15 ottobre 2010

Il De Vulgari Eloquentia e la questione della lingua

Il De Vulgari Eloquentia costituisce la prima opera in assoluto nella letteratura, sul problema della lingua e ha quindi un valore che va al di là dell’essere un’opera dantesca. E la testimonianza più autentica di quanto Dante abbia sentito e sofferto l’esigenza di trovare una lingua unica per l’Italia, da un  duplice punto di vista, come autore che doveva scrivere e poetare in una lingua  ancora in formazione, quale era appunto il volgare, e come italiano, che voleva  parlare a tutti i cittadini di ogni regione di quella terra che egli definì « il bel paese ove il sì suona».
Dante concepì l’opera come un vero e proprio trattato linguistico, sentendo il  bisogno di fondare scientificamente quella lingua che egli aveva usato e stava  ancora usando nella sua produzione poetica, per giustificarla e per estenderla a  tutte le province italiane. Si può dire che di nuovo l’ansia di ordine e di sistematicità lo avesse guidato nella decisione di intraprendere la scrittura di un tale lavoro, con il quale avrebbe potuto sostenere con ragione anche la composizione in volgare di un’opera dottrinale come il Convivio. Si affiancava certamente a questo complesso di spinte verso un impegno del genere, un po’ d’ambizione, il desiderio di essere presente nelle dispute dei dotti e di guadagnare quel prestigio che gli sarebbe servito, forse, per essere riammesso in patria, dal doloroso esilio.
Il progetto iniziale prevedeva quattro libri, dei quali, invece, fu composto nel  1305 il primo e quattordici paragrafi del secondo, entro il 1306; quindi l’opera  è incompleta e non definitiva nella forma, perché le è mancata la revisione finale;  tuttavia appare molto chiara l’ossatura centrale di essa e sostanzialmente sono  ben marcate le linee generali e fondamentali.
I due tipi di lingua
L’autore muove dal principio che esistono due tipi di lingua: quella naturalis  che si apprende da bambini, dalla madre e quella artificialis, chiamata dai romani gramatica che si apprende con lo studio. Risalendo alle origini delle lingue Dante si sofferma sull’episodio biblico della confusione dei linguaggi nella Torre di Babele, per spiegarne la differenziazione, da cui derivarono i vari ceppi, tra i quali  quelli che si affermarono in Europa, anzi in merito a quest’ultima, Dante sostiene che le stirpi che qui si stabilirono ebbero un linguaggio tripharium, cioè un triplice idioma, il germanico, il greco e il romanzo. Quanto al latino, al contrario di ciò che aveva dichiarato nella Vita nova e nel Convivio, che il latino era la lingua più nobile, nel De vulgari eloquentia non lo reputa annoverabile tra le lingue madri, perché frutto di elaborazione logica con una rigida struttura sintattica che si presta solo all’espressione dei concetti più difficili del sapere. Il volgare viene ritenuto, invece, la lingua veramente nobile, per la naturalità e l’universalità. Posta questa premessa, Dante passa ad esaminare il gruppo linguistico romanzo riguardante il mezzogiorno d’Europa e lo suddivide in tre idiomi: la lingua d’oil, della Francia, la lingua d’oc della Provenza, la lingua del dell’Italia. Quest’ultima a sua volta viene differenziata in ben quattordici unità dialettali fondamentali, sparse nella penisola, che Dante esamina una per una, distinguendole verticalmente, a seconda che siano distribuite sul litorale tirrenico o adriatico.
I volgari regionali
Approfondendo quindi le vicende letterarie e linguistiche del nostro paese, sia pur in modo  sintetico e nella forma tipicamente dantesca dell’excursus storico, Dante imposta una storia letteraria in miniatura, delle origini, esaminando il nascere della lingua poetica e la sua evoluzione attraverso le varie scuole, prima fra tutte la siciliana, di cui analizza la natura, mostrando come il linguaggio dei poeti non coincide con la realtà del siciliano parlato dal ceto medio e perciò quello non può essere,  il volgare adatto a rappresentare una lingua italiana elegante ed illustre. Né può  essere degna a tale scopo la lingua pugliese, o meglio dei poeti illustri; né il  toscano, malgrado la pretesa dei guittoniani di potersi vantare di un vulgaris illustri, laddove, se mai hanno conosciuto la vera excellentiam del volgare, poeti come Guido, Lapo, Cino e altri (e qui certo egli allude a se stesso), che si sono distaccati dal toscano. La più bella parlata potrebbe essere il bolognese, ma non fino al punto di diventare l’unica lingua, valida per rappresentare quel volgare illustre a cui Dante aspira, il che è dimostrato dal fatto che i maggiori poeti con Guinizzelli, Fabruzzo e Onesto, si sono tenuti lontani dal bolognese.
