20 marzo 2009

Il Neoclassicismo

Il periodo storico, politico e sociale

II periodo storico compreso tra a Rivoluzione francese (1789) e la Restaurazione (1815) viene definito In maniera diversa, a seconda che si vogliano sottolineare gli aspetti culturali piuttosto che quelli storici, cosi, viene denominato:
età neoclassica o età preromantica, definizioni che evidenziano le due prevalenti tendenze contemporanee del gusto artistico e letterario;
età napoleonica, definizione che mette in rilevo l'evento storico principale dell'epoca e dell'ascesa e la caduta di Napoleone.
 
La campagna militare di Napoleone Bonaparte incide notevolmente sulla configurazione territoriale dell'Italia. Si possono ricostruire tre fasi.
1° fase repubblicana (1796-1799) Creazione della Repubblica Transpadana (Lombardia) e Cisalpina (Bologna, Ferrara, Modena, Reggio). Cessione del Veneto all'Austria col trattato di Campoformio (1797). Instaurazione della Repubblica Partenopea e Romana, fuga del Papa in Toscana. Caduta delle Repubbliche giacobine.
2° fase repubblicana (1800-1805) Proclamazione della seconda Repubblica Cisalpina, ricostituzione della Repubblica Ligure. Nascita della Repubblica Italiana con capitale Milano (1802).
3° fase (1805-1814) Napoleone si proclama re d'Italia. Fallimento dell'impresa napoleonica in Russia (1812). Con la disfatta di Lipsia (1813) e quella di Waterloo (1814) crolla l'Impero francese e l'Italia ritorna sotto l'egemonia austriaca.
Relativamente agli aspetti sociali, la politica di Napoleone mira a creare una nuova classe dirigente favorevole at suo governo e aperta alle innovazioni giuridiche, economiche e culturali da lui promosse. Ciò si verifica soprattutto nell'Italia settentrionale, dove accorrono intellettuali da tutto il Paese, attratti, oltre che dalle possibilità di lavoro anche dalla fede nel principi rivoluzionari. Nel Regno di Napoli, invece, la repressione attuata dai Borboni nei confronti degli intellettuali coinvolti nella Repubblica Partenopea distrugge quasi completamente la cultura meridionale, creando un vuoto destinato a permanere per parecchi anni. Sul piano della società culturale, l'intellettuale attraversa una profonda crisi di ruolo: scomparso II vecchio modello dell'intellettuale cortigiano (l'ultimo esempio è il Monti), Si pane H problema, relativamente al rapporto cultura-potere politico, della scelta da parte dell'intellettuale tra la partecipazione o I'astensione. Le soluzioni che letterati attuano sono molteplici: in linea di massima partecipano, pur con riserve intellettuali, e diventano elementi attivi nella promozione del consenso governativo.

 
Scultura rappresentante il neoclassicismo italiano. Paolina Bonaparte di Antono Canova.

 

Il Neoclassicismo

Sollecitato dalla scoperta dei resti di Ercolano e di Pompei (le città sepolte dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C.) e accompagnato da un'intensa attività archeologica, il Neoclassicismo indica in primo luogo un atteggiamento di ammirazione nei confronti della scultura e dell'architettura greco-latine, riproposte come modelli di perfezione da imitare. L'archeologo e storico dell'arte tedesco Johann Joachim Winckelmann (Stendal, Magdeburgo 1717 - Trieste 1768) è considerato il teorico della corrente; celebre è la definizione che egli da dell'arte classica, nella sua opera Pensieri sull'imitazione dell'arte greca nella pittura e nella scultura (1775).
In letteratura il Neoclassicismo assume un significato più profondo: si configura come il vagheggiamento di un mito, nella fattispecie (per influenza di Winckelmann) dell'ideale di bellezza identificata con l'arte greca, intesa come sinonimo di "Ellade serena" e cioè come età di equilibrio dello spinto umano. In questo ideale si rispecchia l'aspirazione per un mondo di pace, di bellezza e di armonia, e quindi, per contrasto, si esprime la delusione per il presente e il desiderio di fuga dalla società napoleonica, rivelatasi oppressiva e violenta.
II Neoclassicismo è caratterizzato dalla produzione di forme lineari e armoniche, da una scrittura controllata, elaborata ed elegante e da un'interpretazione della poesia e dell'arte come contemplazione della bellezza ideale: in questa ottica la poesia, poiché ne esce a superare, sublimandole, le passioni umane e le contraddizioni della stona assume una funzione purificatrice.

 

Autori

Autori più importanti rappresentativi sono Vincenzo Monti e Ugo Foscolo.

Generi Letterari

II romanzo
Nella prosa narrativa l'unico testo importante è il romanzo epistolare Le ultime lettere dl Jacopo Ortis di Foscolo. Per il resto, il periodo è dominato dalla prosa giornalistica e dalla saggistica storico-politica.
Il giornalismo
Tra i numerosi periodici pubblicati nel triennio giacobino (più di cento), il più importante è II termometro politico della Lombardia diffuso nell'intera Italia. Nell'attività giornalistica si impegnano quasi tutti gli intellettuali dell'epoca; i temi maggiormente trattati — con tono quasi sempre enfatico e oratorio — sono di natura politica e riguardano l'Indipendenza Italiana, le insidie antirivoluzionarie tese dagli aristocratici e dai rappresentanti ecclesiastici e la miseria del popolo.
Durante il regime napoleonico la stampa è asservita al potere e diviene mezzo di propaganda del programmi politici e culturali.

