01 ottobre 2010

Riassunto Canto XXXIII Inferno Dante

Cerchio IX, zona seconda (Antenòra). Il conte Ugolino. Zona terza (Tolomea)

Il canto ha i suoi punti nodali nell’incontro con cittadini di Pisa e di Genova, due città in cui emblematicamente Dante ritrova confermata la sua diagnosi pessimistica sullo stato della civiltà comunale: nati dalla necessità di creare una società più  democratica e civile, ed un’economia più agile e moderna, i Comuni impigliatisi in una serie di guerre fratricide sembrarono col tempo regredire verso costumi di ferocia barbarica. Le lotte tra le fazioni, spesso verniciate di ideologie, tutte però alimentate dalla frenesia del potere e dal disprezzo del debole e del vinto, insanguinarono le città e coinvolsero nella distruzione anche gli innocenti. Su questo sfondo di violenza barbarica si colloca in un’ambientazione infernale di allucinante immobilità (ghiaccio; un deserto bianco popolato di teste; un orrido pasto cannibalesco) l’episodio del conte Ugolino. Il quale «è rimasto e rimarrà eternamente chiuso nei limiti feroci della sua società e della sua storia, dominate da tradimenti, crudeltà, odio, brama di potere, guerra; onde, come portato della illogicità umana, la dissoluzione del vivere civile, la corsa del genere umano alla dannazione, dolore interi a e nell’aldilà. Ugolino, nel fondo dell’inferno, diventa simbolo del male umano e della sua forza dissolvente. Intorno a lui, nella muda e nella ghiaccia infernale, c’è la città, c’è il mondo di cui egli è frutto: perciò l’angoscia ch’egli soffrì e ora in eterno soffre non può generare pietà per lui, ma per gli innocenti travolti da quel gorgo di passioni irrazionali’ (R. Ramat, Il Conte Ugolino, in « Cultura e Scuola », IV, 1965, pp. 13-14). Difatti l’episodio ruota su due temi che si congiungono e si riflettono: il tema della ferocia dell’uomo di parte, che conserva e rafforza le forme di ferocia e di brutalità che gli furono proprie in terra; l’altro della vita affettiva (e si può indovinare quella dell’arcivescovo, di un uomo di chiesa che non ebbe pietà per dei bambini condannati a morire di fame ed ora sta per sempre in una gelida immobilità, tormentato ed insieme suscitatore di odio per il ricordo che ridesta nel tormentatore) del conte Ugolino che è di strazio, di dolore e soprattutto di desiderio di vendetta. Il conte diventa il concreto simbolo di una società che ha tra le altre anche la responsabilità di assassinare gli innocenti: quei bambini non li uccise lui, ma è anche vero che di quella morte è indirettamente responsabile perché protagonista di una politica faziosa e proterva. Quei figli non stanno sullo sfondo ad accusare solo l’arcivescovo ma anche Ugolino. Questi è accusato anche come padre: non aiutò i figli perché impigliato nelle passioni che lo condussero nel carcere doloroso, perché dominato da quel feroce urto di forze che ora lo legano perpetuamente alla bestialità. E sono i figli, con l’offerta che fanno di sé come pasto alla fame del padre, a porsi come simbolo di una società così insaziabile da travolgere e metaforicamente mangiare i suoi figli. Ancora una volta dietro quei volti di ragazzi che implorano c’è il volto, brutale e rapace, di una società che presa dalla furia demoniaca del potere non sa salvare neanche gli affetti elementari. Della pietà per i caduti, per gli straziati dagli odi altrui, si fa portavoce Dante. Alla fine « la tragedia evocata da Ugolino è quella dei suoi figli, ed è più grande dei due protagonisti, è la tragedia della feroce ingiustizia delle parti, e del mondo e dell’umano destino» (M. Sansone, Il canto XXXIII dell’ «Inferno », in Nuove Letture Dantesche, Firenze, 1969). Corretto, dunque, il giudizio di chi distingue nell’episodio i due drammi, di odio e strazio del padre, e di pietà e tenerezza dei figli e tutto l’episodio unifica in un rapporto dialettico di odio e di pietà.