I quattro caratteri della lingua
In definitiva, Dante non pensava realmente ad una lingua ideale che si potesse comporre a tavolino, ma nell’impianto di base di un volgare che fosse: illustre, capace cioè di dare gloria a chi lo adoperasse, cardinale, perché intorno ad esso ruotassero tutti gli altri volgari, come la porta ruota intorno al cardine, aulico, in quanto degno di essere parlato e ascoltato nelle corti (aula in latino significava corte, o sala del trono), infine curiale perché adatto anche ad un’assemblea legislativa.
Nel secondo libro, incompiuto, Dante traccia le linee dell’arte poetica, distinguendo i tre stili, tragico o illustre, appropriato per gli argomenti elevati, nell’aristocratico metro della canzone, preferibilmente; il medio o comico, nel quale rientrano il sonetto e la ballata, l’elegiaco o umile. Il volgare illustre è dunque adatto particolarmente allo stile tragico per affrontare i temi più impegnativi quali la Salvezza, la Virtù, l’Amore.
L’opera si conclude con l’analisi della canzone come fondamentale forma poetica e dell’endecasillabo come metro tradizionale e prestigioso. Il De Vulgari  Eloquentia è in sostanza un difficile e appassionato tentativo di risolvere il problema della lingua, in modo unitario e definitivo, in questo il suo pregio e il grande merito di Dante, che senza risparmiarsi alcuna fatica, consapevole di non essere quel «nocchier ch’a sé medesmo parca» (Paradiso, XXIII, 69) si era imbarcato nell’impresa, come primo ed unico intellettuale del suo tempo, così moderno da rischiare l’utopia, pur di incanalare in una direzione unitaria i vari dialetti italiani e dare nobile forma alla lingua del sì, contando e sperando anche in una ricerca che non fosse soltanto sua, ma di tutti gli autori più egregi, affinché con il loro contributo elevassero e rendessero eccellente il volgare.
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Il De Monarchia di Dante

Già nel Convivio Dante aveva anticipato due problemi che gli stavano a cuore: quello della lingua e quello della politica; se al primo dedicò poi il De vulgari eloquentia, al secondo dedicò il trattato De monarchia, scritto in latino per le stesse ragioni del primo. E’ l’unico trattato veramente politico in senso assoluto, perché destinato, almeno nelle intenzioni, a mostrare con chiarezza e completezza la concezione politica dantesca. In realtà tale concezione risultò assai più limpidamente dalla Divina commedia, ma ciò fu dovuto al fatto che Dante era per natura poeta, non trattatista e quindi sapeva essere convincente solo quando si esprimeva con i suoi impareggiabili versi.
Il De monarchia è in tre libri: il primo tratta della necessità del governo monarchico per il benessere dell’umanità, il secondo riguarda l’impero romano e il terzo è sul problema dei rapporti tra Papato e Impero e contiene la concezione dantesca dei due soli, vera novità dell’opera.
La datazione è incerta ma l’argomento fa ipotizzare che essa fu scritta in occasione della discesa di Arrigo VII in Italia, intorno al 1313, quando si andava animando la speranza del poeta di poter tornare a Firenze, grazie all’Imperatore e al programma che egli aveva annunciato di visitare le città italiane e riportarle alla pace. Convinto assertore dell’Impero come forma di governo la più perfetta e voluta da Dio, Dante sostiene che, essendo il fine dell’uomo, secondo Aristotele, la realizzazione dell’intelletto possibile, cioè di tutte le capacità intellettive, per consentire che ciò si compia occorrono l’armonia e la pace, le quali, soltanto un’autorità assoluta potrà garantire. Tale autorità dì fatto si può incarnare in un principe che abbia potere su tutti gli uomini e che rappresenti sulla terra colui che regge l’ordine.