Autori Minori

La trattatistica
La trattatistica storico-politica affronta in modo più approfondito le tematiche discusse nel periodici, conservandone spesso lo stile retorico. Principali autori di saggi storici sono:
Francesco Lomonaco (Montalbano lonico, Matera 1722-1810); diffonde con il suo Rapporto al cittadino Carnot la prima accorata denuncia della repressione borbonica;
Vincenzo Cuoco (Civitacampomarano, Campobasso 1770-1823); incarna l'ideale dello scrittore illuminista che sente a letteratura come testimonianza e impegno civile. Fondamentale è il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799 (1806), nel quale si critica l'astrattezza degli ideali dei giacobini, causa del fallimento del loro moto rivoluzionario. L'estrema concretezza, insieme allo stile asciutto, privo di retorica, fanno avvicinare l'opera del Cuoco allo storicismo romantico. Celebre è anche il romanzo epistolare Il Platone in Italia (18041806), in cui l'autore, ripercorrendo un immaginano viaggio del filosofo in Magna Grecia, descrive quella Civiltà, proponendola come modello da emulare.

Il Purismo

Fenomeno italiano del primo Ottocento, il Purismo si inquadra nell'annosa questione della lingua e consiste nella ripresa delle teorie cinquecentesche di Pietro Bembo (Prose della volgar lingua, 1525), che aveva individuato il modello puro della lingua italiana nei grandi scrittori del Trecento, e in particolare in Petrarca per la poesia e in Boccaccio per la prosa. Su questi principi l'Accademia della Crusca aveva elaborato ben cinque edizioni del Vocabolario, i cui i punti di riferimento erano stati allargati solo agli autori minori del Cinquecento. II Purismo ottocentesco assume un carattere particolare, perché si configura come una reazione all'influenza del francese sull'italiano. Tra i promotori si ricordano:
Padre Antonio Cesari (Verona 1760-1828); curatore della Crusca Veronese, la nuova e più severa edizione del Vocabolario della Crusca;
Pietro Giordani (Piacenza 1744-1848); prosatore, amico e corrispondente di Leopardi,
Basilio Puoti (Napoli 1782-1847); maestro di De Sanctis.

La poesia

La poesia si fa interprete del duplice gusto dell'epoca, neoclassico e preromantico. I migliori esiti si raggiungono con Foscolo; tuttavia, tra gli altri poeti si ricordano:
Aurelio Bertola (Rimini 1753-1798); poeta e traduttore. Le opere migliori sono quelle della maturità: le Poesie campestri e marittime (1779) e Il Viaggio sul Reno e ne' suoi contorni (1795), caratterizzate da cadenze malinconiche e da un prepotente sentimento della natura;
Alfonso Varano (Ferrara 1705-1788); tragediografo e poeta, noto soprattutto per le Visioni sacre e morali (1749-1766), opere nelle quali, richiamandosi a Dante e alla Bibbia, vengono proposte immagini cupe al fine di rendere la paura del peccato;
Meichiorre Cesarotti (Padova 1730-1808); illuminista, si interessa alla poesia sepolcrale e traduce I canti di Ossian;
Ippolito Pindemonte (Verona 1753-1828); autore di tragedie, poemetti, romanzi e traduzioni dal greco (celebre è la traduzione deIl'Odissea di Omero), amico di Foscolo. Nelle sue liriche egli sa mescolare la limpidezza della sua formazione classicistica con la malinconia che gli viene dalla poesia sepolcrale inglese (questo gusto è particolarmente evidente nelle Poesie campestri, nelle Epistole e nelle Prose campestri). Tendenza moraleggiante hanno invece i Sermoni (1819).
 
Nel panorama poetico una novità è costituita dalla poesia di contenuto politico civile, i cui principali autori sono:
Edoardo Calvo (Torino 1773-1804); medico e intellettuale, autore di liriche rivoluzionane in dialetto piemontese;
Ignazio Ciaia (Brindisi 1766-99); nelle liriche celebra la fiducia nella Francia come contro propulsore di liberta, uguaglianza e fraternità.

Il teatro

Si segnalano nel periodo napoleonico le tragedie di Giovanni Pindemonte (Ulisse, 1777; Arminio, 1804), Vincenzo Monti (Aristodemo, 1787; Galeotto Manfredi 1788; Caio Gracco, 1801) e Ugo Foscolo (Tieste, 1796; Aiace, 1811; Ricciarda, 1813). Solo alla fine di questo periodo si hanno le prime esperienze del nuovo melodramma che avrà pieno sviluppo nell'Ottocento: del 1813 sono il Tancredi e l'ltaliana in Algeri di Rossini.
 

Neoclassicismo all'estero

Francia

Fra Settecento e Ottocento in Francia si segnalano due scrittori, avversi a Napoleone.
Madame De Staël (Parigi 17661817); autrice dei romanzi Delfina (1802) e Corinna (1807) di ispirazione femminista e del trattato Della Germania (1810), manifesto del Romanticismo europeo. Nell'opera Della letteratura considerata nel suoi rapporti con le istituzioni sociali (1800) la Staël formula il famoso giudizio basato su rigidi nessi fra clima, società e letteratura, per cui le letterature mediterranee sono plastiche, colorite e sensuali, quelle nordiche, meditative e spirituali.
François-Rene De Chateaubriand (Saint-Malo 1768 - Pangl 1848); autore di opere di successo come Genio del cristianesimo (1802) e Memorie d'oltretomba (1848-1850), nelle quali, sullo sfondo di un continuo oscillare dal più intimo autobiografismo a considerazioni di ordine universalistico, emergono temi destinati a lunga fortuna, come la rivalutazione dello stile gotico, la bellezza della campagna deserta e la maestosità della Grecia antica.