La seconda parte del canto affronta il tema, un po' feroce, un po' sarcastico, dell’anima che è all’inferno prima che il corpo abbia esaurito la sua carica vitale: un demonio si impossessa del corpo e lo regge secondo linee di apparente normalità mentre l’anima è già confitta in Cocito. Se l’episodio di Ugolino si incentra sulla interazione di orrore e di pietà, l’episodio di frate Alberigo (ancora un frate politicante) si svolge intorno ai motivi della perfidia cinica e spietata, così ottusa da diventare inconsciamente grottesca. E dietro frate Alberigo si affaccia Branca d’Oria, esponente della vita tortuosa di una città come Genova, centro di ignominia e di ingiustizia. Questi episodi più che l’incontro con Lucifero chiudono coerentemente l’inferno in cui confluiscono gli uomini che con i loro traffici, con la loro crudele brutalità, con la mortificazione delle leggi elementari della vita religiosa e morale hanno intorbidato e sconvolto la vita del Comune accelerandone il processo di disgregazione. A questa crisi di cui la prima cantica offre ampia casistica Dante non dà altra risposta se non quella che si addice alla sua coscienza e alle sue convinzioni: bisogna riedificare il mondo devastato da tanto male facendo perno sugli insegnamenti dati da Cristo e testimoniati da tanti santi, da tanti martiri, da uomini che non conobbero la violenza e respinsero la tentazione del denaro e del potere.

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Riassunto Canto XXVIII Inferno Dante

Cerchio VIII, bolgia nona. Seminatori di discordia. Maometto. Bertram del Bornio

La prima impressione che si ricava dalla lettura del canto è di raccapriccio: la bolgia è un immenso carnaio di genti più o meno sconciate, mutilate. Davanti a noi è una sfilata di sventurati deturpati. Queste pagine dedicate ad un’umanità spettrale, spaventosamente tagliuzzata rispondono ad un gusto tipicamente medievale. La violenza che caratterizzava i rapporti sociali, la durezza delle guerre civili, le terribili prove cui erano sottoposte le popolazioni conquistate da eserciti, il concetto che la giustizia doveva esercitarsi sui corpi dei rei anche con ferocia, l’idea di una legge fondata sul dente per dente, costituiscono il presupposto culturale delle pagine che Dante dedica ai seminatori di scismi. Questa bolgia di deformi e di mozzati nella lingua o nelle mani è in fondo la dilatazione sul piano dell’eterno di quelle corti dei miracoli, di quei ghetti dove la carità o la forza pubblica riunivano tutti gli storpi, i ciechi, i malati inguaribili, abbandonati da tutti. Il canto si apre con un paragone tra il carnaio della bolgia e quello dei campi di battaglia di Puglia a mettere in rilievo la bruttura mostruosa delle figure umane stravolte. La prima anima, per il momento la più impressionante è di Maometto, più rotto che una botte sfondata: tra le gambe gli pendono le budella: è spaccato verticalmente dal mento all’ano. Gli è davanti, col volto tagliato, suo genero Ali. Così sconcia loro ma anche gli altri dannati un diavolo armato di spada: i dannati compiono il giro della bolgia e nel tragitto rimarginano i tagli: quando si ripresentano al diavolo, vengono ancora tagliati e così per sempre. Sono i semina tori di discordia, coloro che promossero scissioni religiose o provocarono discordie nelle città, negli stati, nelle famiglie. A chi si chiede come mai possa essere ritenuto scismatico Maometto, si deve ricordare che per il medievale la religione è una sola (quella cristiana): perciò chi opera fuori di essa è sempre, in quanto fondatore illegittimo di una religione non ammessa, uno che attenta all’unità della fede e della Chiesa. Altri peccatori osservati qui sono Pier da Medicina, Curione, che consigliò a Cesare il passaggio del Rubicone, Mosca de’ Lamberti colpevole di aver consigliato l’uccisione di Buondelmonte da cui ebbe inizio la lotta tra guelfi e ghibellini in Firenze. A questo punto si inserisce l’episodio di Bertram del Bornio, uno dei personaggi più orridi del poema. L’anima sorregge con una mano, presa per i capelli, la propria testa spiccata dal busto, che continua a camminare. La testa parla: l’anima è orridamente divisa in due. Il gusto del macabro che accompagna quest’episodio richiama anche per un confronto l’orrido che fu proprio della civiltà barocca. Si ricordino a questo proposito i molti monumenti funebri, i teschi, gli scheletri, i cadaveri vestiti ed esposti al pubblico in appositi corridoi catacombali, i crani appesi alle coroncine del rosario, che furono caratteristica della vita del Seicento, C’è qualche cosa di simile: però nel medievale non c’è il compiacimento del macabro ma l’osservazione della tremenda giustizia divina che punisce terribilmente per distogliere l’uomo dal peccato. Il peccatore diviso, lacerato, stroncato è solo il segno di quella lacerazione della legge divina. Ma qui la condanna di Dante investe coloro che al suo tempo con le loro discordie e risse dilaniarono i Comuni, sconvolsero l’esistenza di famiglie, lasciarono solchi di sangue dappertutto. In Bertram del Bornio Dante ha visto il simbolo di tutta una società percorsa da fremiti eversori, da forze contrapposte che travolgevano perfino gli innocenti. Perciò l’episodio diventa un atto di accusa contro la società che per il denaro e per i miti che al denaro si legano si è intimamente frantumata, ridotta ad un organismo perennemente e sanguinosamente diviso.

