21 giugno 2010

Glossario Letterario


ALLEGORIA. Dal greco allegoría (= "parlare diversamente"). Figura retorica mediante la quale un termine (denotazione) si riferisce a un significato più profondo e nascosto (connotazione). Ad es., il Veltro dantesco, a livello denotativo, significa "cane da caccia", ma è noto che questo termine allude a un "riformatore spirituale".
Tra le allegorie tradizionali è celeberrima quella della nave che attraversa un mare in tempesta, fra venti e scogli ecc.: rappresenta il destino umano, i pericoli, i contrasti ecc., mentre il porto è la salvezza.
Il problema della comprensione delle allegorie dipende dalla loro maggiore o minore codificazione (ad es., una donna bendata con una spada o una bilancia è ormai un'immagine codificata della Giustizia).
ALLITTERAZIONE. Figura retorica di tipo morfologico, consistente nella ripetizione di uno o più fonemi uguali in più parole consecutive o molto vicine. Come in Petrarca: "di me medesmo meco mi vergogno", o in Foscolo: "quello spirto guerrier ch'entro mi rugge". Casuale nella lingua comune (ad es. "Mia mamma mangia una mela"), l'allitterazione è frequente nei messaggi pubblicitari, dove ha la funzione di favorire la memorizzazione nell'ascoltatore. Ad es.: "Mangia le mele Melinda".
ANADIPLOSI. Dal greco anadíplosis = "raddoppiamento". Figura retorica consistente nella ripresa, all'inizio di un verso o di una frase, di una o più parole di chiusura del verso o della frase precedente. Come in Quasimodo: "Invano cerchi tra la polvere, / povera mano, la città è morta. / È morta...". Oppure in Fenoglio: "In lui tutto era lento, lento era il movimento delle labbra, lento era il roteare degli occhi". In quest'ultimo esempio possiamo notare la combinazione di anadiplosi e anafora.
ANAFORA. Figura retorica consistente nella ripetizione di una o più parole all'inizio di più versi o enunciati successivi. Ad es. in Dante: "Per me si va nella città dolente, / per me si va nell'etterno dolore, / per me si va tra la perduta gente".
Come l'allitterazione, anche l'anafora si presenta con frequenza nel linguaggio pubblicitario, per richiamare l'attenzione dell'ascoltatore. Ad es.: "Selenia, speciale formula Alfa Romeo... Selenia, il motore dei nuovi motori".
ANALOGIA. Rapporto di somiglianza tra immagini o parole, basato su libere associazioni di pensiero o di sensazioni piuttosto che su nessi logici o sintattici codificati. Come l'ungarettiana "balaustrata di brezza".
ANTIFRASI. Dal greco antíphrasis = "espressione contraria". Figura retorica consistente nell'usare un'espressione per significare l'opposto di ciò che in realtà si vuol dire. Si tratta di una figura molto usata anche nel linguaggio comune: ad es. "Bella giornata, oggi!" (per significare invece che c'è brutto tempo); "Hai fatto un bel lavoro!" (per dire invece che il lavoro è stato svolto male). Come si vede, l'antifrasi è per lo più utilizzata in senso ironico.
ANTONOMASIA. Dal greco antonomàzo = "chiamo con nome diverso". Figura retorica consistente nella sostituzione del nome di una persona o di una cosa con un nome più generico o comune, con un epìteto (aggettivo) o con una perifrasi. Alcuni esempi: "il segretario fiorentino" (Machiavelli), "il padre della lingua italiana" (Dante), "la città celeste" (il Paradiso), "il principe delle tenebre" (il diavolo), "l'eroe dei due mondi" (Garibaldi), "il sommo bene" (Dio).
ASSONANZA. Somiglianza di suono fra le ultime sillabe di due o più parole (sia poste in fine di versi successivi, sia al loro interno). Si usa distinguere in assonanza tonica quando sono uguali le vocali ma non le consonanti (es. "climi / mattini") e assonanza atona quando cambia soltanto la vocale tonica (es. "puro / giro"); si ha infine assonanza consonantica, o più semplicemente consonanza, quando vi è uguaglianza di suoni soltanto nelle consonanti (es. "colla / bello").
BALLATA. Componimento poetico d'origine provenzale, che compare in Italia attorno alla metà del XIII secolo. Originariamente non aveva una struttura metrica fissa (salvo un ritornello di due o più versi) e i versi erano vari (dal settenario all'endecasillabo). Con gli stilnovisti la ballata assunse una forma più definita, preferibilmnete con soli endecasillabi o settenari oppure con endecasillabi e settenari.
La ballata classica è generalmente introdotta da una strofetta di tre versi (ballata mezzana), di quattro versi (ballata grande) o di due versi (ballata minore). La strofa introduttiva è detta "ritornello" o "ripresa". Alla ripresa segue generalmente una sola stanza (oppure due o tre: ballata replicata), divisa in due "piedi" e una "volta".
CESURA. Pausa ritmica all'interno del verso, in corrispondenza dell'accento ritmico più importante dopo quello fisso alla fine del verso (cioè sulla penultima posizione). La cesura ha un particolare rilievo nell'endecasillabo, dove il verso risulta diviso in due parti dette emistichi.
DIALEFE. Dal greco dialeìpho (= "separo"). Figura metrica consistente nel tenere distinte, in due diverse posizioni, due vocali contigue ma appartenenti a due parole diverse. Ad es. in Cavalcanti: "Di ciascuna vertù - alta e gentile". Non c'è una regola precisa per l'applicazione della dialefe, ma in genere si tende a rispettarla in casi come quello citato (cioè quando si incontrano due vocali entrambe toniche).
DIERESI. Dal greco diairéo (= "disgiungo, separo"). Figura metrica consistente nel tenere distinte in due diverse posizioni due vocali contigue in corpo di parola. Ad es. in Foscolo: "Forse perché della fatal quï-ete". O in Leopardi: "Un mazzolin di rose e di vï-ole". Non vi sono regole veramente fisse per la sua applicazione; è comunque obbligatoria in due casi: 1) alla fine del verso; 2) quando una vocale aspra (a, e, o) è seguita da una qualunque vocale tonica.
DISTICO. La strofa più piccola, composta da soli due versi.
EMISTICHIO. Ciascuna delle due parti in cui un verso risulta diviso dalla cesura. Ad es. in Leopardi: "Sempre caro mi fu - quest'ermo colle"; o in Dante: "Lo giorno se n'andava - e l'aere bruno", dove peraltro notiamo che fra i due emistichi vi è sinalefe.
ENDECASILLABO. È il verso più armonioso e vario della poesia italiana, composto da undici sillabe metriche o posizioni. A parte l'ultimo (ch'è sempre sulla penultima sillaba), ha gli altri accenti in posizione libera, anche se i più ricorrenti cadono sulla sesta (ad es. in Leopardi: "Sempre caro mi fu' quest'ermo colle") oppure sulla quarta sillaba (ad es. in Dante: "Zefiro do'lce le novelle fronde"). Si distingue in endecasillabo "a maiore", se il primo emistichio è un settenario, e "a minore" se è un quinario. Un endecasillabo a maiore è il leopardiano "Vaghe stelle dell'Orsa, - io non credea", con sinalefe tra i due emistichi; un esempio a minore è ancora il leopardiano "Questa mia vita dolorosa e nuda". Vi sono però numerose varianti.
ENFASI. Figura retorica che consiste nel mettere in particolare rilievo un termine o una frase. Ad es.: "Lui, lui sa quello che voglio dire!". Il Lausberg ha notato come, soprattutto per l'oratore e per l'attore, l'enfasi semantica si identifica con "un aumento di intensità della voce (e dei gesti)" nel momento in cui si vuole sottolineare una parola o un concetto.
ENJAMBEMENT. Separazione metrica, tra la fine di un verso e l'inizio di quello successivo, di due elementi sintatticamente legati (sintagma). Ad es. in Leopardi: "Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi...". Qualcuno usa il termine "inarcatura" (ad es. Fubini) o "spezzatura" (ad es. Di Girolamo), ma il termine francese è quello più accettato.
FIGURE METRICHE. Fenomeni sillabici, tipici della poesia, che non comportano alterazioni grafiche, ma solo una diversa modalità di lettura, ai fini del computo sillabico del verso. Sono la sineresi, la sinalefe, la dieresi e la dialefe (vedi alle singole voci).
FIGURE RETORICHE. Particolari forme espressive della lingua, fondamentali in letteratura (e soprattutto in poesia), ma frequenti anche nella lingua comune. Vengono usate per dare maggiore incisività e una più profonda carica al senso complessivo del messaggio. Si distinguono tradizionalmente in figure di parola (o del significante) e figure di pensiero (o del significato).
IPALLAGE. Dal greco hypallagé, che significa "scambio, commutazione". Figura retorica consistente nello scambio del normale rapporto sintattico o semantico fra due parole. In pratica si attribuisce a una parola ciò che, nella stessa frase, andrebbe attribuito ad un'altra parola. Ad es.: "Il magro profilo del suo volto". In Montale: "e gli alberi discorrono col trito / mormorio della rena".
IPERBOLE. Dal greco hyperbàllo (= "lancio oltre"). Figura retorica consistente nell'esagerare (amplificandolo o riducendolo) l'espressione di un concetto. Ad es.: "È un secolo che non lo vedo"; "Scendo tra un minuto"; "Sono in un mare di guai"; "Mi piace da morire"; "Non ha un briciolo di cervello". A livello letterario: "Lo scudo in mezzo alla donzella colse: / ma parve urtasse un monte di metallo" (Ariosto). Dalla storia, il detto proverbiale di Carlo V: "Sui miei dominii non tramonta mai il sole".
METAFORA. Dal greco metaphéro, composto da metà (= "oltre, al di là") e phéro (= "porto"). 
Figura retorica consistente nel trasferire una parola dall'oggetto a cui normalmente la si riferisce ad un altro oggetto, mediante un paragone sottinteso. Così, dicendo: "Tizio è un coniglio", intendiamo dire che è pavido come un coniglio. Dicendo: "L'infanzia è l'alba della vita", intendiamo dire che è l'inizio della vita, come l'alba lo è del giorno. Possiamo quindi dire che la metafora è una similitudine abbreviata, cioè sottratta dell'avverbio di paragone.
Occorre sottolineare che nei testi letterari di grande valore la pretesa di trovare un'espressione letterale corrispondente a quella metaforica è illusoria. Ad es., quando Leopardi scrive nel Passero solitario: "Primavera d'intorno / brilla nell'aria...", ci dà un'immagine insostituibile. Il verbo "brillare", che il poeta usa appunto in senso metaforico, non ha nessun possibile sostituto letterale perché la figura non è limitata al predicato, ma si proietta sul suo soggetto. È dunque la primavera ad essere vista metaforicamente. Perciò questa metafora leopardiana si può parafrasare, si può spiegare e commentare, ma non si può assolutamente convertire in un'espressione propria, cioè non figurata.
Oltre che con la metafora, uno spostamento di significato si attua anche con la metonimia e la sinèddoche.
METONIMIA. Dal greco metonymìa = "scambio di nome". Figura retorica consistente, come la metafora, nella possibilità di sostituire una parola con un'altra; ma la sostituzione metonimica avviene tra parole appartenenti allo stesso campo semantico (a differenza della sostituzione metaforica, che è più libera e tiene conto di somiglianze anche vaghe), e si basa fondamentalmente su un rapporto di contiguità logica fra le parole scambiate.