Inghilterra

In Inghilterra e inquietudini preromantiche diffondono il gusto dell'orrido nel cosiddetto romanzo "nero e gotico" e trovano voce di spicco nella poesia sepolcrale, dalla Elegia scritta su un cimitero di campagna (1751) di Thomas Gray (Londra 1716 - Cambridge 1771) ai Pensieri notturni (1742-1746) di Edward Young (Upham, Hampshire 1683 - Hertfordshire 1765). Di gusto preromantico è anche il mito di sapore medioevale del poetavate, come il leggendario Ossian, bardo dei celti gallesi del III secolo, i cui Canti (1765), composti in realtà dallo scozzese James Macpherson (Ruthven, Inverness 1736 - Belville, 1796) trasmisero il senso epico della natura e il gusto dei notturni.
Decisamente romantica è invece l'ispirazione di William Blake (Londra 1757-1827), pittore, incisore e poeta di straordinaria forza visionaria. Celebri i suo Canti dell'Innocenza (1789) e gli antitetici e complementari Canti dell'esperienza (1794), pubblicati e illustrati dallo stesso poeta. Classico e insieme romantico è John Keats (Londra 1795 - Roma 1821), autore di famosissime Odi (1818-19), tra le quali Ode a un usignolo, Ode a un'urna greca, Ode alla Malinconia, Ode all'autunno. II poeta si estranea dalla realtà per rifugiarsi nel passato, greco o medioevale. La poesia è concepita come l'incarnazione della bellezza, tema centrale dell' Endimione (1817), il cui contenuto è ben esemplificato dal verso:
A thing of beauty is a joy for ever (una cosa bella e una gioia per sempre).

Germania

Già nel Settecento le radici della cultura tedesca sono di natura mistico-sentimentale; ciò spiega perché in questa regione, più che altrove, si sviluppa la contemplazione sentimentale della natura, che fa dell'area tedesca la patria dello spirito romantico. A questo proposito si ricorda lo Sturm und Drang (Impeto e assalto), movimento culturale che si oppone all'arte classicheggiante e conformista: l'arte deve attingere solo al libro dell'uomo e della natura. In Germania nella stagione preromantica si segnalano:
Johann Wolfgang Goethe (Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832), autore del romanzo dell'amore impossibile, I dolori del giovane Werther (1774). Altre sue opere di grande pregio sono: II viaggio in Italia (1788), gli Epigrammi veneziani (1790), l'lfigenia in Tauride (1787), le Affinità elettive (1809). II vero capolavoro di Goethe è, però, il Faust (1831), poema tragico e testo sacro della coscienza moderna: Faust gioca la sua anima in un patto col diavolo in cambio della suprema conoscenza della vita. Segue un passo (22 maggio 1771) tratto da I dolori del giovane Werther, in cui il protagonista celebra l'importanza del sogno e il valore delle illusioni come risorse interiori che consentono di superare la miseria e l'infelicità del vivere.
Friedrich Schiller (Marbach, Stoccarda 1759 - Weimar 1805): autore dei Masnadieri (1781), Don Carlos (1782-83), Wallenstein (1795), Maria Stuarda (1801), Guglielmo Tell (1804).
Friedrich Hölderlin (Lauffen sul Neckar, Württemberg 1770 - Tubinga 1843); autore del romanzo epistolare Iperione (1797-99) e di una tragedia, La morte di Empedocle (1797- 99), deve la sua fama soprattutto alle liriche.
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07 marzo 2009

Il silenzio dei vivi, all’ombra di Auschwitz


Un racconto di morte e resurrezione

Ieri sera in poche ore ho letto tutto d'un fiato il libro autobiografico di Elisa Springer, ebrea di cittadinanza italiana sopravvissuta ad Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale.

Sintesi

Elisa Springer nasce a Vienna nel 1918 da una famiglia di commercianti ebrei. Con le persecuzioni ebraiche in Austria, Elisa decide di rifugiarsi in Italia, dove si trasferisce nel 1940. Denunciata alle SS da una donna italiana, viene arrestata e deportata ad Auschwitz, "deserto di morte senza speranza". All'età di ventisei anni, Elisa vive le atrocità del regime nazista, cominciando un raccapricciante cammino verso la spersonalizzazione, vittima di un mondo che "stava perdendo il suo io, il suo Dio". Tuttavia la forza fisica e spirituale della donna ne rivelano una capacità di resistenza straordinaria, un bisogno incontenibile di credere ancora nella vita, nonostante il supplizio di quei giorni. Elisa sopravvive e costruisce una nuova vita in Italia. Come molti altri reduci dai campi di sterminio, vive, decide di soffocare il suo dolore nel silenzio: per paura di non essere accettata nasconde sotto un cerotto il marchio tatuato nel campo di Auschwitz sull'avambraccio sinistro. La paura di sentirsi diversa, osservata da chi, non potendo comprendere a pieno il significato di quell'esperienza, rispondeva con scherno e indifferenza, la portano a tacere fino a che Silvio, il figlio di vent'anni, volendo capire il passato della madre, la interroga cercando verità fino ad allora represse. Elisa decide così, all'età di settantotto anni, di parlare "per non dimenticare a quali aberrazioni può condurre l'odio razziale e l'intolleranza, non il rito del ricordo, ma la cultura della memoria". Il racconto dei giorni trascorsi nei lager, redatto in italiano, non solo rende giustizia ai martiri che ne fecero esperienza, non solo permette a Elisa di riacquistare un'identità celata ormai da cinquant'anni, ma parla anche alla coscienza di ogni suo lettore. Inno alla forza della vita, le parole di questa donna non lasciano spazio all'incredulità e all'indifferenza; lucido ricordo di una vita dominata dal silenzio, il libro di Elisa Springer diventa testimonianza di un passato, anche italiano, da non rimuovere.