L’impero romano voluto da Dio
Quindi, viene affrontato il problema se il popolo romano assunse con diritto il titolo di monarca e, in merito a questo, si esamina la storia romana vedendo in essa la rivelazione della Provvidenza divina secondo il poeta, fu la volontà di Dio a permettere l’Impero, nell’ambito del quale si sarebbe compiuto quello straordinario evento della morte di Cristo che avrebbe redento il mondo e salvato l’umanità. Anzi, proprio perché la condanna di Cristo fu pronunciata dalla legittima autorità dell’Impero romano, essa assunse un significato universale e provvidenziale. Infine, si riflette per stabilire se il potere dell’Imperatore discenda direttamente da Dio o dal suo vicario, il Pontefice, e si entra, in tal modo, nel vivo della disputa sulla lotta per le investiture e quindi sulla teocrazia papale.
La teoria dei due soli
Dante risolve il problema con una trovata geniale. definisce infatti la definitiva antonomia dei due poteri, temporale e spirituale, dell’Imperatore e del Papa, sostituendo alla teocratica similitudine del sole, simbolo del potere spirituale e del
Papa, e della luna, che come simbolo dell’Imperatore, brilla di luce riflessa del sole, il nuovo parallelismo dei due soli che brillano di luce propria.
Per Dante l’Imperatore non era in alcun modo soggetto al Pontefice, in quanto la sua autorità gli veniva conferita da Dio; a conforto di questa tesi egli confuta e critica sia le argomentazioni dei Decretalisti, giuristi della Chiesa, che affermavano la pari autorità dei decreti papali e delle Sacre scritture, sia degli studiosi francesi, che per aumentare ed allargare il dominio del re di Francia, appoggiavano opportunisticamente la supremazia del Papa.
La donazione di Costantino
Nel negare ogni temporalismo al Papato e alla Chiesa, Dante attribuisce una forte responsabilità a Costantino, per aver fatta quella Donazione a cui la Chiesa si appellava per suffragare il suo potere temporale: il poeta non poteva ancora sapere che quell’atto di donazione era falso, perché solo l’umanista Lorenzo Valla,
del Quattrocento, lo avrebbe dimostrato. Costantino commise un atto illecito, secondo Dante, perché tolse Roma all’Impero per donarla al Pontefice, mentre la
città non era un suo bene personale.
All’Impero spetta dunque la cura dei beni materiali e temporali, delle questioni politiche e amministrative e alla Chiesa, quindi, al Pontefice, la cura dei beni spirituali e delle anime degli uomini. Tra le due autorità deve esserci rispetto reciproco, ma non subordinazione e l’Imperatore si sottometterà al Papa, solo per ciò che riguarda la sua stessa natura di credente cristiano e il suo spirito, come un figlio ad un padre spirituale. Il profilo della Monarchia che si disegna nelle pagine dell’opera è quello di una monarchia ideale e universale, per certi aspetti irrealizzabile in un’epoca in cui ancora non erano sorti, ma stavano appena emergendo, gli stati nazionali; tuttavia, al di là della idealizzazione che Dante fa di questa forma di governo, è importante l’etica dantesca politica, che in questo trattato si rivela.
Etica e politica
Non era infatti possibile che, per Dante, l’etica si distinguesse dalla politica e per questo nel guardare al temporalismo della Chiesa, per combatterlo, non poteva egli fare a meno di scorgere in esso la corruzione ecclesiastica del suo tempo e il decadimento dell’antica purezza della Chiesa delle origini. Il suo discorso appare, quindi, motivato alla base dalla sua consueta e rigorosa esigenza di moralità e di conversione e rientra nel suo grandioso progetto di riscatto del mondo e di rivelazione dei piani provvidenziale divini in atto nella storia, a cui è dedicato il sacro poema.