Si hanno vari casi di sostituzioni metonimiche, tra cui le più frequenti sono:
1. il contenente per il contenuto ("Bevo un bicchiere"; cioè il suo contenuto);
2. la causa per l'effetto ("Ha una bella mano"; cioè una bella scrittura);  
3. l'effetto per la causa ("Una valle di lacrime"; cioè "un luogo di sofferenza"):
4. l'astratto per il concreto ("Le prepotenze della nobiltà"; cioè dei nobili);  
5. il concreto per l'astratto ("È un uomo di buon cuore"; cioè di buoni sentimenti);
6. l'autore per l'opera ("Oggi leggiamo Montale"; cioè una sua poesia);
7. la regione o la città per gli abitanti ("La rivolta di Parigi"; cioè dei parigini);
8. la località di produzione per il prodotto ("Ho bevuto un buon Chianti").
METRICA. Termine che indica lo studio dei fenomeni che riguardano la versificazione, cioè le strutture formali specifiche del verso nella poesia (misura dei versi, figure metriche, cesura, ritmo, rime, strofe, ecc.).
ONOMATOPEA. Dal greco onomatopoiìa = "formazione di parole". Riproduzione linguistica di suoni o rumori esistenti in natura. Ad es. in Pascoli: "un breve gre-gre di ranelle"; verso in cui si rileva anche un'allitterazione in r. Fenomeno diffuso anche nella lingua quotidiana: "tic-tac", "din-don".
OSSIMORO. Dal greco oxýmoron, composto da oxýs (= "acuto") e moròs (= "ottuso, stolto"). Figura retorica consistente nell'accostamento di due termini i cui significati sembrano escludersi a vicenda. Ad es. in Giusti: "Sentia nel canto la dolcezza amara". O in Rebora: "Sinistro rumor di silenzio".
OTTONARIO. Verso di otto sillabe metriche o posizioni, molto usato ad esempio nelle canzoni a ballo quattrocentesche e nella canzonetta del Sei-Settecento.
PARONOMASIA. Figura morfologica consistente nell'avvicinare in un breve spazio sintattico due o più parole fonicamente simili ma dal significato diverso. Ad es. in Dante: "ch'i' fui per ritornar più volte volto"; oppure in Montale: "Trema un ricordo nel ricolmo secchio".
PERSONIFICAZIONE. Figura retorica consistente nel rappresentare un concetto o un oggetto come se fosse un essere animato. Ad es. in Leopardi, che si rivolge così alla luna: "Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna?". La tendenza alla personificazione, spesso inconscia, è rintracciabile anche nel linguaggio comune. Ad es.: "Quest'inverno il sole non ha proprio voglia di farsi vedere".
POSIZIONE. Espressione equivalente a "sillaba metrica", purché si tenga ben presente che essa non coincide col concetto di sillaba grammaticale. Infatti, per effetto delle figure metriche e delle leggi ritmiche (vedi ritmo), una posizione può essere occupata da più sillabe o da nessuna, e una sillaba grammaticale può dar luogo a due posizioni. Nella metrica italiana l'ultima posizione si identifica con l'ultima sillaba tonica: così l'ultima posizione dell'endecasillabo è costituita dalla decima sillaba (necessariamente tonica). Dopo questa posizione, in qualunque specie di verso, si conta una sillaba atona, anche se questa fisicamente non ci fosse (parola tronca) o ve ne fossero più di una (parola sdrucciola o bisdrucciola).  
QUARTINA. Strofa di quattro versi, fra loro variamente rimanti, che costituisce un'unità di uno schema metrico più complesso, ad esempio il sonetto (formato da due quartine e due terzine).
RIMA. È l'identità di fonemi tra due o più parole, a partire dall'ultima vocale tonica (es.: "fiore / amore"). È detta rima interna o rima al mezzo quando cade tra una parola finale di verso e una parola interna a un altro verso. Per secoli è stata un punto di riferimento fondamentale per la stessa organizzazione delle forme strofiche (vedi strofa), mentre oggi ha un'importanza relativa. In base al tipo di parola finale del verso, si distingue in piana, tronca, sdrucciola, bisdrucciola (quest'ultima però è molto rara).
La rima si presenta in varie forme, tra le quali ricordiamo:
1. la rima baciata, quando unisce due versi consecutivi secondo lo schema AA;
2. la rima alternata, quando appunto le rime si alternano, secondo lo schema ABAB;
3. la rima incrociata, quando si presenta con un ordine speculare, secondo lo schema ABBA;
4. la rima incatenata, tipica della terzina dantesca, secondo lo schema ABA.BCB.CDC.;  
5. la rima invertita, quando le rime di una strofa tornano uguali ma in ordine inverso, secondo lo schema ABC.CBA;
6. la rima replicata, quando le rime di una strofa tornano uguali e nello stesso ordine in una strofa successiva, secondo lo schema ABC.ABC.
RITMO. È il movimento creato dall'andamento degli accenti all'interno del verso. Questo andamento può rendere ritmicamente differenti versi metricamente uguali. Ad esempio un endecasillabo può avere gli accenti sulle sillabe 1-4-6-8-10, oppure 2-4-6-8-10, o ancora 3-6-8-10, ecc.
SETTENARIO. Verso di sette sillabe metriche o posizioni, con accento fisso sulla sesta posizione e uno o due accenti mobili sulle prime quattro. Si alterna spesso all'endecasillabo, come nella canzone leopardiana A Silvia.
SIMILITUDINE. Figura retorica fondamentale, da cui tradizionalmente deriva per abbreviazione la metafora. Consiste nell'esprimere un'idea mediante il suo accostamento a un'altra idea che abbia con la prima un rapporto di somiglianza esplicitamente descritto. Ad es. in Pascoli: "quando partisti, come son rimasta! / come l'aratro in mezzo alla maggese".
SINALEFE. Figura metrica consistente nella fusione in una posizione della vocale finale di una parola con la vocale iniziale della parola successiva, all'interno dello stesso verso. Ad es. in Leopardi: "dolce-e chiara-è la notte-e senza vento".
SINEDDOCHE. Figura retorica affine alla metonimia, dalla quale si distingue perché il rapporto fra il termine impiegato e quello sostituito non è di tipo qualitativo (logico) ma quantitativo. Si ha dunque sinèddoche quando si usa:
il tutto per la parte (ad es.: "scarpe di vitello" per "pelle di vitello"); 2. la parte per il tutto (ad es.: "son rimasti senza tetto" per "senza casa").
SINERESI. Figura metrica consistente nella fusione di due vocali grammaticalmente distinte (cioè in iato) in corpo di parola. Ad es. in Leopardi: "ed erra l'armonia per questa valle", dove -ia di "armonia" è grammaticalmente uno iato e andrebbe pertanto distinto, ma rientra nella stessa posizione. La sinèresi è di solito proibita in due casi: 1) alla fine del verso; 2) quando una vocale aspra (a, e, o) è seguita da una qualunque vocale accentata (vedi dieresi).
SINESTESIA. Dal greco synàisthesis = "percezione simultanea". Figura retorica consistente nell'accostamento di due termini relativi a sfere sensoriali diverse. Ad es. in Dante: "I' venni in luogo d'ogni luce muto" (dove luce riguarda la vista, e muto l'udito); oppure in Quasimodo: "... all'urlo nero / della madre" (dove urlo riguarda l'udito, e nero la vista).
SONETTO. Forma poetica antichissima, e forse la più usata nella poesia italiana tradizionale, a partire dalla "scuola siciliana". Si compone di due quartine (con schema di rime ABAB ABAB oppure ABBA ABBA) e due terzine (con vari schemi di rime: CDE CDE, CDE EDC, CDC CDC, CDE DEC, ecc.).
STROFA. Termine che indica un raggruppamento di versi caratterizzato: 1. dal tipo di versi usati 2. dal numero dei versi 3. dalla disposizione delle rime.
In generale si distinguono strofe monometre (cioè formate da versi di uguale lunghezza) e strofe polimetre (cioè formate da versi di lunghezza disuguale).
Quanto al numero dei versi impiegati e alla disposizione delle rime, le strofe più comuni sono:
1. il distico (schema AA)
2. la terzina (schema ABA.BCB.CDC)  
3. la quartina (schema ABAB oppure ABBA)
4. la sestina (schema ABABCC)
5. l'ottava (schema ABABABCC)  
6. la nona rima (ABABABCCB).
I poeti contemporanei tuttavia, in coincidenza con l'impiego del verso libero, usano solitamente strofe senza alcuno schema fisso di versi o di rime.
TERNARIO. Verso di tre sillabe metriche o posizioni (detto anche "trisillabo"), solitamente combinato con altri versi più lunghi. Da solo e in serie è invece usato raramente.
TERZINA. Strofa di tre versi, costituisce uno degli schemi metrici fondamentali della poesia italiana (vedi sonetto).
VERSI LIBERI. Con questa espressione si indica generalmente una successione di versi non riconducibili a misure tradizionali, com'è per gran parte della poesia contemporanea. Tuttavia la stessa espressione è valida anche per un insieme di versi che metricamente sono tradizionali ma non ubbidiscono a schemi strofici o a concatenazioni di rime tradizionali. Per il primo caso possiamo citare, tra i numerosissimi esempi, I fiumi di Ungaretti; per il secondo, La pioggia nel pineto di D'Annunzio.
VERSI SCIOLTI. Si dicono sciolti i versi non legati da rima, anche se metricamente tradizionali. L'esempio più celebre è costituito dai Sepolcri foscoliani.
VERSO. Sequenza (cioè successione ordinata) di parole, e quindi di sillabe, caratterizzate da un ritmo ben definito. Il computo sillabico è però regolato dalle figure metriche, per cui la lunghezza dei singoli versi può presentare oppure no coincidenza tra sillabe grammaticali e posizioni.
In base al tipo di parola finale del verso si distinguono:
1. versi piani (se terminano con parola accentata sulla penultima sillaba);  
2. versi tronchi (se terminano con parola accentata sull'ultima sillaba);
3. versi sdruccioli (se terminano con parola accentata sulla terz'ultima sillaba);
4. versi bisdruccioli (se terminano con parola accentata sulla quart'ultima sillaba).
In base al numero di posizioni presenti si distinguono invece in: bisillabo, ternario, quaternario, quinario, senario, settenario, ottonario, novenario, decasillabo, endecasillabo; e inoltre versi doppi (solitamente quinari, senari, settenari o ottonari accoppiati).
ZEUGMA. Figura grammaticale consistente nel far dipendere da un solo verbo più termini o espressioni che richiederebbero ciascuno un verbo proprio. Ad es. in Dante: "parlare e lagrimar vedrai insieme" (dove vedrai si adatta in realtà soltanto a lagrimar); oppure in Leopardi: "Porgea gli orecchi al suon della tua voce / ed alla man veloce / che percorrea la faticosa tela" (in cui ovviamente la man veloce non può produrre sulla tela un gran frastuono).
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Panorama italiano del Duecento: l’età comunale


Il Basso Medioevo in Italia

Il Duecento è il secolo della fioritura della civiltà comunale italiana, diffusa soprattutto nel nord e nel centro della Penisola. Aspri scontri armati vedono contrapporsi i Comuni che appoggiano il Papato (Guelfi) e quelli legati all'impero (Ghibellini). Nel sud Italia continua invece il dominio dei regni stranieri, capeggiati dalla dinastia sveva (nel primo Duecento) e da quella angioina (dal 1266).