Considerazioni

Assolutamente bellissimo, da leggere. Ho cominciato a piangere dalle prime righe, fino all'ultima pagina. I momenti più commoventi sono, oltre all'inizio e alla perdita dei cari, verso la fine, quando Elisa deve ricominciare a vivere, quando è libera, quando è sola e ha perso tutti i cari. Il suo stato d'animo, che viene descritto alla perfezione, i suoi sentimenti, e l'umiliazione che l'accompagnerà per tutta la vita, il numero tatuato sul braccio. E l'indifferenza che ha incontrato nel corso della sua vita quando cercava di parlare di quello che le era accaduto da giovane. Il suo messaggio è chiaro: vuole dare testimonianza e far conoscere ai giovani quello che è stato, per non dimenticare. Avrei tanto voluto conoscere di persona questa donna così forte! E pensare che al giorno d'oggi ci sono ancora quelli che sostengono che la Shoah è solo una menzogna, il web ne è pieno di questi siti! Navigando in cerca di foto, ho trovato questo sito a dir poco vomitevole http://www.thule-toscana.com/ e sono rimasta allibita. Non so di chi sia, se tedesco o meno, dovrebbe essere di un toscano razzista. Cerca di giustificare i tedeschi arrampicandosi sugli specchi, praticamente l'olocausto non ci sarebbe mai stato e sarebbe invenzione degli ebrei, il numero di morti sterminati sarebbe di molto inferiore a quello dichiarato (e quindi? È giustificabile?). I documenti storici? Secondo loro molte delle dichiarazioni firmate dagli ufficiali tedeschi appena arrestati, sarebbero state fatte sotto tortura e non attendibili! Bene? Non credo, ma anche se fosse hanno fatto bene a torturarli (gli inglesi) dopo quello che avevano trovato nei campi di sterminio. Non sia mai che un giorno avessero detto di non aver fatto nulla! Ma poi figuriamoci, ci sono i documenti scritti proprio da loro, documeti che hanno cercato invano di eliminare appena dopo la liberazione, le contabilità che portavano, i registi, i denti d'oro cavati agli ebrei, i loro averi, i vestiti, le fotografie, i risultati del perfido, cinico e disumano Dr. Mengele che faceva esperimenti su di loro come animali da laboratoro, ecc, ecc, ecc. Secondo questo sito poi (che mette in prima pagina come un idolo Irma Greese, la nazionalsocialista tedesca arruolatasi volontaria nelle SS, che andava diffondendo terrore tra i prigionieri dei lager con il suo cane lupo feroce e decideva chi far morire, in base al suo stato d'animo!) le camere a gas non si sarebbero mai usate, i bambini non venivano ammazzati e nemmeno i nani (certo che no, venivano usati da Mengele nei suoi esperimenti atroci), i prigionieri avevano hobby, sale recitazioni, teatro, per passatempo (incredibile!!!! Ci sarebbero andati pelle e ossa quando? Se non venivano nemmeno nutriti, lavoravano tutto il giorno in mezzo alle intemperie e frustati, se non ammazzati, e la notte riposavano gli uni sugli altri su lastre di legno piccolissime!). E sempre in questo sito, la cosa che più mi ha lasciata sbigottita è stata l'esaltazione della razza bianca e bionda, che è così perfetta che non dovrebbe mai mischiarsi con le altre razze. Recita "Ama e rispetta il tuo SIMILE!" cioè invita ad amare e rispettare solo i bianchi, popolo perfetto voluto. Mah, non ci sono parole! Che dire? Mi metto nei panni di chi ha vissuto i campi di concentramento, immagino il dolore che provano i figli solo a guardare siti del genere. Deve far male! Non capisco come si possa permettere ad un sito del genere di essere online, è un sito razzista, e va contro la nostra costituzione italiana! Qua non si tratta di libertà di opinione, qui si incita al razzismo!!!

Tutte queste foto sarebbero allora dei falsi dell'epoca?



Baracca dormitorio maschile ad Auschwitz-Birkenau



Auschwitz dormitorio femminile




Entrata del campo di Auschwitz con la scritta "Il lavoro rende liberi"



Irma Greese e Josep Mengele





Bambini vittime del Dr Mengele nei suoi esperimenti sui gemelli


Tutto falso, certo.


Dalle ultime pagine de Il silenzio dei vivi Elisa Springer scrive:

Oggi, dopo cinquant'anni, quelle miserie riaffiorano, alimentate dal farneticante ideologismo di chi foraggia, sostiene, istruisce, strumentalizza e… gabella, i gruppuscoli nazi-fascisti. Aggregandoli politicamente e educandoli all'intolleranza e al razzismo. Dietro questo squallido e camuffato atteggiamento ideologico, si nascondono le insoddisfazioni e le illusioni di chi, suo malgrado, è condizionato a vivere ghettizzato ai margini della società. Della sua irragionevole vita, del suo irreversibile fallimento sociale, non ha colto il senso: è finito, perché non ha capito nulla. I fatti da noi vissuti e i nostri morti sono la sua condanna. Si continua a mettere in dubbio, a negare, che l'uomo comune abbia potuto generare i lager e in essi, cancellati milioni di esser indifesi. Se tutto così tristemente fosse, allora la mia stessa vita, la mia sofferenza e il mio dolore, non sarebbero mai esistiti.
Ma io, Elisa Springer, figlia di Richard e Sidonie, ho conosciuto il tormento della mente e dell'anima, la solitudine della miseria umana, la negazione del sentimento della pietà, il dolore della morte degli affetti più intimi e delle persone più care, la disperazione di essere sola in questo mondo.
Io, Elisa Springer, ho visto Dio. Nel fumo di Birkenau, che alzava al cielo il dolore del mondo, e spargeva sulla terra l'odore acre della sofferenza. Ho visto Dio. […]
Io ho vissuto per non dimenticare quella parte di me, rimasta nei lager, con i miei vent'anni.
Ho vissuto per difendere e raccontare l'odore dei morti che bruciavano nei crematori per difendere la memoria di tutti i miei cari e di tanti innocenti, memoria che oggi si tenta ancora di infrangere.
Ho vissuto per raccontare che le ferite del corpo si rimarginano col tempo, ma quelle dello spirito mai. Le mie sanguinano ancora.