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La Letteratura Italiana nel Trecento

I volgarizzamenti
Come si è visto dai primi esempi di prosa italiana in volgare (i volgarizzamenti, gli exempla, i trattati di retorica) si formarono sin dall’inizio due indirizzi: uno decisamente narrativo, che puntava al racconto, recuperando l’antico modello della parabola e quello più moderno del fabliau francese, l’altro retorico-moraleggiante che si prestava molto bene alla divulgazione didattica, o anche all’educazione filosofica e religiosa. Infatti, i due filoni si svilupparono in modo autonomo ed ebbero un’evoluzione differente, perché il primo si incanalò ben presto nella novellistica, che, esplosa col Boccaccio, era destinata ad avere grande successo in seguito, oltre che nel corso di tutto il Trecento, il secondo, pur ramificandosi in vari rivoli, come la prosa oratoria, giuridica, storiografica e filosofica, trovò nel Trecento la sua più efficace espressione nei trattati religiosi, finalizzati alla predicazione, nelle lettere (specialmente di alcuni scrittori illustri come il Petrarca) e nelle cronache, da considerarsi il più autorevole ed artistico esempio di storiografia medioevale.
Il modello dantesco
E’ singolare il fatto che sul lato linguistico il grande modello che influì sulla prosa del Trecento fu Dante, che era stato un poeta e non un prosatore (o per lo meno, non altrettanto valido prosatore come era stato sublime poeta). Il fenomeno si può facilmente spiegare però, se si tiene presente che fu la poesia dantesca a creare l’impianto autentico di base della lingua italiana e che fu quindi Dante a fornire agli scrittori il binario di stile per la prosa, mentre sulla poesia, oltre alla tradizione lirica già consolidatasi nelle scuole poetiche (dalla siciliana al «dolce stil novo»), sarebbe stato soprattutto il Petrarca a stabilire i moduli linguistici e stilistici per i poeti lirici futuri; si può dunque dire che mentre la lingua della prosa italiana discende da Dante, quella della poesia (in particolare della poesia lirica) discende da Petrarca.
La trattatistica religiosa
Giordano da Pisa
Riguardo alla prosa volgare non c’è dubbio che un genere attraverso il quale essa si venne affinando fu la trattatistica religiosa, in forma di predicazioni rivolte ad un pubblico incolto. Vanno ricordati tre autori in particolare: Giordano da Pisa, Jacopo Passavanti e Domenico Cavalca.
Giordano da Pisa (1260-1311) compose prediche che rispecchiano in pieno lo stile domenicano e hanno un intento essenzialmente divulgativo. L’autore fu un domenicano di grande cultura e, nei primi anni del Trecento, insegnò a Firenze, in S. Maria Novella; nella sua scrittura ricorre spesso all’esempio e cerca di adeguarsi ai tempi e alla nuova mentalità della borghesia, attenta soprattutto ai fatti e ai riferimenti precisi che potessero documentare ogni discorso teorico.
Jacopo Passavanti Anche Jacopo Passavanti fu un domenicano (1300-1357), nato a Firenze e raccolse sue prediche nello Specchio di vera penitenza, dopo averle effettivamente svolte nel quaresimale del 1354; la sua caratteristica consiste nell’uso sistematico degli exempla, che non sono altro che novelle, necessarie per dimostrare l’efficacia dei suggerimenti che egli intendeva dare, o per sostenere la negatività di alcune azioni. Tanto più è da notarsi questa peculiarità della novella presente in un libro di prediche, se si considera che proprio in quel tempo si andava diffondendo la novella profana grazie al Decameron; tra l’altro, si sa che Passavanti conobbe ed incontrò il Boccaccio, per concordare con lui alcuni, temi narrativi che intendeva usare.
Domenico Cavalca (1270-1342) di Vico Pisano predilesse il genere di scrittura più propriamente agiografico e infatti scrisse opere come le Vite dei Santi Padri e il Pungilingua rielaborando storie che circolavano nell’ambiente monastico e raccolte agiografiche di antica tradizione. In una prosa limpida e chiara, il Cavalca propone come modello di perfezione l’esempio dei Santi Padri che pervennero alla santità attraverso l’esperienza della vita e del peccato, da cui seppero risollevarsi.
I fioretti
Sempre nell’ambito della prosa religiosa deve essere inserito il volgarizzamento di un’antologia degli Actus beati Francisci et sociorum eius (Atti del beato Francesco e dei suoi compagni), composta alla fine del Duecento. Si tratta degli episodi della vita del santo narrati sotto il titolo di Fioretti di san Francesco tra il 1370 e il 1390, attraverso i quali vengono esaltate le virtù di questo santo, straordinario per la sua semplicità ed umiltà. Il tono è fiabesco, lo stile conciso, essenziale e spontaneo, adeguato ad una narrazione ingenua e sentita, che tende a seguire l’indirizzo di una religiosità moderna, fondata sul senso della perfetta letizia francescana, piuttosto che sul timore della pena per il peccato. L’autore tuttavia è anonimo e difficile da identificare.