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Riassunto Canto XXVI Inferno Dante

Cerchio VIII, bolgia ottava. I politici frodolenti. Ulisse e Diomede. Il folle volo

Il canto nei primi versi si aggancia alla tematica morale dei canti dei ladri e in particolare alle scene di metamorfosi che hanno come protagonisti ben cinque fiorentini. Che un numero così rilevante di concittadini sia tra i ladri conferma Dante nella sua opinione che Firenze è ormai completamente preda della corruzione e della malvagità, perché la sua società è fondata sull’avidità di denaro e di potere e sulla violenza. Raccogliendo sinteticamente ciò che ha finora narrato della sua città (incontri con Ciacco, con Farinata, con Brunetto Latini ecc.) il poeta giunge alla convinzione che per Firenze non c’è altra via di uscita se non una punizione radicale, esemplare, perché possa essere avviata ad un ordine sociale fondato sulla misura e sulla saggezza. Per la propria esperienza e per il privilegio concessogli egli può parlare come un severo ed intrepido profeta biblico ed indicare quali sono le vie del male e quali della liberazione: le sciagure minacciate vogliono avere la funzione di un deterrente. Dopo questa prima parte, la scena comincia a riempirsi del personaggio di Ulisse: dapprima si ha una visione panoramica della bolgia, punteggiata da innumerevoli fiammelle vaganti, simili a lucciole in un tramonto estivo. Sono le anime dei consiglieri frodolenti o più esattamente di coloro che operando nella politica furono uomini di grandi capacità intellettuali, ma anche di perfida astuzia: coloro insomma che peccarono per abuso di intelligenza. Si tratta di anime talvolta cariche di un passato ricco di fama. Qualcuno di loro è protagonista di grandi opere di poesia. Quale atteggiamento assumere dinanzi ad anime che ospitarono peccato e nobiltà? Il problema è lo stesso che Dante si pose nel Limbo in presenza di filosofi, poeti, costruttori di stati, scienziati, non investiti dalla grazia. Il cristiano, superato il momento iniziale di radicalismo, si appropriò delle loro conquiste culturali ma le integrò con la tematica evangelica e teologica: ammirò per molti aspetti gli spiriti magni dell’antichità ma li vide incapaci di pervenire alla piena salvezza. Dalla stessa radice nasce l’episodio di Ulisse, posto in una sola fiamma con Diomede che gli fu compagno di avventure. Nei testi latini Dante trovò l’immagine — tanto diversa da quella omerica — di un Ulisse modello di uomo eroicamente proteso alla conoscenza della realtà. Ma quell’uomo era destinato al fallimento perché per lui il valore supremo, totale è l’uomo. Dante rileva la forza, il coraggio di Ulisse, ne segue con trepida commozione l’impresa, ma Ulisse non è per lui il modello dell’uomo cristiano. Il cristiano sa che in Dio vi è un aspetto sottratto alla conoscenza umana, come la montagna del purgatorio di cui Ulisse intravede il profilo. E sa anche che l’operato divino rientra in un disegno complessivo provvidenziale della cui razionalità e saggezza l’uomo non può mai dubitare anche se non ne possiede la chiave interpretativa. In quest’ordine rientrano il pensiero di Platone, la civiltà greca, l’impero romano ed anche Ulisse. «Ulisse perciò ci appare il prototipo dell’umanità’ pagana che, fidando nelle sue forze, è giunta tant’oltre da intravedere il monte del paradiso terrestre, quasi simbolo del punto estremo a cui può spingersi l’uomo per la sua intrinseca natura». Fallisce Ulisse, come accanto a lui era fallita tutta la civiltà classica, per mancanza di un elemento positivizzante — l’unico salvifico — la grazia. Nell’episodio la parte che si riferisce alla navigazione in un oceano ignoto ed avverso — sollecitata dal bisogno di conoscenza — ha fatto pensare alle prime navigazioni atlantiche compiute durante il Duecento. E qualcuno ha creduto di poter inferire che Dante in parte esaltava quelle avventure in parte le condannava. Ma per spiegare e capire l’episodio non è necessario ricorrere ai navigatori del Duecento. Ulisse è giudicato secondo una misura di moralità cristiana, secondo un principio perpetuamente vero ed operante: come, deve essere condannata la dismisura, il disordine, la cupidigia, così occorre condannare anche il cammino di chi procede troppo sicuro di sé e che per orgoglio rifiuta la cornice in cui tutto si compone, sol che si accetti di essere creature di un mondo che si può reggere con la giustizia, con le leggi, la pace: in una cornice così fatta non c’è posto per il protagonista, per colui che della storia si ritiene autore, punto iniziale e terminale. Diverse sono le motivazioni per cui all’inferno si trovano Socrate e Filippo Argenti, Ulisse e Vanni Fucci: ma c’è una ragione di fondo che tutti unifica: il rifiuto di accertare la volontà di Dio.