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01 marzo 2009

Karen Blixen: l’Africa, esilio e estraniamento


Nel 1998 ho frequentato un corso di Lingua e Letteratura Inglese all'Università D'Annunzio, il cui programma era interamente dedicato alla scrittrice danese Karen Blixen. Questo corso, della Prof.ssa Clara Mucci, mi ha fatto appassionare tantissimo di letteratura inglese al femminile, per certi versi marginale. Oltre a Karen Blixen, Virginia Woolf e le altre due scrittrici famose dell'800: Charlotte Bronte e Jane Austen. Oltretutto ho superato l'esame brillantemente con i complimenti della prof, che mi ha lasciata lusingata e meravigliata quando, parlando in inglese, sempre su Karen Blixen, mi osserva, mi ascolta e mi fa "Where are you from?" e io "Ortona" - ho fatto una gaffe perché non intendeva sapere quello - "No, no, I mean: you are not Italian, are you?" e io "Yes, I'm quite Italian! Why?" e lei "You have a particular accent, Danish or German, but not Italian!". Non me lo scorderò mai.
In seguito avevo pensato di fare la tesi in Letteratura proprio su Karen Blixen, e mi sono trovata ad un bivio: Letteratura Inglese o Linguistica Generale? Dopo tanti ripensamenti ho optato per la linguistica, visto che al tempo avevo più un mente analitica, e mi sono buttata su fonetica, fonologia, lessicologia e disordini del linguaggio, quali afasia, linguaggio dei sordomuti e acquisizione del linguaggio in età infantile. Alla fine però ho fatto una tesi in Linguistica Computazionale e Lessicografia il cui titolo è "Recenti Acquisizioni della Lessicografia Statistico-Computazionale Italiana e Anglosassone".
  
È da poco che ho riscoperto l'anima umanistica e letteraria che è in me. Ovviamente c'è sempre stata, ma si trovava in uno stato latente. Ora riesce fuori. Mi piace scrivere, analizzare le opere letterarie e leggere romanzi, cosa che un tempo ritenevo inutile e noiosa. Sono materie che ho studiato all'università per obbligo dato che erano nei programmi di studio, anche se quando le studiavo mi piacevano. Ora mi mancano e scopro di non aver dato il peso meritato a questi studi. Ogni cosa, ogni materia che ho studiato all'università, l'ho studiata con criterio, ho approfondito, e mi ricordo ancora tutto a distanza di molti anni. Le cose che ho studiato mi sono piaciute, tutte. Ho impiegato del tempo per laurearmi, questo è vero, ma tutto quello che ho appreso al momento è entrato nella mia memoria a lungo termine, e di questo mi compiaccio. Ora riscopro l'amore per la letteratura, sarà la vita in campagna, l'ispirazione del luogo, sarà ciò che in letteratura si chiama Locus Amoenus, sarà la vita famigliare e mio figlio. Non lo so, fatto sta che mi piace moltissimo questa mia nuova, o per meglio dire, "riscoperta" passione.
  

Perché la Blixen sceglie di scrivere in inglese e non in danese, che era la sua lingua?

Karen Blixen, modernista, antimodernista, tardo-romantica e decadente, gotica e postmoderna, inglese e danese, femminista, anti-femminista famosa più che altro per il suo romanzo autobiografico La mia Africa (Out of Africa) farebbe parte della letteratura marginale e d'esilio, in quanto lei, di origini danesi, una volta visitata l'Africa e dopo aver vissuto diverso tempo lì, una volta tornata nella sua Danimarca, si sarebbe sentita estraniata, avrebbe sentito che non era più la sua terra, che la sua terra era invece l'Africa. Per questo motivo, come ribellione, ha scelto un'altra lingua per scrivere le sue storie e i suoi romanzi. Ha scelto l'inglese, lingua dell'esilio. Rifiutando di scrivere in lingua danese è come se avesse voluto rifiutare la grigia e fredda Danimarca.
  
Nel suo libro Tempeste Clara Mucci scrive:
  
"Abitatrice di margini troppo applauditi per essere realmente tali eppure lontana anni luce da scrittori e scrittrici del Canone, modernisti e non, oggetto di studio di rare monografie in Italia o nei paesi scandinavi e anglosassoni, Karen Blixen si offre come spettacolare abitatrice di vari gradi di 'esilio' e di estraniamento.
Il primo, il volontario esilio della scrittura in una lingua non materna, sembra quasi rappresentare la condizione esemplare della scrittura in sé, se è vero, come scrive de Certau, che la scrittura è il luogo del riconoscimento dell'impossibilità di un 'proprio luogo' per il soggetto e non si dà scrittura se non per divisione, alterità, estraniamento. Scrittura come fondamentalmente abitata da assenza, agli antipodi della parola orale e della presenza di cui l'Occidente si è nutrito, per dirla con Jacques Derrida. Dietro la parola della Blixen, l'eco di una voce che non solo differisce per statuto, archi scrittura di una phonè irrecuperabile, ma traccia di una alterità che fa dell'ambiguità e della mancanza (sono queste per Derrida le caratteristiche della scrittura) i presupposti imprescindibili.
La Blixen sceglie per la sua scrittura la lingua dell'esilio (l'esilio' volontario in Africa) e della mancanza (la lingua, come lei stessa dirà, della 'sua' Africa, la terra che lei definisce "my heart's land", la lingua da lei usata nel raccontare le storie al suo uomo, ogni volta che Denys Finch Hatton tornava alla fattoria, la lingua che suggella la scomparsa di quel mondo, di quegli anni, di quella fondamentale relazione amorosa); la Blixen abitatrice privilegiata, si direbbe, di quella letteratura 'minore' di cui Deleuze e Guattari scrivono come di una forza rivoluzionaria.
Una letteratura 'minore', infatti, non si serve di una lingua minore, ma costituisce una zona marginale entro una lingua 'maggiore' (come possono dirsi, per ampiezza d'uso e tradizioni, l'inglese, il francese, il tedesco, per esempio, in Occidente). La caratteristica essenziale non consiste nella differenza linguistica ma in quella che gli autori chiamano déterritorialisation", sperimentata, ad esempio, da Kafka ebreo ceco che si trova a scrivere nell'ambito del tedesco, dagli scrittori irlandesi o dagli ebrei americani nell'ambito della lingua inglese. M la 'deterritorializzazione' per la Blixen acquista valenze diverse ed estreme perfino entro una "minore" letteratura d'esilio così definita. L'inglese per lei assume le caratteristiche della scelta dell'estraniamento come patria (Heimat) in cui si nega la lingua 'materna', il danese, sentito da sempre come unheimlich, vero spaesarnento, per trovare nella perdita — della patria, della lingua danese, prima, e nella perdita e nella morte, nella catastrofe, la perdita della fattoria in Africa, del compagno legato all'origine stessa del suo diventare una story-teller se dobbiamo credere alla sua voce che racconta "I had been telling some of the stories to a friend when he came to stay on the farm" — e nel volontario esilio, una collocazione, una più consistente 'abitazione', un luogo di espressione, transito epifanico del sè."
  