Sulla stessa linea dei Fioretti si può mettere un altro scritto anonimo, la Vita di fra Michele minorita, che racconta la vita povera e il sacrificio del frate minore Michele Berti da Calci, giustiziato come eretico a Firenze, nel 1389, vittima del rigorismo del movimento francescano nel panorama delle polemiche intorno all’ordine.
L’epistolografia
La prosa in volgare, come si è detto, si consolidò anche attraverso l’epistolografia, genere importante essendo l’unico canale di comunicazione nelle distanze, genere destinato a non tramontare mai per diversi secoli e che traeva le sue origini direttamente dalla classicità, poiché fiorente presso i latini e i greci. Ovvia mente lo stile delle lettere fu determinato dalla destinazione di esse, mutando a seconda del destinatario e, quindi, del contenuto. Quale illustre precedente potremmo citare le lettere già menzionate di Guittone, prevalentemente di tono politico; non meno importante ed autorevole fu il carteggio di Dante, basti ricordare la lettera a Cangrande, in cui gli mostra i fini della Commedia, quella ai cardinali italiani in occasione del conclave per eleggere il successore di Clemente V e quella all’amico fiorentino, con il rifiuto di accettare le condizioni impostegli per rientrare a Firenze.
Notevole l’epistolario del Petrarca, che oltre a rappresentare un esempio dall’umanesimo del poeta, essendo in latino e sul modello ciceroniano, fornisce importanti documenti di carattere autobiografico; tuttavia non costituisce per noi nessuna prova ai fini dell’evoluzione della prosa, non essendo composte, queste lettere, in volgare. Rilevanti sono invece, a tale riguardo, le epistole di Giovanni Colombini, mercante senese della seconda metà del secolo XV, che si dette improvvisamente alla vita religiosa, nel 1355, organizzando un nuovo ordine detto dei «Gesuati», improntato al misticismo. Prima di ottenere, con molta fatica, l’approvazione papale, fu persino cacciato dalla città, ma il suo ideale alla fine venne riconosciuto. Le Lettere vennero indirizzate quasi tutte alla badessa di Santa Bonda, per sottolineare la propria scelta di vita, e per esprimere con parole ardenti il desiderio di carità, di gioire in Cristo e consolare con l’amore e l’accettazione costante le miserie e le tribolazioni. Sulla sua scia si pose un suo proselito, Bianco da Siena, che fece parte dello stesso ordine dei Gesuati e che, proprio ispirandosi alle lettere del Colombini, compose lirica religiosa e lasciò una raccolta di laudi. Assai più significativa sia sul piano stilistico, sia su quello Santa Caterina contenutistico, fu la prosa epistolare di Santa Caterina da Siena (1347-1380), che nelle sue 381 lettere offrì un raro esempio di eloquenza non retorica, ma sorretta da un forte pathos ed una vigorosa immaginazione. Entrata da giovanissima nell’ordine domenicano delle Mantellate, dedicò tutta la sua vita al tentativo di porre pace tra le fazioni e le famiglie in lotta, in modo particolare all’impegno di far ritornare il Papa a Roma, dalla sede di Avignone. La scrittura di Caterina nasceva dalla profonda fede e sebbene non fosse sostenuta da una grande cultura letteraria, ottenne incredibili effetti sugli stessi destinatari, sul Pontefice Clemente VII per esempio, al quale inviò delle pagine calde di fervore e di supplica, perché tornasse dall’esilio di Avignone.
Per convincere specialmente i grandi personaggi ad intraprendere alcune battaglie generose ed importanti a vantaggio della fede, della giustizia e della pace, usava immagini spesso militari, sempre animandole con quello straordinario misticismo che la caratterizzava e che traboccava dalla piena del suo animo, acceso d’amore per Cristo, da lei sempre considerato « sposo» fino alla morte. Qualche volta sfiorò l’enfasi oratoria, riscattandosi, comunque, con la sincera commozione del tono.