Panorama storico, politico e sociale

il Duecento è il periodo di maggior splendore o potenza del Comuni italiani. Accanto a quelli dell'area padana, emergono quelli "marinari" come Genova, Pisa, Venezia e Amalfi che conquistano posizioni di rilievo strategico nei commerci marittimi nel Mediterraneo. Continua Io scontro fra Papato e impero; tuttavia l'ago della bilancia, almeno nella Penisola, sembra sempre più orientato verso il successo della Chiesa di Roma.
1204 Nel corso della IV Crociata le milizie cristiane conquistano Costantinopoli.
1210 Innocenzo III riconosce oralmente la Prima Regola francescana.
1215 In Inghilterra viene emanata la Magna Charta.
1216 San Domenico di Guzman fonda l'Ordine del Predicatori (Domenicani) per difendere il Cattolicesimo dalle eresie.
1223 Onorio III conferma l'Ordine dei Frati Minori francescani, basato sulla Seconda Regola scritta da Francesco d'Assisi.
1220-1250 Federico II di Svevia, già re di Sicilia e di Germania, è Imperatore dei Sacro Romano Impero.
1224 Federico II fonda l'Università dl Napoli, la prima università di Stato europea.
1252 A Firenze viene coniato il fiorino d'oro, destinato a diffondersi in tutta l'Europa medievale.
1257 A Parigi viene fondata l'Università della Sorbona.
1260 Battaglia di Montaperti tra i Guelfi di Firenze e i Ghibellini di Pisa e Siena che vincendo si assicurano per breve tempo il predominio sull'intera Toscana. A Perugia sorge la confraternita laica del Flagellanti o "Disciplinati'.
1266 Carlo d'Angiò chiamato dal Pontefice, scende in Italia, sconfigge a Benevento re Manfredi e si insedia sul trono di Sicilia.
1268 A Taghacozzo Carlo d'Angiò sconfigge e fa decapitare Corradino di Svevia, l'ultimo esponente della dinastia degli Svevi. Napoli diviene la sede della corona angioina.
1282 Vespri siciliani: la città di Palermo si ribella al dominio degli Angioini. Al termine della rivolta la Sicilia passa sotto il dominio aragonese (1302).
1284 Genova sconfigge definitivamente Pisa nella battaglia navale della Meloria.
1293 A Firenze vengono emanati gli Ordinamenti dl Giustizia di Giano della Bella: i nobili e i non iscritti alle Arti o alle Corporazioni sono esclusi dal governo cittadino.
1297 A Venezia la Serrata del Maggior Consiglio esclude dal governo i non appartenenti al ceto nobiliare.
Malgrado il diffuso frazionamento, l'instabilità politica e le continue guerre, il Duecento è un secolo di notevole espansione economica e demografica: i mercanti italiani del centro-nord conquistano una posizione egemonica in ambito continentale e sono protagonisti assoluti dei traffici commerciali terrestri e marittimi (anche con l'Oriente), della produzione tessile e artigianale e della scena finanziaria europea (le imprese bancarie, le lettere di cambio e le assicurazioni nascono per iniziativa di mercanti-banchieri italiani).
Dal punto dl vista sociale, l'affermazione e l'espansione dei Comuni nel centro-nord favoriscono l'inurbamento e sorgere di un nuovo ceto sociale (il popolo" o ceto borghese urbano) legato all'attività artigianale, commerciale e finanziaria che presto si scontra con i magnati delle famiglie patrizie per il controllo e l'esercizio del potere pubblico. Nel sud della Penisola (escluso dall'espansione economica e dove cresce il fenomeno dell'incastellamento) la popolazione continua Invece a vivere prevalentemente nelle campagne e a essere assoggettata sia al regime feudale sia a quello latifondista.

Panorama culturale

Nel corso del Duecento prosegue in tutta la Penisola, e in particolare nel centro-nord, la diffusione delle università e dei centri di cultura laici che si affiancano a quelli degli ordini religiosi. Accanto all'insegnamento delle tradizionali Arti liberali si sviluppa quello delle Arti meccaniche e così si viene rafforzando il legame tra istituzioni scolastiche e mestieri. Inoltre l'etica borghese propria della nuova classe che si è affermata nei Comuni Italiani e che ha acquistato coscienza della propria identità morale e culturale contribuisce a riscattare il lavoro e il guadagno dal giudizio negativo datone dal clero e dall'aristocrazia feudale. D'altro canto, per tutto Il XIII secolo, attraverso un'assidua attività di predicazione, gli ordini mendicanti (francescani, domenicani e carmelitani) si occupano di esaltare gli ideali di povertà religiosa e di censurare la ricchezza.
Molto complessa è la temperie religiosa del Duecento, a caratterizzare la quale concorrono diversi fermenti e ideali quali il pauperismo, il profetismo, le ansie penitenziari e i fervori mistici. Nasce il movimento dell'Alleluja, aumenta il numero delle confraternite laiche dedite alla penitenza, tra le quali assume particolare Importanza quella dei Disciplinati, guidata dal frate Raniero Fasati, che esorta gli uomini alla mortificazione del corpo, ai digiuni e alla flagellazione per espiare i propri peccati. Profonde ripercussioni vengono esercitate anche dalle profezie dei frate e teologo Gioacchino da Fiore (Cosenza 1130 - San Giovanni in Fiore 1202), che indicano nel 1260 la data di inizio della nuova età dello Spirito Santo, che avrebbe segnato la vittoria della carità e il rinnovamento spirituale della Chiesa sotto la guida di un grande ordine religioso.
Nel Duecento si assiste a un'ampia diffusione della cultura e dei libri, grazie anche alla nascita e allo sviluppo delle botteghe dei copisti che spesso sorgono vicino alle università e affiancano gli scriptoria monastici nell'attività di trascrizione e di produzione di nuovi volumi. Prende avvio una ricca produzione dl compilazioni enciclopediche, raccolte di aneddoti, rimaneggiamenti e traduzioni di opere classiche, latine medievali e francesi. Tra le versioni in volgare di romanzi francesi e delle opere storiche latine si ricordano gli anonimi Tristano ticcardiano, Tavola Rotonda, I Fatti di Cesare e Fiori e vita di filosafi ed altri savi e imperadori.
Quanto alla speculazione filosofica si assiste, soprattutto in ambito universitario, a una rinascita degli studi sulle opere di Aristotele. Nel secondo Duecento, tale ripresa suscita reazioni da parte delle gerarchie ecclesiastiche, contrarie all'interpretazione in chiave naturalistica del corpus aristotelico. La filosofia aristotelica é infatti impostata su basi razionalistiche e immanentistiche, nega l'immortalità dell'anima, ignora l'idea della creazione ed elabora un'etica terrena. La conciliazione tra il pensiero aristotelico e la dottrina cristiana viene attuata dal domenicano Tommaso d'Aquino (1225-1274), il quale promuove un'organica sistemazione del sapere, riconoscendo alla filosofia l'ambito dell'indagine razionale della realtà naturale e alla teologia quello della riflessione sulle verità rivelate. La sintesi filosofico-teologica (Summa theologiae) di Tommaso diviene in breve dottrina ufficiale della Chiesa.
Mentre la produzione filosofica e quella teologica si esprime per tutto il Duecento attraverso la lingua latina, quella letteraria in prosa e in poesia determina l'affermazione del volgare sul latino. La letteratura italiana nel corso del XIII secolo si diversifica; pur continuando a essere prevalente l'impronta religiosa ed edificante, si possono distinguere almeno quattro diversi filoni: quello della poesia religiosa, quello didattico-allegorico, quello della lirica d'arte e quello della prosa.
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16 giugno 2010

La Patristica e la Scolastica

Il pensiero filosofico del Medioevo si formò essenzialmente sui principi della dottrina cristiana, avviandosi e articolandosi in due fondamentali direzioni: come riflessione critica e quindi come programma teorico e come riflessione morale, cioè come programma di autentico rinnovamento etico da operare nella società e all'interno dell'uomo. Due furono comunque le principali correnti filosofiche: la Patristica e la Scolastica.

La Patristica si sviluppò come pensiero dei « Padri della Chiesa», che rivolsero la loro meditazione non solo alla filosofia antica dei pensatori greci, ma alla definizione dei grandi dogmi della Chiesa da fissare e stabilire per sempre. Vi furono molte e varie scuole, nell'ambito della Patristica, e specialmente vanno distinte le linee seguite dai Padri della Chiesa occidentale, che si richiamarono a Platone, tanto da poter parlare di un neoplatonismo, da quelle seguite dai Padri della Chiesa orientale, per esempio della scuola di Alessandria, che si sforzò di opporre la «gnosi cristiana» a quella eretica, ponendosi al servizio della fede. Ma spicca nel pensiero patristico, il pensiero di Agostino, che valse a suggellare e a concludere tutto il travaglio della filosofia cristiana, sin dalle origini.