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Riassunto Canto XXIII Inferno Dante

Cerchio VIII, bolgia sesta. Gli ipocriti. Caifàs

Mentre i diavoli si azzuffano tra loro e si invischiano nella pece, i due poeti colgono l’occasione per liberarsi di loro e si avviano verso la bolgia successiva, procedendo « taciti, soli, senza compagnia » come fanno i frati francescani. Dante medita sulla favola del topo e della rana: questa si dispose a fare attraversare un corso d’acqua ad un topo ma prima lo legò a sé: voleva farlo affogare immergendosi, e ci sarebbe riuscita, se dall’alto un nibbio non li avesse ghermiti entrambi. Così era capitato ad Alichino e a Calcabrina che volevano prendere il barattiere ed erano rimasti impaniati nella pece. I poeti si rendono conto che i diavoli appena usciti dal « bogliente stagno» si getteranno su di loro e perciò accelerano il passo. E quando vedono da lontano i diavoli desiderosi di vendetta, Virgilio, stretto al petto il discepolo, si lascia scivolare lungo la parete scoscesa per cui si scende nella sesta bolgia dove non possono essere raggiunti dai diavoli, poiché la legge divina prescrive loro di stare nella bolgia assegnata. Sfuggiti al pericolo i due poeti riprendono il viaggio con animo meno teso. - La bolgia in cui ora si trovano è quella degli ipocriti. Questi procedono a passi lentissimi, con l’atteggiamento di chi è molto stanco: indossano cappe con cappucci che scendono sugli occhi secondo la foggia che in terra è propria dei monaci di Cluny. All’esterno le cappe sono dorate, dentro sono di piombo: così pesanti che al confronto potevano sembrare leggere come la paglia le cappe che Federico Il faceva indossare ai condannati per delitti di lesa maestà. Gli ipocriti sono dunque uomini dalla doppia faccia: una esterna, accattivante e buona; l’altra interna plumbea, malvagia, fraudolenta. Dante, sempre interessato a scoprire tra i tanti qualcuno che possa avere valore esemplare, chiede a Virgilio di aiutarlo nella ricerca. Ed uno degli spiriti, che dalla pronuncia capisce che Dante è toscano, li invita a camminare con lui e del suo passo: forse può soddisfare il desiderio del poeta. Dante vede non uno ma due dannati che mostrano una grande voglia di accostarglisi: parlano tra loro e si stupiscono della presenza di un vivo e ne vogliono sapere il nome. Nacqui — risponde il poeta — nella grande città sulla riva del bel fiume Arno. Ma voi due chi siete? Fummo dell’ordine dei frati godenti rispondono — e fummo podestà di Firenze dopo la battaglia di Benevento: siamo Catalano dei Malavolti e Loderingo degli Andalò, ambedue bolognesi. Dante si appresta a lanciare contro di loro e contro i frati in genere un’invettiva che metta in risalto la loro ipocrisia, ma si interrompe attratto dalla vista di un dannato crocifisso in terra con tre pali. È Caifàs, il sommo sacerdote ebreo che indusse il sinedrio a mandare a morte Cristo col pretesto che il supplizio era opportuno per il bene pubblico. Messo di traverso sulla strada percorsa dalla teoria degli ipocriti, è calpestato da tutti e di tutti sente e sentirà per sempre il passo. Allo stesso supplizio sono condannati Anna, suocero di Caifàs e i sacerdoti ebrei che votarono per la morte di Cristo. C’è un’altra cosa da chiedere: come si fa a giungere alla bolgia che segue. Devono salire su per la parete opposta a quella per cui sono discesi: non c’è nessun ponte che attraversi la bolgia: tutti, non uno solo, crollarono il giorno della morte di Cristo. Virgilio si accorge che Malacoda aveva tentato di imbrogliarlo; ed il frate che gli dà le informazioni, con lieve sarcasmo gli fa notare che è stato un ingenuo: io — gli dice — a Bologna ho sempre sentito dire che il diavolo oltre ad altri vizi ha quello della menzogna. Virgilio non accoglie bene questa stoccata dell’ipocrita e si allontana in fretta. Questo canto, più che degli ipocriti in genere,. si potrebbe dire dei frati ipocriti; difatti i monaci ci accompagnano per tutta la bolgia: dapprima si affacciano attraverso il paragone col modo di camminare dei frati minori; poi si precisano con l’accenno al cappuccio dei frati del monastero francese di Cluny ed infine si presentano in prima persona. Due frati sono dell’ordine che il popolo beffardamente chiamò dei godenti. Accanto a loro e con loro ci sono gli ipocriti ebrei. Tra monaci e scribi e farisei non c’è differenza: tutti operarono con inganno, coprendosi il volto di benevolenza. Dante evidenzia alcuni ecclesiastici particolarmente dannosi all’umanità, oltre che corresponsabili della decadenza della Chiesa: quelli cioè che, simulando di volere il bene dei fedeli si comportarono da politicanti corrotti. Così operarono a Firenze i due frati godenti: presentatisi quali podestà imparziali, (ma in realtà alleati dei guelfi), espulsero dalla città i ghibellini ponendo cosi le basi delle molte guerre comunali. Per questo, gli ipocriti di Dante sono soprattutto da ricondurre alla sigla dei grandi mestatori pubblici.