Le cronache
I cronisti della vita politica e civile si distinsero in modo singolare tra la seconda metà del Duecento e nel corso del Trecento, perché con lucidità ed esattezza si sforzarono di riportare in cronaca i fatti che accadevano nelle città, pur senza riuscire a cogliere i nessi di causalità e le motivazioni storiche profonde che presiedevano allo sviluppo degli eventi.
Gli scrittori duecenteschi tennero soprattutto presenti gli schemi degli autori classici, Sullustio, Livio, Lucano, insistendo su di un rapporto continuo tra la civiltà presente e quella passata, ravvisando anche tracce dell’eredità romana, nei costumi e nelle tradizioni, volutamente perché si potesse dare un certo rilievo alla storia cittadina. Il passato, quindi, si poneva in una prospettiva quasi trasfigurata, come patrimonio privilegiato da custodire e rispettare. Il passato remoto, del resto, veniva affidato a citazioni esemplificative frequenti che servivano a stabilire dei raccordi con il presente. Man mano che ci si avvicina al Trecento, l’attenzione si sposta dagli avvenimenti alle persone e il filo con la storia romana si fa più tenue, mentre la stessa struttura del racconto cambia fisionomia, assumendo quella tipica del ritratto o quella più ampia, della forma celebrativa, come il Liber di Filippo Villani o l’anonima Vita di Cola di Rienzo, notevolmente esaltativa. Rimane ancora il mito del classicismo, ma in una sorta di singolare umanesimo che si accentra non più intorno all’ideale della città, bensì all’ideale della personalità umana. Tra i cronachisti si distinsero per originalità, professionalità e arte Dino Compagni e Giovanni Villani.
Dino Compagni nacque a Firenze tra il 1255 e il 1260 da una famiglia popolare di parte guelfa e partecipò alle vicende politiche del Comune divenendo capitano di Or San Michele, priore, gonfaloniere di giustizia e consigliere di Giano della Bella. Subì un processo dopo l’espulsione di Della Bella da Firenze, ma, assolto, divenne priore per la seconda volta (1301), finché non venne definitivamente allontanato dal governo, per le simpatie dimostrate ai Bianchi nella loro costante opposizione al Papa. Continuò la sua vita a Firenze, in disparte fino alla morte, avvenuta nel 1324. Fu, come si è visto dalle date, contemporaneo di Dante. Quel periodo, assai caldo per il Comune fiorentino, Compagni fermò nelle sue cronache, precisamente nella Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, in tre libri, scritti dal 1310 al 1312, intorno agli avvenimenti dal 1280 alla discesa di Arrigo VII in Italia, nel 1312. I caratteri della scrittura di Dino Compagni sono da ricercarsi innanzitutto nel rigore con cui registra i fatti, attraverso accuratissime descrizioni, che non sono mai pedanti, ma essenziali e scrupolose al tempo stesso, specie quando riguardano battaglie (eccellente la descrizione della battaglia di Campaldino del 1289); inoltre, nel metodo, che non è più quello annalistico, conforme ai modelli classici, ma mira alla contemporaneità, perché la narrazione si offra come autentica testimonianza, di cui lo scrittore è stato protagonista. Questo favorisce non solo l’assoluta veridicità delle pagine, ma la spontaneità del tono con cui procede il racconto. Si avverte, d’altra parte, il moralismo civile del Compagni, nel guardare agli eventi del suo tempo e della sua città, perché tende a riportare tutto ad un ampio disegno morale, provvidenziale, quasi al pari della visione dantesca, in cui ogni cosa trovi la sua giustificazione e spiegazione. Traspare con evidenza, però, anche il conservatorismo del cronista, il quale aspira al raggiungimento di un equilibrio da parte delle classi sociali e si oppone fieramente al prepotere della borghesia mercantile e al ceto magnatizio delle famiglie bancarie, che schiacciano il popolo e impediscono una partecipazione attiva delle arti minori al governo. Compagni, in questa sua visione, pur perseguendo un grande impegno di verità da comunicare agli altri, non mostra di avere piena coscienza dell’evolversi dei tempi, forse perché non si rende conto che la realtà trecentesca marcia in una direzione opposta alle sue aspirazioni democratiche e popolari; si va incontro, infatti, all’affermarsi graduale del primato di una aristocrazia cittadina, cioè verso la formazione delle Signorie.