La Scolastica, dal canto suo, pur rimanendo fedele alle linee maestre tracciate dalla Patristica, spostò l'asse dell'interesse sull'uomo, interpretandone la natura in tutte le dimensioni e possibilità. La Chiesa venne comunque considerata la guida del percorso umano, che esplicava la sua dottrina non più attraverso i Padri, bensì attraversò i Dottori. Prevalse un atteggiamento mistico e volontaristico, che fu particolarmente evidente nel Francescanesimo, ma nel periodo aureo della Scolastica, centrale nella filosofia, divenne il pensiero di Aristotele, al quale venne costantemente collegato quello di San Tommaso, contenuto nella Summa theologica. Misticismo e razionalismo dunque, convissero nella filosofia medioevale rappresentandone i due aspetti principali: per il misticismo, ragione e fede erano entrambe illuminate da Dio, per il razionalismo la ragione aveva una sua autonomia e doveva perciò risolvere da sola i problemi metafisici. Vari canali diramarono dalla Scolastica, numerose scuole si formarono specie all'interno dei monasteri, ove si insegnavano le arti liberali, si traducevano le opere di Aristotele e i maestri, essendo spesso provenienti dalla Spagna ed essendo venuti a contatto con gli arabi, avviavano gli studenti alle discipline scientifiche. Il punto di partenza e di arrivo, in ogni caso, della filosofia medioevale, rimaneva Dio, termine assoluto e irraggiungibile, sul quale si era concentrato il pensiero dei tre maggiori protagonisti del pensiero di quell'età, Agostino, Tommaso e Bonaventura da Bagnoregio.

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Medioevo in Italia: retroscena storico

Al centro della complessa mappa del Medioevo c'è un intreccio di fenomeni storici, artistici e di pensiero, che da soli possono spiegare quella geografia letteraria e linguistica che invaderanno questa epoca. Tali fenomeni furono innanzi tutto di natura sociale e politica e, in quanto accompagnarono il sorgere delle letterature europee, non solo segnarono le linee di fondo della cultura d'Europa, ma determinarono la formazione di quella che potremmo definire la «prima civiltà borghese», cioè la civiltà che emerse nei paesi europei, subito dopo l'anno Mille.
Si assisterà infatti ad un graduale processo di trasformazione economico-politico-sociale, nel passaggio dall'età cavalleresco-feudale a quella comunale, che avrà la sua massima fioritura nel secolo XIII e raggiungerà il suo splendore nel secolo XIV. Il ritmo di questo passaggio sarà stabilito dal sopravvento delle forze borghesi dopo il Mille, nei secoli XII e XIII, che condurranno al prevalere degli ordinamenti cittadini nell'organizzazione giuridica del Comune. Prima di siffatti eventi però, l'Europa vive un lungo e non infecondo periodo di convalescenza, dopo la caduta dell'Impero romano, che si fa coincidere ormai, per tradizione, con la deposizione di Romolo Augustolo, da parte di Odoacre, avvenuta nell'anno 476 d.C., periodo funestato da guerre barbariche (specialmente quella dei Visigoti), ma anche denso di conquiste e di emancipazioni sul piano civile e giuridico, basti pensare ai vari editti che furono emanati, come quello di Teodorico del 506, alla pubblicazione del Codice giustinianeo, la più completa raccolta scritta di leggi che mai fosse stata realizzata, dai tempi dei Romani, alla Prammatica sanzione con cui Giustiniano ridusse l'Italia a provincia nel 554.

Il Sacro Romano Impero

La formazione, inoltre, del Sacro Romano Impero, con Carlo Magno rappresentò senz'altro il primo serio tentativo di creare una nuova civiltà europea, o almeno un nucleo stabile e compatto di stati europei, con comuni radici latine, riuniti sotto la corona di un unico imperatore e avviati verso una prospettiva decisamente diversa da quella provincialistica, benché sotto il giogo di un potere assolutistico e accentratore, una prospettiva unitaria e nazionalistica. Non a caso un poeta di corte salutò Carlo Magno come Pater Europae, perché la dignità imperiale attribuitagli dal papa, con l'incoronazione dell'800, non solo gli riconosceva autorità e potenza sui paesi affacciati sul bacino del Mediterraneo, accanto alla Francia, ma lo confermava come l'unico sovrano in grado di difendere il mondo cristiano dalla minaccia islamica proveniente dal sud e dagli attacchi barbarici che incalzavano da est.

L'Europa e la Cristianità

Quella «cittadella assediata e invasa» che appariva l'Europa, come opportunamente volle rappresentarla lo storico Bloch, trovò nell'impero di Carlo Magno il suo caposaldo, in quanto costituiva il migliore strumento di difesa della Cristianità; Europa e Cristianità furono un tutt'uno sotto lo scettro di Carlo e il suo impero in tal senso fu « sacro», mentre fu « romano » perché considerato direttamente di Costantino. Tale configurazione europea unitaria non impedì lo sviluppo di gruppi etnici e linguistici locali e regionali, anzi presero forma le singole nazionalità, sulla base di interessi contrastanti che di feudo in feudo, di stato in stato si andarono manifestando, pur all'interno di una certa concordia che nasceva da identici valori etici e culturali.

Dopo il Mille

Dopo il Mille, con il frammentarsi dell'Impero carolingio, l'Europa mosse all'attacco e alla conquista delle sue autonomie nazionali, espandendosi verso l'Oriente, in seguito a quell'avvenimento complesso e contraddittorio che rappresentarono le Crociate. In sostanza, nel secondo millennio dopo Cristo, il mondo occidentale passò dalla difensiva all'offensiva, perché la vita all'interno delle regioni europee venne caratterizzata da un nuovo spirito di iniziativa, da un fervore di ripresa, da una fiducia verso il futuro, elementi tutti che sottrassero l'Europa al suo passato torpore e a quella rassegnazione ad accettare i mali che l'aveva dominata dopo il crollo dell'Impero romano e la spinsero ad un risveglio economico e ad uno slancio produttivo senza precedenti. Infatti, sin dal secolo X si registra un forte aumento demografico, al quale corrispose un notevole incremento della produzione agricola che certamente contribuì a modificare il sistema feudale, creando nuovi rapporti all'interno della società e nuove forze.

L'economia

Scongiurato il pericolo delle invasioni barbariche, l'economia divenne « aperta», non più curtense, cioè limitata alle risorse prodotte all'ombra della curtis feudale, ma di «mercato», con vaste possibilità di sviluppo e di espansione, fino alla realizzazione delle « fiere» di paese e di città che avrebbero poi contraddistinto l'età comunale. Ne conseguì una rinascita delle città, che già nel secolo XI assunsero un ruolo determinante nell'equilibrio del sistema socio-economico dell'Occidente. Esse non solo divennero il centro del potere finanziario ed economico, ma proprio per questo, furono il centro del potere politico e aspirarono, singolarmente, all'autonomia. I grandi interessi urbani vennero quindi controllati dai diversi gruppi sociali, spesso identificabili con le famiglie più in vista e più benestanti, che tendevano naturalmente a creare nuove istituzioni legislative, affrettando la crisi delle istituzioni preesistenti, traendone un vantaggio personale e cercando di inserirsi nella contesa tra il Papato e l'Impero, le due massime potenze. Tale contesa, esplosa nel 1074, in seguito all'emanazione da parte del pontefice Gregorio VII del Dictatus Papae, con cui venne proclamato il potere assoluto papale e la supremazia del successore di Pietro su tutti i sovrani, divenne vero conflitto con la Dieta di Worms (1076), allorché l'Imperatore Enrico IV osò deporre il Pontefice e quest'ultimo rispose con il Concilio lateranense, lanciandogli la scomunica.

La lotta per le investiture

Iniziò così la famosa lotta per le investiture, che caratterizzò l'intero Medioevo, con alti e bassi, rappresentando non tanto una questione religiosa, relativa all'investitura degli ecclesiastici, quanto una questione politica, riguardante i poteri diretti del Papa e dell'Imperatore. Con il concordato di Worms (1122) si pose temporaneamente fino al disaccordo tra Papato e Impero, distinguendo l'investitura canonica (spiritualia) da quella temporale (temporalia), ma nella Chiesa rimasero profonde ferite, che tardarono a rimarginarsi, sia per gli scismi che si erano venuti a creare nello stesso cattolicesimo, anche a seguito dei vari movimenti ereticali costituitisi ai margini di esso (come quello degli Albigesi, contro i quali fu indetta una crociata punitrice nel 1208), sia perché il concetto di teocrazia continuò a dominare sul soglio di Pietro, sostenuto e avvallato da alcuni energici Pontefici come Innocenzo III; va aggiunto inoltre che alla corruzione dilagante nell'ambito ecclesiastico, a cominciare dal nepotismo papale, fu difficile porre rimedio, nonostante l'ausilio dei due maggiori ordini ecclesiastici dei domenicani e dei francescani, al primo dei quali il Papato affidò persino l'istituto dell'Inquisizione, destinato a verificare e ad arrestare l'avanzata delle eresie.

Guelfi e Ghibellini

Le lotte tra l'Impero e il Pontefice, tuttavia, non cessarono, anzi continuarono degenerando nel fazionismo guelfo-ghibellino, che, originatosi in Germania, ebbe proprio in Italia il suo terreno più fertile. Nel pieno sviluppo dei Comuni, quando l'Italia era ancora legata all'Imperatore germanico, come propaggine di quel Sacro Impero che aveva conosciuto tempi felici solo nell'età carolingia, i conflitti sanguinosi tra i Guelfi (divisi come è noto in Bianchi e Neri) e i Ghibellini, contrassegnarono la storia e il nascere di quella nuova civiltà culturale, artistica e letteraria italiana che connotò il nostro Medioevo, fino al passaggio dai Comuni alle Signorie.

Il regno di Federico II

Pure, in questa compagine di lotte intestine, si colloca lo splendido esperimento di Federico Il di Svevia che, organizzando e fondando il suo regno nell'Italia meridionale, in Sicilia, in Puglia, in Campania e nella terra confinante con la marca pontificia (l'attuale Lucania), formò quello che il Burkardt definì «lo stato opera d'arte», cioè il primo esempio di stato saldamente unitario, nel nostro territorio, basato su di una struttura non soltanto invidiabile dal punto di vista politico ed economico, ma apprezzabile anche da quello culturale, basti pensare che proprio nella Magna curia siciliana di Federico fiorì la prima scuola poetica italiana. Ma dopo la parentesi sveva, l'Italia meridionale conobbe altre drammatiche vicende: il dominio angioino e quello aragonese, intervallati dalla sanguinosa guerra dei Vespri (1282) e da una serie di eventi bellici che si conclusero con la pace di Caltabellotta (1302) e la conquista della Sicilia da parte degli Aragonesi.