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Riassunto Canto XIX Inferno Dante

Cerchio VIII, bolgia terza. I Simoniaci

Inferno_Canto_19_verses_10-11La bolgia appare a Dante punteggiata da innumerevoli fori, simili ai pozzetti che nel Medioevo servivano al battesimo per immersione. Da ciascun pozzetto emergono le gambe di un dannato, furiosamente guizzanti per le fiamme che gli bruciano le piante dei piedi. Sono i simoniaci, gli uomini di chiesa che fecero mercato delle cose sacre, riducendo la chiesa, nata dal martirio degli Apostoli, ad uno strumento di potere temporale e di ricchezza. L’anima che parla è di Papa Niccolò III, degli Orsini; parla di sé, della sua rapacità, ma anche di altri due papi altrettanto simoniaci e rapaci, Bonifazio VIII e Clemente V, ambedue colpevoli di avere asservito la chiesa ai loro fini nepotistici. La coscienza della decadenza della Chiesa per mano di ecclesiastici corrotti desta l’indignazione del poeta. Il male — ne trova conferma pressoché in ogni parte dell’inferno — è nella cupidigia, nella fuga dai valori religiosi, dalla povertà evangelica. La causa prima dell’attuale decadenza fu la donazione di Costantino, che dette inizio al potere temporale del papato. Per la prima volta in tutta la Commedia Dante dichiara responsabili primari dei mali presenti della chiesa ecclesiastici e papi, rei della mondanizzazione e della politicizzazione di quella istituzione squisitamente spirituale e religiosa. Questa polemica di Dante contro il clero simoniaco rientra nel grande filone riformatore della spiritualità medievale. Ed è anche opportuno sottolineare che la polemica dantesca è quella di una appassionata e sincera coscienza cristiana: la fede di Dante è senza incrinature ed incertezze; anche se il quadro della gerarchia ecclesiastica è desolante, egli non dubita sulla assoluta necessità provvidenziale del compito spirituale della Chiesa. Dall’alto della sua profonda e severa religiosità, egli ritiene suo dovere di cristiano denunciare senza infingimenti l’allontanamento della Chiesa dalla primitiva purezza evangelica, e richiamarla al compito altissimo assegnatole da Dio. La donazione di Costantino, che Dante ritenne fatto storicamente indiscutibile, segna il diaframma tra il vero cristianesimo, quello dell’età apostolica e il falso cristianesimo dei papi simoniaci, politicanti e rissosi. Di tutti i mali che da quella donazione si erano scatenati, il più grave era per lui la simonia, cioè il nepotismo, la dilatazione del potere economico di una famiglia, quella del papa, attraverso lo sfruttamento del potere che discendeva dalla Chiesa. Ma il privilegio di una famiglia comportava l’esclusione o la riduzione di potere di altre famiglie, e di conseguenza l’apertura di ostilità, la prevaricazione di un gruppo a danno di altri, la possibilità di conflitti che da Roma si dilatavano a tutta la cristianità. Questa famiglia facilmente si faceva forte sul piano teorico di tendenze teocratiche onde dare alle proprie manovre una vernice ideologica: questo metteva poi in movimento una serie di reazioni a catena da parte di famiglie, di Comuni o di stati grandi o piccoli che per difendersi dalle mire pontificie o ricorrevano alla forza o si rifugiavano nella rivendicazione di una interpretazione corretta del Vangelo deviando anche nell’eresia. La condanna di Dante è per l’istituto ecclesiastico che confonde religione e politica e impedisce all’uomo di realizzare in modi lineari il proprio destino religioso. A questo scopo Papato ed Impero dovrebbero muoversi per linee distinte e cooperanti allo stesso fine: da ciò la necessità di una restaurazione morale e civile quale fu definita dai Vangeli e testimoniata dai primi cristiani. L’ideale di Dante è il ritorno integrale ai valori attualmente offuscati. Egli non seppe dare una risposta adeguata alle nuove forze sociali e politiche della sua età. Per questo Dante è senza dubbio un uomo del passato: ma per la sincerità del suo atteggiamento, per la fervida adesione ad un mondo giusto e pacifico, non corrotto dai miti del denaro e del potere, è un nostro compagno di viaggio.

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Riassunto Canto XV Inferno Dante

Cerchio VII, 3° girone. I sodomiti. Brunetto Latini.

