla donna, nella quale risplende l'intelligenza di Dio. La bellezza femminile è la rivelazione esteriore di profonde virtù, è la bellezza dell'anima che si manifesta nello sguardo; la donna-angelo perde quindi le connotazioni fisiche e sensuali, il suo saluto è un dono d'amore e un conforto. Questa bellezza spirituale è compresa dai 'cuori gentili', i soli che possono intendere la nobiltà e la spiritualità dei sentimenti. Per gli stilnovisti infatti la nobiltà è una virtù morale individuale e non indica una condizione sociale di nascita privilegiata e vissuta con orgogliosa superiorità.

      L'iniziatore dello Stilnovo è Guido Guinizelli (1240 ca-76), bolognese, giurista, impegnato politicamente nella fazione ghibellina e morto in esilio. La canzone Al cor gentil rempaira sempre amore è considerata il manifesto della nuova poetica nella quale si celebrano la donna-angelo e la nobiltà (identificata nella gentilezza); oltre a questi valori il poeta descrive gli effetti del saluto dell'amata nel sonetto Io voglio del ver la mia donna laudare.

      Il nuovo stile passa ben presto da Bologna a Firenze, dove si costituisce un piccolo cenacolo di autori i cui maggiori esponenti sono Dante, nei suoi anni giovanili, i suoi amici Cavalcanti e Lapo Gianni.

      Guido Cavalcanti (1260ca-1300) è nobile, di cultura raffinata; impegnato tra i Guelfi bianchi e politicamente intollerante, pur essendo amico di Dante viene da lui esiliato nel 1300, allo scopo di favorire la pace politica. Il dolore per la lontananza dagli affetti è descritto nella ballata Perch'i' no spero di tornar giammai. Nelle sue poesie l'amore è non solo mezzo di elevazione, ma anche forza tragica che sconvolge la vita dell'uomo. Il tema della canzone Donna me prega è difficile: la donna ha una forza magica che costringe l'uomo a 'servire'; la passione è violenta e irrazionale, per cui il poeta rimane 'dubbioso' e 'distrutto' dall'esperienza amorosa.

      L'intensa attività lirica di questi secoli non si limita a esprimere temi spirituali, ma si accosta anche alla realtà cogliendo gli aspetti popolari, volgari e burleschi della quotidianità plebea. La poesia comico-realistica in volgare continua la tradizione che risale ai giullari, ai clerici vagantes, alle composizioni latine della goliardia universitaria.

      Rustico Filippi, morto alla fine del sec. XIII, è tra gli iniziatori del genere scherzoso, testimoniato da sessanta sonetti amorosi o burleschi: allo stile indignato e sarcastico accosta momenti di umanità e di malinconia.

      Cecco Angiolieri, nato nel 1260 in una nobile famiglia di banchieri senesi, conduce una vita dissipata e irrequieta, narrata in una novella del Boccaccio (Decameron IX, 4). La realtà della sua vita quotidiana è presente nei sonetti, nei quali, con grande abilità stilistica, selezionai temi dello Stilnovo e della lirica amorosa parodiandoli e dissacrandoli: in Becchin' amor! Che vuo', falso tradito? alla donna-angelo contrappone la volgare figlia di un cuoiaio. In Tre cose solamente m 'enno in grado esalta la donna sensuale, taverna, il gioco. Al padre e alla madre, accusati di essere avari e di condurre una vita morigerata e cristiana, sono indirizzate invettive ciniche e apocalittiche in S'i' fosse foco, arderei 'i mondo.

      Folgére da San Gimignano intorno al 1309 compone Corona dei mesi, una serie di sonetti nei quali invita una lieta brigata di nobili cortesi a divertimenti e piaceri appropriati a ciascun mese dell'anno.

      Il genere realistico è rappresentato in Sicilia nel sec. XIII da Cielo d'Alcamo che nel contrasto (componimento in forma di dialogo) Rosa fresca aulentissima descrive il dialogo tra un cavaliere e una donna che dapprima si oppone, ma con poca convinzione, poi cede alle proposte amorose dell'intraprendente corteggiatore.

      Letteratura didattico-allegorica

      In Toscana si sviluppa anche la letteratura didattico-allegorica, che tratta in volgare temi morali e religiosi, immaginari viaggi nell'Aldilà e visioni mistiche. In questo genere è evidente l'influsso della cultura francese, soprattutto del Romanzo della Rosa che costituisce un riferimento importante anche per la Divina Commedia di Dante. A quest'ultimo viene anche attribuito il Fiore, una collana di sonetti che rielabora liberamente il Romanzo della Rosa. Contemporaneo è l'Intelligenza, poema allegorico anonimo in cui è descritto un meraviglioso palazzo orientale (allegoria del corpo umano) governato da una bellissima Madonna: l'Intelligenza.

      Il principale erudito toscano è Brunetto Latini (1220 ca-94), notaio, guelfo, impegnato nella vita politica fiorentina, che Dante rievoca nel canto XV dell'Inferno. Latini, maestro di Dante ('cara e buona immagine paterna') è un uomo di vastissima cultura che insegna 'come l'uom s'etterna' attraverso le opere. Dopo la sconfitta di Montaperti (1260) si stabilisce in Francia e compone in lingua d'oiI il Trésor, un'enciclopedia in prosa d'astronomia, geografia, filosofia morale, retorica, politica ed economia. La materia del testo è poi ridotta in un poema allegorico in volgare toscano, conosciuto come Tesoretto, al quale segue il poemetto Favolello, consigli pratici e precetti morali in forma di epistola sull'amicizia.

      Bibliografia

      • I poeti del Duecento. Ricciardi, Milano-Napoli, 1960.

      • Poesia dell'arte cortese, Accademia, Milano, 1961.

      • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.

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