Il Trecento

L'inizio del Trecento quindi, vide il trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone, operato dal Pontefice Clemente V, nel 1309, e destinato a durare oltre il secolo. Nel frattempo mutava profondamente il volto dell'Italia e dell'Europa, per l'ascesa dei principati e per il configurarsi sempre più nettò delle grandi monarchie nazionali. Il Trecento fu per molti aspetti un secolo di crisi, anche se segnò il culmine della rivoluzione economica e del prestigio delle forze borghesi; si manifestò un forte regresso demografico, si abbatté paurosamente la peste su Francia, Inghilterra e Italia, decimandone le popolazione, si verificò un crescente spopolamento delle campagne, si intensificarono i conflitti tra gli stati europei, con la conseguente riduzione dei traffici mercantili e delle attività finanziarie, mentre l'avanzata dei Turchi riduceva sempre di più l'area economica orientale della Cristianità. In Italia avvertirono il contraccolpo della generale crisi economica le diverse classi sociali, specialmente quella dei banchieri, mentre si venivano organizzando i ceti poveri, sotto la spinta delle frequenti rivolte contadine, ma anche cittadine. I Ciompi, per esempio, umili cardatori della lana, animarono un violento tumulto nel 1378, che tuttavia fu ferocemente represso e riconfermò il predominio della classe mercantile, vera oligarchia finanziaria. A Roma fallì miseramente il tentativo insurrezionale di Cola di Rienzo di formare una Repubblica romana (1349); lo Scisma della Chiesa si acuì a tal punto che alla fine del secolo si trovarono due Papi contrapposti, Clemente V sul trono di Avignone e Urbano IV su quello di Roma, fino al Concilio di Pisa (1409) che li depose entrambi, eleggendo un terzo Pontefice, Alessandro VI.

Le repubbliche marinare

Infine deve essere ricordata la politica coloniale che alcune città italiane costiere, come Genova, Venezia, Amalfi e Pisa, iniziarono a realizzare, grazie alla loro incredibile abilità di navigazione, che in breve tempo le trasformò in formidabili potenze marinare, facendo loro ottenere l'autonomia come repubbliche.
A tutto questo complesso quadro storico, denso di eventi e di processi di sviluppo, per l'intera Europa e per l'Italia in particolare corrispose una fervida attività intellettuale e artistica, che determinò le linee della filosofia e dell'arte medioevale.

L'arte religiosa

Anche l'arte si incentrò sulla concezione religiosa, nel Medioevo, per lo meno quando si giunse dopo l'anno Mille e furono superate le stagioni sia dell'arte bizantina, islamica, carolingia e ottoniana (Alto Medioevo, secoli VI-X), sia dell'arte tardo-gotica (secolo XIV). La Chiesa, sotto l'impulso della filosofia Scolastica, considerò l'arte intermediaria tra l'uomo e Dio, auspicando perciò una costruzione dei templi e delle basiliche, basata sulla simbologia del pensiero teologico. Lo stile gotico infatti si attenuò e divenne più equilibrato nelle chiese cistercensi; del resto l'architettura italiana del Duecento nell'assimilare i motivi gotici, li traspose in una dimensione spaziale solenne, che si richiamava all'antico. Nella scultura, si avvertì meglio la suggestione della classicità; vennero superate le forme romaniche, ma rimasero l'imponenza e la dignità dei modelli classici, come ancora oggi si può notare nel repertorio archeologico, riunito intorno al Duomo di Pisa. Un'evoluzione delle tecniche si notò però verso la metà del Duecento, grazie ad Arnolfo di Cambio e alla sua scuola, che fondendo la memoria del gotico con la vitalità moderna, e guardando anche ai modelli etruschi, riuscì ad evocare la cultura del passato realizzando monumenti funerari che sembrarono anticipare temi umanistici, per la loro straordinaria armonia delle linee. Per quanto riguarda la pittura, anche qui i temi erano religiosi e questo è il periodo dei grandi affreschi che coprono i muri interni delle chiese.

Bibliografia
  • Storia della letteratura italiana, Anna Maria Vanalesti, Società Editrice Dante Alighieri, 1993.
  • Storia economica e sociale del Medioevo, L. Mumford, Garzanti, Milano, 1967.
  • Storia della letteratura italiana, F. De Sanctis, Einaudi, Torino, 1961.
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Breve storia della letteratura italiana


La letteratura italiana nasce solo nel XIII sec., in ritardo rispetto ad altre letterature europee, ma con caratteristiche di compiutezza. Il ritardo è dovuto alla forza di conservazione del latino come lingua dotta che ostacola, in Italia, l'affermarsi del volgare come lingua di cultura.

Le origini e il Medioevo

Le prime espressioni compiute della letteratura italiana risalgono all'inizio del sec. XIII, in un contesto culturale caratterizzato dall'imponente produzione in latino (per l'attività delle università), dall'influenza delle letterature francesi e dalla vitalità linguistica della società comunale. Il Cantico delle creature di Francesco d'Assisi fece tesoro della tradizione biblica mentre le opere dei poeti della Scuola siciliana, tra cui primeggia lacopo da Lentini, si ispirarono direttamente alla lirica provenzale. Dopo la morte di Federico Il 250), promotore delle arti e delle lettere nell'Italia meridionale, la produzione letteraria di maggior rilevanza nacque nell'ambito dei comuni dell'Italia centro-settentrionale. soprattutto in Toscana, ove vissero Guittone d'Arezzo e Brunetto Latini; furono centri importanti anche Milano con Bonvesin da la Riva, il Veneto con Giacomino da Verona e lo Studio padovana, e Bologna, per 'Università, la scuola di retorica di G. Fava e la figura di G. Guinizelli. l'iniziatore di un "nuovo stile". Lo stilnovo fiorì a Firenze a opera di giovani poeti. tra cui Guido
Cavalcanti e Dante Alighieri, i quali imposero il sistema simbolico stilnovista quale modello fondamentale della lirica italiana. Il percorso culturale di Dante si ampliò mirabilmente: dagli esordi stilnovisti della Vita nuova e delle Rime, attraverso il Convivio, il De Vulgari Eloquentia e la Monarchia, egli giunse alla pienezza creativa della Commedia, opera che costituisce una "summa" culturale del Medioevo e il cui alto valore poetico trasformò di fatto il volgare fiorentino nella lingua letteraria italiana. Dopo Dante due altri grandi scrittori resero illustre il sec. XIV: F. Petrarca e G. Boccaccio. Il primo, che aspirava a ottenere la gloria con le opere in latino (specialmente con il poema Africa), conseguì gli esiti poetici più alti nel Canzoniere, in cui rappresentò con raffinata armonia la propria dimensione psicologica rielaborando i simboli dello stilnovo. Il secondo, traendo spunto dalla tradizione novellistica toscana, rappresentata dal Novellino, la esaltò con la propria efficacia narrativa: nacque il Decameron, primo capolavoro della prosa italiana, al cui centro sta la vita intensa e polimorfa del mondo mercantile.

L 'umanesimo e il Rinascimento

Petrarca e Boccaccio espressero anche un nuovo interesse per la classicità, interpretata nei secoli precedenti alla luce della cultura cristiana medievale. Alla fine del sec. XIV e per tutto il successivo, gli ideali classici della virtù terrena della bellezza e del piacere, dell'uomo artefice della propria fortuna e signore della natura assunsero una straordinaria importanza per opera di intellettuali come C. Salutati, P. Bracciolini, L. Valla, L. B. Alberti, P. della Mirandola, M. Ficino e A. Poliziano. Essi diedero impulso al lavoro filologico di scoperta dei testi latini, e greci, e al loro emendamento. La diffusione di opere fino ad allora sconosciute portò a un cambiamento di gusto anche in campo linguistico, tanto che nella prima metà del sec. XV si ebbe una prevalenza del latino come lingua letteraria. Nella seconda metà del secolo tornò in auge il volgare, che venne utilizzato nelle opere più significative: le Stanze per la giostra di A. Poliziano, il Morgante di L. Pulci, l'Orlando innamorato, di M. M. Boiardo, l'Arcadia e le Rime di I. Sannazaro. La morte di Lorenzo de' Medici (1492) e l'inizio delle invasioni straniere mutarono bruscamente il quadro politico, ma non interruppero la fioritura artistica italiana, che anzi all'inizio del sec. XVI giunse a uno dei momenti più significativi di tutta la sua storia. Tre furono le figure salienti di questi decenni: Machiavelli, che nel Principe espone la teoria dello Stato moderno e delinea il profilo dell'uomo "prudente e virtuoso" (esemplificato anche, in chiave diversa, nella Mandragola); Ariosto, creatore, nell'Orlando Furioso, di uno straordinario mondo di avventure e di fantasia, in cui è messa in risalto con lucidità e ironia la condizione di follia dell'uomo imprigionato nei propri desideri; P. Bembo, che nelle Prose della
volgar lingua sancì la nascita ufficiale della lingua italiana, assumendo come tale quella di Petrarca e di Boccaccio. Oltre a questi autori ebbero rilevanza anche B. Castiglione, noto per Il cortigiano, F. Guicciardini, autore della lucida Storia d'Italia, il commediografo P. Aretino e F. Berni, poeta satirico. A. Beolco scrive commedie in pavano sulla figura del contadino Ruzante, mentre T. Folengo compone in latino maccheronico il fantasioso poema Baldus. Il '500 inoltre si caratterizzò per una crescente tendenza alla definizione normativa dei generi letterari, accogliendo modelli proposti dalla Poetica di Aristotele, soprattutto per il teatro, e rifacendosi a Petrarca nella lirica, In questo quadro emersero anche le poetesse V. Colonna e G. Stampa.

L'età della Contro riforma e il Seicento

Nella seconda metà del '500 il clima culturale italiano cambiò a causa dello scontro che oppose la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti, col conseguente controllo ideologico esercitato dall'apparato ecclesiastico sull'attività culturale. Si diffuse un clima di incertezza e di sospetto: ne venne coinvolto anche Torquato Tasso, autore della Gerusalemme liberata, poeta dell'inquietudine, delle atmosfere cariche di mistero. Altri furono colpiti direttamente dall'inquisizione: Galilei venne costretto all'abiura (1632) delle dottrine scientifiche esposte nel Saggiatore e nel Dialogo dei massimi sistemi; T. Campanella, autore della Città del sole, fu imprigionato per trent' anni; il filosofo G. Bruno venne arso vivo (1600). In aperto contrasto con la Chiesa di Roma è anche P. Sarpi, autore dell'Istoria del concilio tridentino. Il carattere prevalente nella letteratura del '600 è però un gusto per l'eccessivo, il teatrale e la ricerca di strumenti capaci di rappresentarlo: la letteratura del barocco si realizza in maniera esemplare nel poema Adone (1623), di dimensioni gigantesche e dalla trama quanto mai esile, opera di G. B. Marino, il cui credo poetico è riassunto nell'affermazione che "è del poeta il fin la meraviglia". Attorno a Marino si raccolse un folto gruppo di imitatori, tra cui C. Achillini, Ciro di Pers, G. Artale; più defilato è A. Tassoni, autore di un riuscito poema eroicomico, La secchia rapita, mentre in dialetto napoletano scrissero G. C. Cortese e di G. B. Basile. Una poetica decisamente antibarocca fu invece espressa da G. Chiabrera e da F. Testi: rifacendosi agli esempi dei classici, specialmente di Orazio, proposero una poesia capace di esprimere aspetti psicologici raffinati tramite un lessico controllato.