  
Casa-museo di Karen Blixen in Danimarca
  
Stanza della casa in Danimarca dove la Blixen scriveva. Si vedono alla parete degli oggetti d'avorio che richiamano l'atmosfera africana. Sulla sua scrivania le penne in ordine, la vecchia macchina da scrivere e delle foto di Denys Finch Hatton
  
In questa vecchia foto Denys Finch Hatton, Rose Cartwright, Karen Blixen e due bambini del Kenia
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ATTENZIONE! I commenti sotto questo post risalgono ai primi due giorni di pubblicazione dello stesso, soltanto che li avevo ricevuti su Facebook, dove avevo importato questo link, per questo hanno date recenti, perchè ho provveduto a pubblicarli soltanto oggi.
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26 febbraio 2009

Quando vien la sera

Quando vien la sera e regna finalmente la pace
Di chiuder subito gli occhi non sono proprio capace.
Ancora e sempre in cerca di qualche cosa
È una sensazione di dipendenza meravigliosa.


Riflettere, scrivere, imparare
Tutto questo per potersi migliorare.


E il silenzio in casa diventa assordante
E al mio fianco giace beato l'infante.
Ingenuità dei giorni felici
Infanzia e gioventù che eran sognatrici.


Mi immergo nei miei pensieri
E penso a come è stato il mio ieri


A come sarà il domani
Mentre il piccolo si volta e mi accarezza il viso con le mani.
Un unico pensiero corre nella mia testa
"Dio proteggilo sempre!" mentre il mio movimento si arresta.


La voglia di sapere si placa e senza ulteriore approfondimento
Gli occhi si socchiudono e finalmente mi addormento.


Ylenia Basti
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25 febbraio 2009

Il mio Principe… d’Africa!


Il mal d'Africa è quel senso di nostalgia e malinconia che coglie le persone che hanno avuto la fortuna di visitare questo continente affascinante e primitivo, con i suoi colori policromatici, i tramonti infuocati, gli orizzonti infiniti, i profumi intensi e le tiepide brezze. Paesaggi incantati, fauna selvaggia e vegetazione folta e rigogliosa, con popolazioni socievoli ma misteriose con culture e usanze tanto diverse e lontane dalle nostre. Il mal d'Africa è molto comune in letteratura, molti sono gli scrittori del passato che hanno scritto libri sulle avventure africane. Si pensi solo al famosissimo Out of Africa (La mia Africa) di Karen Blixen, la scrittrice danese che sposa un barone svedese e va a vivere con lui in Kenia, tra piantagioni di tabacco e caffè, e che, una volta tornata a casa nella grigia e cupa Danimarca si ammala di nostalgia. Ed è lì che si accinge a scrivere il suo romanzo sull'Africa.
Penso ci sia qualcosa di altamente spirituale, mistico e invisibile che la terra africana è capace di sprigionare, e questa energia vitale è capace di catturare gli animi delle persone che ci mettono piede e tenerseli per sempre. Non a caso la vita e l'essere umano sono nati proprio in Africa. Non a caso si parla di mal d'Africa.
Il mal d'Africa deve sicuramente aver colpito anche la nostra scrittrice d'esordio, Alessia Paolucci, oltretutto una mia cara amica di vecchia data, che ha visitato di recente in continente africano.
É con molto piacere che mi accingo a scrivere una recensione del suo primo romanzo: "Il mio Principe… d'Africa!"
L'ho letto tutto d'un fiato ieri sera. Il romanzo, più che romanzo sarebbe da considerarsi un racconto, come anche l'autrice asserisce. Purtroppo ha una lunghezza di sole 96 pagine, ma è ricco di stati d'animo e avvenimenti emozionanti, tutto da scoprire, e vale davvero la pena leggerlo.
La protagonista, la trentenne Alessandra, con un figlio di quasi 10 anni, una convivenza andata male, e con alle spalle un lavoro di ufficiale sulle navi da crociera durato diversi anni e in giro per tutto il mondo, ora si trova di nuovo in Italia a cercare qualcosa, qualcosa di emozionate, un nuovo lavoro forse, e cercando su internet, approda su un sito dove è stato inserito un annuncio di lavoro, ma questo lavoro si trova in Tanzania. Così desiderosa di nuove avventure e tutta entusiasta, parte alla volta dell'Africa, dove l'attenderà una nuova vita, nuove emozioni, e un nuovo amore, uno straniero, un principe d'Africa!
La storia è emozionate, ricca di pensieri della protagonista, alle prese con la repressione delle sue emozioni e, forse, sentimenti, la paura di un posto lontano da casa, i dubbi su Sarim, un petroliere mezzo persiano affascinante e misterioso, sconosciuto. Nella storia non mancano nemmeno eventi tragici e strappalacrime. Le descrizioni sono molto accurate e sembra di stare lì con la protagonista ad osservare tutto ciò che lei vede durante i suoi soggiorni, i suoi pericolosi spostamenti tra un posto e l'altro e i suoi safari, sembra quasi quasi di essere in Africa con lei.
Consiglio altamente la lettura a tutti coloro che sono affascinati da questo continente favoloso.
Unica pecca del libro sono i diversi errori ortografici, che spero vengano ricorretti alla prossima pubblicazione, e l'usa esagerato di segni d'interpunzione, quali puntini di sospensione e punti esclamativi ripetuti, che rendono un tantino difficoltosa la lettura. Nonostante questo, la lettura è così appassionante che pian piano ci si abitua anche a questo.