Il tema centrale del dialogo tra Dante e Brunetto Latini è (come già nell’incontro con Ciacco e Farinata) la vita morale e politica di Firenze, e, più precisamente, la ricerca della responsabilità dell’uomo di cultura nella partecipazione alla vita della società, Il tema si estende ad una dolorosa inchiesta sull’insufficienza dell’attività politica: perché uomini di rilievo che si dedicano alla politica falliscono sul piano religioso e vanno all’inferno? Perché una società nonostante e talvolta per l’intervento di uomini per molti aspetti ragguardevoli non solo non si modifica, ma precipita in dissidi feroci? Il problema che Dante qui cerca di risolvere è lo stesso di quando si trova in presenza di grandi anime che nonostante i loro meriti, (riconosciuti da lui stesso), poi caddero nell’errore: Francesca amò con sincerità e profondità ma volse, e qui fu il suo errore, il suo amore a creatura terrena e non a Dio o a ciò che Dio benedice; Fari nata combatté con fierezza e magnanimità ma pose nell’impegno politico una passione così esclusiva che emarginò da sé Dio; Pier della Vigna non vide che l’unica e vera fedeltà si deve non all’imperatore ma alla divinità. Anche Dante stava per dare alla sua vita un avviamento del tutto mondano e conobbe il traviamento, la caduta nella selva: ora si avvia a salvezza perché colloca sé e la propria attività entro la prospettiva del divino e dell’eterno: Dio è per lui il lievito di ogni azione della vita quotidiana, anche della meno significante. In questa prospettiva non si svaluta né la serietà di Francesca né la forza di Farinata: se ne vedono i limiti e si impara che la completezza, va cercata e trovata altrove. Personaggio incompleto fu anche Brunetto Latini, l’esemplare intellettuale della civiltà comunale. Torna alla memoria di Dante una delle figure ideali dei suoi anni giovanili. Brunetto è il maestro di vita morale e di cultura, anzi di cultura come impegno sociale e comunitario, colui che lo aiutò a conoscersi e a pensare alla vita come itinerario per una società migliore. A Brunetto Dante si sentì vicino oltre che per ragioni affettive (quasi padre lo dice incontrandolo), per affinità di impostazione dei proprio compito di intellettuale operante in un Comune. Ambedue poeti e letterati; ambedue parteciparono alle vicende politiche della loro città, stimolati da propositi saggi; ambedue mal compresi ed esiliati; ambedue in lotta contro gli arrivisti; ambedue esposti alla brutale persecuzione degli avversari. Ma la valutazione dell’azione dei due e del loro fallimento non può essere quella che si fa con misura politica: su questo piano essi sono dei vincitori. L’unico metro è quello della morale. All’inferno ci sono gli affaristi, gli ecclesiastici avidi; ma c’è anche Farinata e c’è Brunetto. In quest’ultimo caso il fallimento deve essere ricercato nell’insufficienza dei loro propositi non illuminati da una finalità religiosa. Brunetto presunse di poter fondarsi sulla propria autonoma razionalità: tale presunzione di autonomia, che è anche rottura con la società, è alla base del peccato di omosessualità, quasi asserzione superba di indipendenza