Il Settecento

A costoro e alla elaborazione linguistica della prosa scientifica fece riferimento l'esigenza di razionalità che si affermò alla fine del '600; a essa attinse l'Arcadia, fondata nel 1690 da V. Gravina, caratterizzata da uno stile lezioso, ma anche da una certa capacità di indagine psicologica. La figura più rappresentativa fu P. Metastasio, la cui opera teatrale pose il fondamento perla produzione melodrammatica del primo '700. Nella ricerca storica e filosofica invece svolsero una funzione importante A. Muratori e G. B. Vico. Il primo fu il fondatore della moderna storiografia su basi documentarie; il secondo espose nella Scienza nuova (1744) una filosofia della storia destinata ad aver grande peso nella cultura italiana del sec. XIX. Verso la metà del '700 anche in Italia si diffusero le nuove idee illuministiche, a Napoli per opera di A. Genovesi e M. Pagano, a Milano soprattutto attraverso la rivista "Il Caffè", curata dai fratelli Verri, sulle cui pagine C. Beccaria pubblicò il saggio Dei delitti e delle pene. La cultura illuminista trovò un valido esponente in G. Panni, autore del poemetto Il Giorno, satira della nobiltà ottusamente attaccata ai suoi secolari privilegi. Anche il teatro venne investito da un rinnovamento: Goldoni a Venezia riformò la commedia in senso borghese; Alfieri rinvigorì la tragedia portando sulla scena la passione, l'odio per ogni forma di tirannide, il senso della solitudine dell'individuo.

L'Ottocento

La rivoluzione francese (1789) e il dominio napoleonico cambiarono la storia d'Europa: i valori di libertà, di nazione e di popolo influenzarono le tematiche della letteratura e gli scrittori, sempre più attenti a cercare un rapporto con il pubblico. Due diverse correnti artistiche si susseguirono negli anni tra i due secoli: il neoclassicismo e il romanticismo. Il primo si fondò sul concetto che, in opposizione al disordine del mondo, l'arte è armonia, imitazione di un ideale di bellezza già compiutosi storicamente nell'arte greca. Il neoclassicismo ebbe in Italia due interpretazioni: V. Monti indicò come compito del poeta ornare il presente con i miti, le immagini, il linguaggio del passato, mentre U. Foscolo, nei cui versi si avvertono motivi della nuova sensibilità romantica, elevò la bellezza a valore perenne, ideale "illusione" capace di riscattare la bruttura del presente, nel quale il poeta si sentiva dolorosamente in esilio. Il romanticismo mosse dal presupposto dell'identità tra vita e arte; il poeta, come teorizzò G. Berchet nella Lettera semiseria, esprime i sentimenti in una forma che ne esalti l'intensità ma in una lingua riconoscibile come propria anche dal lettore. Questa concezione venne realizzata da C. Porta e A. Manzoni: il primo, usando il dialetto, rappresentò l'intensa vita di Milano, mentre il romanziere utilizzò nei Promessi sposi una lingua media comune con cui anticipò le esigenze del nascente Stato italiano. Altri scrittori romantici sono L. Di Breme, T. Grossi, N. Tommaseo, I. Nievo e G. G. Belli, che al popolo romano innalza un vero monumento letterario; a parte, solitario nella sua grandezza, G. Leopardi espresse mirabilmente un intenso sentire poetico, in sorprendente consonanza con le più alte forme del pensiero europeo, grazie a un linguaggio di sorprendente limpidezza e nuova perfezione stilistica. La conclusione del Risorgimento (1861), alle cui lotte molti letterati avevano partecipato, lasciò un senso di delusione, che si concretizzò sia nel disimpegno della "scapigliatura" che nel classicismo critico di G. Carducci, poeta-simbolo del secondo '800, periodo in cui si sviluppò anche la poetica verista, preannunciata dal critico e storico letterario F. De Sanctis ed espressa da autori come L. Capuana e soprattutto G. Verga, narratore, nei Malavoglia (1881), e in Mastro don Gesualdo, del dramma dei "vinti", schiacciati da un progresso dai contorni dolorosi e contraddittori.

Il decadentismo e il Novecento

Intanto in Europa si formò una nuova sensibilità poetica sulle orme di Baudelaire e di Rimbaud, che trovò in Italia interpreti significativi in due poeti che per vie diverse diedero inizio alla poesia del '900: G. Pascoli, che trasformò in pregnante simbolismo le angosce profonde del proprio animo, e G. D'Annunzio, esteta portato all'esibizione, ma anche creatore e interprete del gusto di un vasto pubblico. Nello stesso arco di tempo acquistarono grande importanza la filosofia di B. Croce e la sua concezione estetica della letteratura come valore autonomo, destinata ad avere una grande influenza. All' inizio del nuovo secolo si affermarono anche interessanti movimenti letterari: tale è la poesia crepuscolare, il cui esponente più significativo fu G. Gozzano, e tale è il futurismo, espressione più vistosa di una diffusa esigenza di ripensare la funzione e gli strumenti dell'arte in una società industriale. Questa problematica ricevette una terribile conferma dallo scoppio della prima guerra mondiale: lo comprese subito R. Serra (Esame di coscienza di un letterato, 1915) e ne trassero le conseguenze più coerenti G. Ungaretti, che in Allegria di naufragi (1919) creò un nuovo spazio poetico retto da sottili fili analogici lontani dalla struttura logico-sintattica tradizionale, L. Pirandello, che nei Sei personaggi in cerca d'autore (1921) nega la stessa funzione comunicativa della parola, e Svevo, che nel romanzo La coscienza di Zeno (1923) spezza la continuità del tempo narrativo dando voce sulla pagina alle esigenze dell'inconscio. Notevoli anche gli apporti di narratori come F. Tozzi, G. Borgese e R. Bacchelli e di poeti come D. Campana, C. Rebora, C. Sbarbaro, V. Cardarelli e soprattutto U. Saba, la cui poesia, fatta di parole comuni, seppe scandagliare in profondità l'inquietudine dell'uomo del '900. Lo scontro politico che infiammò gli anni del dopoguerra, cui parteciparono come protagonisti P. Gobetti e A. Gramsci, si concluse con I' instaurarsi del regime fascista. La mancanza di libertà e il prevalere di un nazionalismo autarchico resero difficili i contatti con l'Europa e l'America proprio in annidi intenso rinnovamento culturale. Ma non mancarono interessanti elaborazioni di gruppi o di scrittori singoli: E. Montale pubblicò due raccolte, Ossi di seppia (1925) e Le occasioni (1939), che segnarono la poesia italiana e favorirono la nascita della poetica dell'ermetismo, fondata sulla ricerca della parola pura, cui aderiscono S. Quasimodo, M. Luzi, L. Sinisgalli. Nell'ambito della prosa i nomi più importanti furono quelli di A. Moravia (Gli indifferenti, 1929) e di C. E. Gadda (La cognizione del dolore, 1941). La tragedia della guerra e la riconquista della libertà ebbero un ampio riscontro nella produzione letteraria: hanno rappresentato 1' epoca del neorealismo E. Vittorini, C. Pavese, C. Levi, V. Pratolini, Elsa Morante. Nella poesia continuò a essere attiva l'influenza di Montale, mentre autori come G. Caproni, S. Penna, V. Sereni, A. Bertolucci, F. Fortini hanno cercato un linguaggio più disteso e adeguato a rappresentare nuove complessità individuali e sociali. Scrittori attenti alle trasformazioni della società e della cultura sono stati il narratore Italo Calvino, lucido sperimentatore di linguaggi e temi, e P. P. Pasolini, poeta dalla vena intensa e problematica. Nel trentennio 1960- 1990 si è assistito a una frantumazione dei modelli letterari: accanto a sperimentalismi estremi, come quello della neoavanguardia, si sono affermati autori volti a un recupero di forme espressive tradizionali, come D. Buzzati, L. Sciascia, Lalla Romano, C. Cassola e G. Bassani e scrittori che hanno ripercorso la via dialettale. La concorrenza con altre forme di comunicazione ha condizionato ampiamente le scelte del pubblico e degli autori; accanto a molti libri di breve respiro si sono imposti al grande pubblico taluni testi di grande successo e con una struttura complessa, come Il nome della rosa (1980) di Umberto Eco. Destano grande interesse le opere di poeti come M. Luzi, O. Raboni, A. Zanzotto, G. Giudici, e di prosatori come G. Manganelli e A. Tabucchi.
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15 giugno 2010

L’Italia nell’Alto Medioevo


La letteratura italiana ha le sue radici nella cultura latina, dalla quale si distacca nel Medioevo in seguito a numerosi sconvolgimenti politici e sociali che modificano profondamente la nostra penisola. In questo periodo la lingua latina perde il carattere di universalità all'interno dell'Impero, a favore della formazione di nuove lingue locali e, conseguentemente, di nuove letterature che esprimono le diverse realtà politiche e culturali.

Il quadro storico
476 il 4 settembre: Odoacre depone Romolo Augustolo; caduta dell'Impero Romano d' Occidente.
529 San Benedetto fonda l'Ordine benedettino e l'abbazia di Montecassino.
568 Discesa dei Longobardi in Italia.
732 Vittoria del re franco Carlo Martello, a Poitiers, contro gli Arabi.
768-814 Regno di Carlo Magno, che diviene l'unico sovrano dei Franchi; conquista in Italia del Regno longobardo; a Natale dell'800 papa Leone III incorona Carlo imperatore del Sacro Romano Impero.
814-843 Lotte tra i successori di Carlo Magno; l'Impero è diviso in Regno dei Franchi Occidentali (Carlo il Calvo), Regno dei Franchi Orientali o Teutonici (Ludovico il Germanico), Regno Centrale e Regno d'Italia (Lotario).
842 Giuramento di Strasburgo (alleanza tra Ludovico e Carlo contro Lotario) nelle lingue parlate dall'esercito franco e da quello tedesco.
877 Capitolare di Quierzy: atto che stabilisce il diritto ai signori di trasmettere i feudi maggiori ai figli, per eredità diretta.
888-962 Fine del Sacro Romano Impero; anarchia feudale nel Regno d'Italia; lotte tra i grandi feudatari d'Italia e dei paesi limitrofi per !a corona imperiale.
1037 Constitutio de feudis: estensione dell'ereditarietà anche ai feudi minori.
1044 Origine del Comune di Milano.
1059 Papa Nicolò II rivendica l'indipendenza del Papato dall'Impero.
1076-77 Reciproca scomunica e deposizione di Enrico IV e Gregorio VII; l'imperatore si umilia e ottiene l'assoluzione a Canossa.
1095 Pietro l'Eremita predica la prima crociata.
1125-52 Crisi dell'Impero che favorisce l'affermarsi dei Comuni.