 

 

Scene dall'Africa


 
La stanza da letto dell'albergo africano, così come appare descritta nel libro



Tramonto infuocato della savana



Il Kilimanjaro



Orizzonte infinito



Tipica flora e fauna africana
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23 febbraio 2009

Il Grande Mare dei Sargassi


Forse non moltissimi sanno che esiste un romanzo che funge da prequel nella storia di Jane Eyre, costituendo comunque una storia a parte, con i suoi intrecci e passioni travolgenti. Il libro in questione è Wide Sargasso Sea (Il grande Mare dei Sargassi) pubblicato dalla scrittrice inglese Jean Rhys nel 1966. Come ho già detto altrove Il grande Mare dei Sargassi ripercorre la vita di Bertha dal suo punto di vista, la moglie pazza di Mr Rochester di Jane Eyre. Jean Rhys, della letteratura postcoloniale, ha voluto difendere i Caraibi e la cultura diversa che non per questo deve esser vista male dagli occidentali, che consideravano pazzi e strani coloro che venivano da lì. In questo caso è una critica agli inglesi dalle perfette maniere, e stiamo parlando del periodo vittoriano, conosciuto appunto per il decoro e le buone maniere nella società. Jean Rhys pone così una critica alla bravissima Charlotte Bronte e una difesa del mondo marginale e sconosciuto dei Caraibi.

 

Introduzione

Il grande Mare dei Sargassi è un opera letteraria corta ma densa di avvenimenti e passioni. J .Rhys, profondamente colpita dalla figura di Bertha che i lettori conoscevano, o meglio non conoscevano, attraverso la descrizione di Rochester, decide di farla diventare l'eroina del suo romanzo, nel quale racconta la vita di Bertha, rinominata Antoinette, prima della pazzia e prima di essere obbligata a lasciare la Jamaica per trasferirsi in Inghilterra con il marito. Nell'opera della Rhys, il punto di vista viene rovesciato, Antoinette non è più descritta attraverso gli occhi del marito, bianco e inglese, non è più in suo potere, ma riconquista la sua centralità.
Nel mondo della critica Anne B. Simpson dice "E' un testo che offre possibilità interpretative incompatibili ambigue e comuni". L'opera di Rhys è stata classificata come opera del post-strutturalismo, un movimento letterario che insiste sull'assenza della verità assoluta nel mondo. Per essere sicuri, il Mare dei Sargassi resiste alla definizione fino al punto che il lettore si sente frustrato, in quanto le visioni tipiche del sogno, le impressione frammentate, le frasi incomplete e le voci in prima persona multiple gli creano un senso di disorientamento.     Questa confusione riflette le esperienze dei personaggi principali del romanzo. Forse a causa della sua moltitudine di possibilità interpretative, il romanzo ha attratto una vasta critica, dalle femministe ai decostruzionisti ai teorici del post-colonialismo.
Indubbiamente il pezzo di informazione contestuale più importante su Il grande mare dei Sargassi è che la storia fu ispirata al famoso capolavoro del XIX secolo Jane Eyre (1847)
di Charlotte Bronte. In Jane Eyre l'eroina accetta la posizione come governante nella remota contea e tenuta di Thornfield. Lei si innamora dei suo datore di lavoro, molto più vecchio di lei, e accetta di sposarlo. Il giorno delle loro nozze salta fuori che Rochester è già sposato e nasconde sua moglie Bertha, pazza, nell'attico della sua tenuta. (Questo spiega la voce demoniaca che Jane sente di notte nella tenuta). Jane traumatizzata da questa notizia lascia Rochester e Thornfield, che la donna pazza poi appicca il fuoco e fa bruciare completamente. Rochester per salvare la moglie, che poi muore comunque, rimane ferito e cieco. Alla fine Jane torna da lui e si sposano.
Il Mare dei Sargassi si posiziona come prequel agli eventi descritti dalla Bronte e offre un ritratto simpatizzante per la povera creola Bertha che la Rhys denomina Antoinette. Il titolo del romanzo si riferisce alla grande porzione di Oceano Atlantico che separa l'Inghilterra dalle Indie Occidentali. L'opera ripercorre la vita di Antoinette dalla sua infanzia in Jamaica al suo disastrato matrimonio con un signore inglese di cui non si fa il nome che la imprigiona nell'attico della sua tenuta.
Deve essere notato che la Rhys ha cambiato due dettagli stabiliti in Jane Eyre dalla Bronte. Primo, ha cambiato il quadro storico piazzando l'infanzia di Antoinette decenni avanti. Nel romanzo della Bronte, i cui avvenimenti hanno luogo tra il 1798 al 1808, Bertha Mason è già una donna adulta ma nell'Antoinette di Rhys è ancora un'adolescente quando la storia comincia nel 1834. Questa modifica permette alla Rhys di enfatizzare sulle tensioni razziali cosi come sull'antagonismo dei nativi nei con fronti dei colonizzatori: il tempo storico rivisto piazza la storia di Rhys alla fine dell'impero, mentre il romanzo di Bronte ha luogo proprio all'apice dell'imperialismo britannico. In più la Rhys ha rivisto la figura della pazzia e della sua ereditarietà nella famiglia di Bertha, facendo sì che Antoinette/Bertha non sia imparentata con Richard Mason, facendo invece sì che sia una sorellastra.
Il grande mare dei Sargassi punta il dito contro le ingiustizie sociali subite dalle donne, ma si scaglia anche contro i pregiudizi, trasformando l' "altro", in questo caso la vittima creola Bertha del romanzo vittoriano, nell'affascinante personaggio di Antoinette, protagonista del nuovo romanzo caraibico. Ciononostante non dobbiamo aspettarci una donna liberata dall'oppressione, Antoinette è la protagonista, ma rimane vittima di quei conflitti e contrasti che la Rhys vuole evidenziare. In quanto creola, Antoinette non è accettata né dalla comunità nera, né dai rappresentanti bianchi del potere coloniale, ed è proprio l'isolamento, causato dalla tara dell'impurità razziale, a condurla alla pazzia e al tragico epilogo finale.