dalle norme umane e dalla legge divina. L’autosufficienza razionalistica diventa sul piano dei rapporti sessuali deformazione dell’amore, sodomia: che è il peccato di molti letterati ed ecclesiastici. Ammirevole, dunque, Brunetto Latini per la sua cultura, per la difesa dei valori civili, per il coraggio con cui sostenne l’esilio, per l’insegnamento letterario e retorico dato alle nuove generazioni: per questi aspetti indimenticabili egli è presentato da Dante con commossa riverenza. Quando poi si valuta la sua azione nel com’ plesso e se ne vede l’imperfezione, cioè la ricerca di indipendenza da Dio, allora non si può non riconoscere legittima (secondo i canoni medievali) la sua collocazione nell’inferno. Certo spiace che di tanto maestro si rilevi non solo la nobiltà ma anche l’infamia, il vizio. Dante, però, non si dimentichi, partiva da una convinzione di forte e rigorosa moralità: il suo proposito era di riportare gli uomini ad aderire con fermezza ai principi religiosi. Perciò valutava come peccati sia il vizio dei sensi sia la caduta intellettuale: ambedue sono da ricondurre alla stessa radice. La collocazione di tale maestro nell’inferno, quindi, non era in contraddizione con la celebrazione del suo nobile impegno per la società; ma la società deve essere in funzione della riaffermazione del carattere sacro di tutta la vita.

C’è poi da fare un’osservazione di carattere storico: compaiono in questo girone ben cinque fiorentini e tutti di buona condizione sociale. Come si spiega sì folta presenza? È una maldicenza raccolta da Dante? A questo riguardo giova la lettura di una pagina dello storico Davidsohn, autore di una pregevole e monumentale Storia dì Firenze: «Si affermava che in nessun paese, come in Italia, la pederastia veniva praticata in tale misura da ecclesiastici e da laici, e nell’Italia stessa Firenze aveva la palma, cosicché in Germania si dicevano “ Florenzer” i pederasti, ed ìl loro vizio “ fiorenzen“, vale a dire “ fiorenzare “. Fra Giordano nella sua maniera coraggiosa diceva dal pergamo che l’infamia del peccato di Sodoma e Gomorra gridava al cielo, che il numero di quelli che ne erano macchiati, era in Firenze sterminato; spesso accadeva che un padre dicesse al suo ragazzo: Va’, guadagna, vestiti e calzati. “Or che crudelitade è questa, che puzza e che sozzura è questa a udire dire? “. Un’altra volta, nel dicembre del 1305 e nel giorno degli Innocenti, predicando avanti a Santa Maria Maggiore, tornò sull’argomento: “Oh, quanti sodomiti vi sono tra i cittadini? Quasi tutti sono dediti al vizio od almeno la più parte di essi. Firenze è diventata Sodoma, e i fiorentini accrescono questo genere di peccato con l’usura, con l’odio e con gli assassini “. Anche Fazio degli Uberti, che pur tanto affetto nutriva per la patria dei suoi maggiori, la paragona a Sodoma e a Gomorra e afferma che, “quando il fiume (per l’inondazione del 1333) aveva castigato Firenze, non uno in essa era stato ritrovato giusto” ». Ancora una volta ci si accorge che le affermazioni di Dante hanno radice in una ben precisa realtà sociale ed umana.

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