Società e letteratura
Il Medioevo (o 'età di mezzo' fra l'età classica e quella moderna) è il periodo storico compreso tra la caduta dell'Impero Romano (476) e la scoperta dell'America (1492). Questo periodo assai lungo viene suddiviso in alto Medioevo (secc. V-XI), caratterizzato dalle invasioni barbariche e dal feudalesimo, e basso Medioevo (dal sec. XII al Rinascimento), contraddistinto dall'istituzione dei Comuni e dall'affermarsi della borghesia comunale.

Concetto di Medioevo
Nel corso dei secoli successivi numerosi saranno i giudizi e le interpretazioni sul concetto di Medioevo: gli umanisti lo definiranno in modo negativo, sottolineando la decadenza della civiltà classica e la rozzezza nelle lettere e nelle arti. La Riforma protestante (sec. XVI), impegnata nella lotta al Papato e alla Chiesa, considererà barbari questi secoli, perché dominati dal potere religioso e papale. Gli illuministi ribadiranno il giudizio di un'età barbarica, intollerante e oscura, che ha perduto i grandi insegnamenti e i valori della classicità, esaltati invece dal Rinascimento, epoca d'inizio della civiltà moderna; definiranno quindi il Medioevo 'età del sonno della ragione', in antitesi alla loro che è l"età dei lumi'. Nel corso dell'Ottocento i romantici individueranno in questa età l'origine delle nuove nazioni, interpretandola come un'epoca ricca di spirito religioso, eroismo cavalleresco e passione barbarica, contrapposta all'età rinascimentale, considerata fredda per l'esasperata ricerca di equilibrio e bellezza. Infine gli storiografi contemporanei distingueranno nel Medioevo momenti politici e culturali diversi: i regni romano-barbarici (fino al sec. VIII); il periodo del feudalesimo e della Rinascita carolingia (secc. IX-XII); il periodo comunale, delle crociate e dei commerci (secc. XII-XIV), evidenziando i caratteri propri di ogni epoca senza esprimere giudizi positivi o negativi.

Caduta dell'Impero Romano
Storicamente con l'anno 476 si indica la fine dell'Impero Romano e il passaggio dall'unità latina del mondo antico alle varie identità nazionali. Dal punto di vista linguistico da questa data prende avvio il distacco autonomo dal comune ceppo latino dei diversi linguaggi parlati dal popolo, attraverso un lungo processo che genera i volgari e che si concluderà attorno al sec. IX.

Invasioni barbariche
Tra i secc. V-IX l'Italia e l'Impero d'Occidente vengono travolti dalle invasioni di popoli barbari provenienti dalla Germania, dalle regioni danubiane e da quelle balcaniche. Tali invasioni frantumano l'unità dei mondo romano, evidenziandone la crisi economica, sociale, amministrativa e spirituale. Le città, più soggette delle campagne alle scorrerie barbariche, si chiudono allora entro cinta mura- ne fortificate; progressivamente la popolazione abbandona centri urbani per rifugiarsi in campagna e sopravvivere alle carestie, ma numerose epidemie (malaria e peste) sconosciute sino al sec. III riducono la popolazione; le terre incolte aumentano per la carenza di manodopera e i raccolti diventano più scarsi.
Le invasioni barbariche danno origine ai regni romano-barbarici o romano-germanici, primi nuclei delle future nazioni europee. Il processo di dissoluzione dell'unità imperiale dura alcuni secoli durante i quali i popoli barbari travolgono vecchie classi dirigenti e la cultura latina. I nuovi regni costituiscono comunque una sintesi tra il mondo barbaro, rozzo ma vitale, e la civiltà romana, più evoluta nella riflessione etico-religiosa e nell'organizzazione sociale e giuridica, delle quali infatti molto sopravvive nella gerarchia e nel sentimento della comunità sociale. Nel lungo periodo di violenze, stragi e distruzioni, operate durante le invasioni barbariche, le scuole e i centri culturali decadono e si interrompono comunicazioni tra città e regioni.

Il Cristianesimo
L'estesa sfiducia nei valori tradizionali accelera la diffusione del Cristianesimo dalle città ai centri minori e da questi alle campagne, in una lenta progressione. Il Cristianesimo, capovolgendo la concezione esistenziale del mondo, diventa un ulteriore fattore d'indebolimento e di disgregazione dell'unità imperiale romana. Per l'età antica infatti l'esistenza dell'uomo si esauriva nel mondo terreno, nel quale si ricercavano tutte le virtù: sapienza, forza, ricchezza. Il Cristianesimo propone invece una visione secondo la quale la vita solo una transizione verso la condizione spirituale ultraterrena. Perdono valore allora le virtù e i beni terreni, mentre sono esaltate la fede e la forza dello spirito; si impone l'idea di uguaglianza e di fratellanza degli uomini, indirizzati verso la comune meta celeste, unica sede della vera giustizia e della piena valutazione delle qualità umane.

Ruolo della Chiesa
Tra i secc. V-VI la Chiesa, organizzatasi come istituzione unitaria già dal sec. III, rappresenta per le masse popolari una fondamentale forza di coesione. A essa spettano numerosi compiti: amministrare vasti territori; conservare e tramandare la cultura; educare il personale ecclesiastico; proteggere e assistere moralmente e materialmente i fedeli. Gli ecclesiastici sono tra le poche persone che sanno leggere e scrivere; conoscono, studiano e divulgano le opere degli antichi e cercano faticosamente di mantenere in vita l'istituzione scolastica presso i centri religiosi. I cristiani diventano quindi gli eredi della tradizione culturale classica e del latino, parlato sempre meno diffusamente — a vantaggio dei dialetti locali regionali — e utilizzato solo dalla Chiesa per gli atti ufficiali.

La Vulgata
Nel 385 Girolamo redige la Vulgata, traduzione dell'Antico e del Nuovo Testamento in un latino vicino al parlato. Questo testo, sia per forma che per contenuto, diviene modello linguistico e base della cultura occidentale medievale, che la Chiesa diffonde in Europa attraverso l'opera di evangelizzazione e di conversione dei popoli pagani. Tuttavia, per trasmettere più chiaramente il messaggio e i principi cristiani, durante il Concilio di Tours (813) si solleciteranno i sacerdoti alla predicazione nelle lingue popolari.

Disgregazione dell'unità linguistica
Il mondo antico si identificava nell'Impero Romano, nelle sue istituzioni, leggi, abitudini, storia letteraria e lingua, elementi di coesione di un territorio molto vasto. Nei primi secoli del Medioevo, con la crisi dell'unità politica, nella metà occidentale dell'Impero, si disgrega anche l'unità linguistica imposta dai Romani ed emergono progressivamente le lingue ormai comunemente parlate dalle popolazioni: i volgari. Queste nuove lingue (italiano, sardo, ladino, francese, provenzale, spagnolo, catalano, portoghese, romeno e dialetti a esse collegati) sono dette neolatine o romanze (da romanice loqui, parlare romano), perché prendono avvio dalla comune radice latina. La loro base non è però la lingua classica, elegante e colta — da cui sono ormai lontanissime e di cui non seguono più le regole grammaticali e stilistiche — bensì il latino volgare (da volgo, cioè popolo), che è la lingua parlata nei secc. II-VI dalle classi intermedie e diverse province dell'Impero. Sulle nuove lingue hanno un'influenza determinante anche le lingue parlate dai barbari invasori, che modificano il latino volgare con tanto maggiore efficacia quanto più numerosi sono i parlanti e quanto più lontani essi vivono dai centri della cultura antica.

Differenze linguistiche
Inoltre le lingue romanze appaiono molto differenti tra loro perché rappresentano la spontanea espressione delle varie località geografiche e delle diverse classi sociali che le parlano; sono quindi caratterizzate dal contributo delle eterogenee esperienze linguistiche e culturali della città, della provincia, del popolo incolto, dei contadini, dei soldati.
Non è possibile identificare un momento preciso in cui ciascuna lingua neolatina nasce: il lento processo di trasformazione linguistica avviene lungo i secc. V-IX, attraverso numerose generazioni, e potrà dirsi concluso con la produzione dei primi documenti scritti in volgare, quando esso sarà consapevolmente contrapposto al latino.

Primi documenti
Il primo documento che testimonia da una parte l'avvenuta frattura linguistica tra i diversi popoli dell' Impero carolingio, dall'altra la netta separazione tra le lingue romanze e quelle germaniche è il Giuramento di Strasburgo del 14 febbraio 842. Tale atto consiste in un patto di alleanza che gli eredi di Carlo Magno pronunciano in romana lingua (volgare francese) e in teudisca lingua (antico tedesco), per essere compresi dai rispettivi eserciti francofoni e germanofoni che, provenienti da territori lontani, non possono intendersi tra loro. In Italia le più antiche testimonianze di uso scritto del volgare risalgono ai secc. IX-X (Indovinello veronese e Placiti cassinesi).

Uso letterario del volgare
Solo più tardi le nuove lingue parlate dal popolo ed elaborate nel corso dei secoli inizieranno a essere usate non solamente per scopi pratici, ma anche con finalità artistiche prosa e in poesia. In Italia, dove si parlano numerosi volgari regionali e locali così differenziati tra loro che la comunicazione risulta spesso difficile, gli intellettuali si sforzeranno allora di rendere il proprio dialetto scritto comprensibile anche nelle altre regioni, nobilitandolo, affinandolo ed escludendo i tratti più vistosamente particolari. Uno di questi volgari, il fiorentino, diverrà illustre nel sec. XIII per merito di Dante, Petrarca e Boccaccio, le cui opere saranno modelli di lingua e di stile per i secoli successivi.