 

Breve Riassunto

Il romanzo inizia nel periodo immediatamente successivo all'abolizione dello schiavismo nella Giamaica sotto il controllo inglese. La protagonista Antoinette narra la storia della sua vita dall'infanzia fino al matrimonio concordato con un inglese (Mr. Rochester da Jane Eyre). Mentre il romanzo e la loro relazione si sviluppano, Antoinette, che il marito rinomina Bertha, cade in preda alla follia. Il romanzo termina in Inghilterra, con la fatale decisione di Bertha di bruciare la tenuta e saltare dal tetto.
Il romanzo è diviso in tre parti. La prima parte è narrata da Antoinette. Descrive le sue esperienze dell'infanzia e aggiunge il fatto che sua madre è in manicomio, che è coerente con Jane Eyre. La seconda parte è narrata dal punto di vista del marito in seguito al matrimonio. Uno dei punti fondamentali e catalizzatori del crollo di Antoinette è il sospetto che ciascuno di essi incomincia a nutrire per l'altro. La vecchia balia di Antoinette e l'uomo cui Rochester si affida alimentano la diffidenza tra i due. Questo senso di paranoia e la delusione provocata dal loro matrimonio, probabilmente accentuano la già precaria salute mentale di Antoinette. La parte più breve, la terza, è ancora narrata dalla prospettiva di Antoinette, ora conosciuta come Bertha. Traccia la sua relazione con Grace, l'inserviente a cui è stata affidata in Inghilterra e la sequenza finale di pensieri che la portano alla fine della sua vita.


Tematiche

Il declino dell'Impero britannico

Il Grande Mare dei Sargassi si colloca alla fine dell'Impero britannico e traccia la fine del colonialismo inglese nei Caraibi, un processo che cominciò con l'abolizione della schiavitù. Attraverso tutta l'opera vediamo la lotta inglese per il mantenimento del potere sulla Giamaica. Il bisogno intenso di Rochester di controllare Antoinette rappresenta la lotta britannica per mantenere il controllo economico e legale sulla colonia.

Nostalgia per il passato

Ricollegato al tema del decline dell'impero britannico, la nostalgia gioca un ruolo importante nel testo. "My
father, visitors, horses, feeling safe in bed - all belonged to the past" Antoinette dice questo proprio nella prima pagina, e attraverso tutta la storia sente nostalgia del passato innocente e felice della sua infanzia. Ricorda Coulibri con un giardino grande e bello "tanto da sembrare il paradiso terrestre della Bibbia". Questo concetto della storia comunque, è alquanto ironico; i tempo in cui Antoinette si strugge cosi disperatamente è lo stesso periodo in cui la vasta maggioranza degli abitanti dell'isola vivevano come schiavi, prima quindi dell'Emancipation Act.

Alienazione dell'Altro

La nozione di minoranza come "altro" è importante negli studi postcoloniali e per la nostra comprensione delle tensioni ne Il Grande Mare dei Sargassi. Sia la maggioranza nera che la minoranza bianca sull'isola, marginalizza Antoinette a la sua famiglia creola, facendoli divenire outsiders. Come risultato essi vivono in uno stato di completa isolamento sociale.

Tirannia patriarcale

La sottomissione delle donne all'autorità maschile è un tema importanze sia in Jane Eyre di Bronte che nel romanzo della Rhys. Come Bronte, la Rhys illustra il limitato ruolo delle donne nella società vittoriana. Antoinette ad esempio, è incapace di liberarsi da sola dalla brutalità di Rochester perchè non ha indipendenza economica: quando lo sposa tutte le sue ricchezze furono date la marito senza possibilità di stipulazione. Rochester rappresenta il tiranno patriarca ma ci sono altri personaggi maschili tiranni nel romanzo compresi mr Mason e Daniel. Gli uomini privano le donne di tutta la loro libertà, qualcosa che la Rhys definisce riprovevole.

Corruzione di potere e denaro

Il denaro di cui parla la Rhys è il mezzo attraverso il quale si costituisce un'altra forma di schiavismo legalizzato sull'isola. I matrimoni sono fatti per denaro e le donne sono schiave della società e del nuovo marito, tante volte britannico perché più ricco dei creoli.

Pazzia al femminile

Non è una sorpresa quando Antoinette perde la testa alla fine del romanzo. Come Rochester, i lettori si aspettano che possa accadere dopo tanto tempo. Daniel insiste che entrambi i genitori di Antoinette soffrivano di malattie mentali e infatti Annette, la madre, mostra instabilità nella prima parte del romanzo. La pazzia di Antoinette non è soltanto il risultato della sua suscettibilità. Le circostanze, in particolare la sua reclusione nell'attico, contribuiscono al deterioramento. I lettori dovrebbero chiedersi fino a che punto Antoinette diventi davvero pazza.


Rappresentazioni cinematografiche





Scene dal film Wide Sargasso Sea







 
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