Latino medievale e amanuensi
La tensione degli autori per l'uso e l'affermazione della lingua volgare non fa comunque abbandonare il latino, che rimane lo strumento privilegiato di comunicazione degli uomini di cultura, laici e religiosi, e dei politici del Medioevo. La tradizione classica viene salvaguardata durante le invasioni barbariche e gli sconvolgimenti politici grazie alle numerose trascrizioni eseguite a mano e sotto dettatura dagli amanuensi nelle sale di scrittura (scriptoria) dei monasteri, nelle scuole, nei centri di cultura. Parte del patrimonio antico però si perde; molte opere vengono volutamente ignorate, perché le tematiche non sono considerate importanti; di altri testi inoltre si travisa il contenuto perché l'ignoranza della lingua greca causa errori di traduzione e di interpretazione.




Codici e Scritture
La cultura antica è affidata ai libri manoscritti, molto diversi nel materiale da quelli moderni. Prima dell'invenzione della stampa il libro si chiama codice (dal latino codex): è costituito da fogli di pergamena (derivata dalla pelle di pecore e capre), tagliati, piegati e cuciti insieme nella forma del libro attuale ed è completato da una copertina in pelle, talora decorata e impreziosita da gemme. I fogli sono scritti con l'inchiostro, per mezzo di penne d'oca. Numerose sono le grafie utilizzate dagli amanuensi: tra le più importanti la scrittura minuscola carolina (adottata nella corte di Carlo Magno); la curiale (della Curia romana); la beneventana (elaborata nel monastero di Montecassino e continuata nel longobardo Ducato di Benevento); su tutte queste s'impone la scrittura carolina, assai diffusa, che, variamente modificata nel corso dei secoli e definita scrittura gotica dagli umanisti, rimarrà in uso per secoli.

Biblioteche e Centri Culturali
La produzione di libri è limitata: i possessori sono i monasteri (che conservano i codici nelle biblioteche, aperte agli studiosi), le sedi vescovili, gli intellettuali, le università. I modelli laici e cittadini della cultura scritta latina sono affidati alla classe dei notai e dei giuristi. I luoghi più importanti della cultura medievale sono i monasteri che, accanto alla contemplazione religiosa e al rifiuto delle mondanità, conservano e diffondono la cultura classica e cristiana: in Italia sorge nel 529 l'abbazia di Montecassino, frequentata da sovrani, letterati e mistici; nel 612 a Bobbio l'irlandese San Colombano fonda un centro, modello educativo per tutta Europa e per la corte longobarda. L'imperatore Carlo Magno nel palazzo di Aquisgrana riunisce intellettuali e artisti, anima un circolo (detto Accademia palatina) e istituisce la Scuola palatina, diretta da Alcuino di York, che contribuisce a salvare il patrimonio classico pro- muovendo l'istruzione, l'educazione linguistica e letteraria della nobiltà e una più accurata formazione del clero.

Arti liberali
Nel sec. vi Severino Boezio e Aurelio Cassiodoro elaborano il sistema delle Arti liberali, discipline educative pertinenti all'uomo 'libero' dal lavoro manuale e prive di finalità economiche. Sono distinte in arti del Trivio, (a carattere letterario-linguistico: grammatica, retorica e dialettica) e del Quadrivio (scientifiche: matematica, geometria, musica e astronomia).

Scuola
La grammatica è la disciplina fondamentale delle scuole che, a partire dai secc. VII-VIII, si rinnovano nelle città (Milano, Ravenna, Verona, Pavia, Roma), presso le corti barbariche (di re Teodorico a Verona, dei Longobardi a Pavia) e soprattutto presso i centri culturali religiosi (monasteri e conventi).

Feudalesimo
Dalla fine del sec. VIII in Francia viene elaborato un sistema complesso di organizzazione sociale, economica e politica: il feudalesimo, diffuso poi dai Franchi in tutto l'Impero carolingio. Il feudalesimo consiste in una fitta rete di rapporti che collegano il sovrano, vertice del potere, ai nobili-vassalli, ai quali egli concede il beneficio di sfruttare le risorse terriere (feudo, da feudum, latinizzazione di un termine tedesco che indica una ricchezza in natura) ricevendo in cambio fedeltà e aiuto militare. I vassalli a loro volta possono cedere a vassalli minori (valvassori) parti del proprio feudo, e così via. Inizialmente il re può revocare il diritto di sfruttamento, ma già dal sec. IX i vassalli considerano proprietà personale i feudi, che ottengono di trasmettere in eredità ai propri discendenti; dal 1037 lo stesso diritto viene esteso ai feudi minori.

Società
Nell'alto Medioevo, nel periodo feudale, la società è rigidamente divisa in tre ordini, dei quali il vescovo francese Adalberone di Laon (sec. XI), nel Carme a Roberto re di Francia, descrive l'organizzazione: i nobili-guerrieri che difendono le istituzioni e la società; il clero formato da coloro che si dedicano alla preghiera e alla vita contemplativa e culturale; infine i lavoratori, i contadini artefici della produzione agricola. Il modello della società diviso per prestigio e funzioni riflette l'ideologia delle classi dominanti: nobiltà e clero.

La nobiltà
La nobiltà, vantando superiorità di nascita, esercita la supremazia sociale, elabora le proprie strutture giuridiche, sostiene il potere politico monarchico. Appartiene alla nobiltà la cavalleria, istituzione sorta come conseguenza della legge del maggiorascato, per cui solo il primogenito eredita i possedimenti, mentre i fratelli minori (cadetti) possono scegliere se dedicarsi alla carriera ecclesiastica o prestare servizi militari (come cavalieri) a qualche signore per ottenerne, quale ricompensa, un feudo. La cerimonia dell'investitura celebra l'ingresso nella cavalleria o in un ordine religioso cavalleresco e l'assunzione dell'impegno a prestare il proprio valore e coraggio in difesa dei deboli, degli oppressi e della religione.

Il clero
Il clero è gerarchicamente diviso al suo interno; i sacerdoti sono presenti nelle città e nelle campagne e dipendono da un vescovo (clero secolare); gli ordini religiosi e le comunità monastiche sono organizzate secondo le 'regole' dei loro fondatori (clero regolare). La sussistenza del clero deriva da proprietà e attività economiche; alla ricchezza dei vescovi e di alcuni monasteri che hanno vasti possedimenti si contrappone però la difficoltà dei preti di campagna, che dividono con i contadini la precarietà delle condizioni economiche, legate ai raccolti. Il clero è libero, cioè non costretto al lavoro (come i contadini), non subisce vincoli di vassallaggio (come i nobili) ed esercita una posizione di controllo perché detiene il potere spirituale e quello culturale, che diffonde tramite i chierici, intellettuali la cui condizione di religiosi costituisce un mezzo di sostentamento economico.

I lavoratori
La massa dei lavoratori è numerosa e varia: i servi della gleba sono legati alla terra del feudatario, dalla quale non si possono allontanare, e vivono in condizione di semi- schiavitù; i contadini liberi lavorano le terre avute in concessione dal signore, al quale devono parte del raccolto, alcune prestazioni (corvées) e il pagamento per l'uso di strade, mulini, frantoi e forni di sua proprietà. Scarseggiano invece gli artigiani e i commercianti, le cui attività avranno una ripresa nell'età comunale, con la rinascita della società urbana.

Cultura cortese-cavalleresca
A partire dal sec. XI nelle corti di Francia si verifica un fatto culturale di grande importanza: l'elaborazione dell'ideologia cortese-cavalleresca che, ispirata alle virtù tipiche della feudalità, esalta la dedizione assoluta all'amore, fonte di perfezionamento, e alla fede cristiana, testimoniata dall'istituzione degli Ordini militari religiosi (i Templari e i Cavalieri Teutonici). Questo modello culturale si diffonde in Europa e viene sentito come patrimonio comune di popoli diversi, ma un tempo legati tra loro dalla comune appartenenza all'Impero Romano. Per questo alcuni nostri letterati (pe. Lanfranco Cigala e Sordello da Goito, sec. XIII), attratti dai temi elaborati nelle raffinate corti feudali e pervenuti in Italia attraverso l'opera di trovatori e giullari, utilizzeranno nelle loro composizioni le lingue letterariamente più evolute, soprattutto la lingua d'oc o provenzale (diffusa nel Sud della Francia); la lingua d'oїl o francese antico (parlata nel Nord) si diffonderà invece nei testi originali o sarà adattata da compositori anonimi ai volgari parlati in Italia.

I trovatori
I trovatori (da trobar, comporre versi) sono gli antichi poeti-musici provenzali e i loro imitatori che nelle corti europee divulgano la cultura cortese attraverso la lirica in lingua d'oc. Di estrazione sociale varia, nobili e plebei, sono professionisti laici che vivono del loro mestiere di autori ed esecutori di testi poetici che accompagnano con musiche da essi stessi composte. Si ispirano a signorili costumi di vita, danno ammonimenti morali e politici e soprattutto celebrano l'amore cortese (fin 'amor): la donna, ispiratrice del sentimento amoroso, è generalmente la dama del castello, della quale l'innamorato riconosce la superiorità con un atto di vassallaggio. La poesia dei trovatori è colta: essi elaborano immagini ricche di virtuosismi (trobar ric), oppure usano allusioni complesse che rendono ermetico e oscuro il significato (trobar clus), o si esprimono in modo chiaro e comprensibile (trobar leu).

I giullari
I giullari (dal latino joculare,. giocolieri) sono professionisti del gioco e dello spettacolo, posseggono una certa cultura e mirano a divertire il pubblico nelle corti e nelle piazze con giochi, canti, recitazioni o esibizioni di destrezza fisica. Si deve a loro la divulgazione delle prime opere in volgare e, essendo itineranti, anche la circolazione di notizie. Il loro repertorio è costituito da imprese guerresche (epica), vite dei santi (agiografia), costumi di nobili, feudatari, mercanti, popolani ed eventi tratti dalla realtà quotidiana. Il ruolo dei giullari subisce un'evoluzione nel corso del tempo: dal prestigio culturale dei secc. XII e XIII al declino nell'età umanistica, in cui verranno relegati al ruolo di buffoni di corte. Nell'alto Medioevo i modelli culturali laici e religiosi sono quindi diramati oralmente da trovatori, giullari e chierici vaganti (cioè itineranti), che rielaborano i temi e li adeguano al pubblico delle città, dei villaggi e delle corti.

Feste popolari
La cultura orale è diffusa anche durante il carnevale, le feste religiose, le fiere; sono queste le uniche occasioni di ritrovo e di incontro tra le diverse classi sociali attirate da spettacoli di intrattenimento, da rappresentazioni mimiche che rievocano fatti leggendari, vicende epiche, momenti della vita di Gesù (le sacre rappresentazioni di Natale e Pasqua) e dei santi. Sono le forme primordiali del teatro, che verrà perfezionandosi nel corso dei secoli.
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