Il provvidenzialismo domina e riscatta la parzialità della visione storica, ma non
impedisce al Compagni di avere delle punte di drammatico pessimismo, nel descrivere l’inarrestabile decadenza del Comune, quindi dei costumi e della morale della sua città. Responsabile di ciò è naturalmente per lui, la politica dei Neri, contro la quale si scaglia con fervore toccando, nelle sue invettive ai cittadini « iniqui» di Firenze, persino la corda della profezia apocalittica, nell’annunziare, con l’arrivo di Arrigo VII gravi punizioni e aspri malanni. E sempre salva, comunque, in ogni caso, la verità descrittiva, posta nella cronaca, come verità vissuta e sperimentata.
Vicina ad una storiografia più moderna è senz’altro, invece, la Cronica di Giovanni Villani, nato a Firenze intorno al 1275. Entrato a far parte della compagnia bancaria dei Peruzzi, ricoprì importanti incarichi a Roma e a Bruges, acquistando una grande esperienza finanziaria. Tornato a Firenze, esercitò la professione mercantile, partecipando attivamente alla vita pubblica, come priore, per tre volte, magistrato e camerlengo del Comune, nonché responsabile della politica cittadina, durante le guerre contro Pisa e Perugia. Fu persino preso come ostaggio da Mastino della Scala, nel corso delle trattative con Firenze, per l’acquisto di Lucca; passato alla compagnia dei Bardi, venne travolto dal suo fallimento e incarcerato sotto l’accusa di insolvenza di debiti. Morì di peste nel 1348.
La Cronica è in dodici libri, che non seguono avvenimenti solo contemporanei, come quelli del Compagni, ma narrano dalla distruzione della torre di Babele, fino all’arrivo in Italia di Carlo d’Angiò. Il disegno dell’opera è prevalentemente a carattere informativo, consistendo nella descrizione di eventi che vengono prospettati secondo un’ottica convenzionale e provvidenziale, come già nel Compagni. Manca però la testimonianza diretta, sostituita da una retrospettiva storica e cronologica. Del resto lo stesso Villani dichiara che vuole dare esempio a quelli che saranno delle mutazioni e delle cose passate, e le cagioni e perché» affinché i lettori apprendano le virtù ed evitino i vizi; intento anche qui, moralistico, che giustifica la narrazione. Malgrado, però, un apparente e maggior distacco dagli avvenimenti, rispetto al Compagni, visibile anche dalla mancanza di passionalità di parte, motivata dal fatto che egli non partecipò alle lotte dei Bianchi e Neri, appaiono abbastanza scoperti i sentimenti del cronista. Per esempio la sua predilezione per Firenze, nel panorama delle rivalità provinciali, alimenta un certo tono esaltativo e celebrativo, nonché la sua tendenza a riportare tutto all’ira divina, sia mali fisici come la peste, sia mali o guasti politici e sociali, oppure a compiere continue verifiche economiche e finanziarie, che rientravano nelle sue precise competenze. La Cronica è tuttavia fonte minuziosa di notizie, perché il Villani riferisce scrupolosamente, e ottima raccolta di documenti e dati statistici, economici, folcloristici.
Piana, chiara, regolare, la prosa del Villani offre un valido esempio di stile, aprendosi alla grande lezione dei classici, per la disposizione all’analisi, lontana da ogni drammaticità e passionalità.
Tra i cronisti minori ricorderemo Gino Capponi, Donato Velluti, Leonardo Frescobaldi e Goro Dati.
Gino Capponi (1350-1421) scrisse i Commentari del tumulto dei Ciompi, mostrandosi completamente sfavorevole al moto popolare che gli apparve come una pericolosa minaccia per la classe della ricca borghesia a cui egli apparteneva; infatti, durante la rivolta egli aveva perduto numerosi averi e si sentiva quindi vittima in prima persona.
Donato Velluti (1313-1370), invece, compose una Cronica domestica, in tono molto vivace, traendola dai margini dei libri contabili, dove per un’usanza del tempo, spesso venivano trascritte vicende patrimoniali o illustri fatti di qualche casata.
Leonardo Frescobaldi, fiorentino, vissuto nella seconda metà del Trecento, scrisse Viaggio in Terrasanta, in cui ritrae luoghi, città, usanze, che aveva veramente visto durante un viaggio compiuto con amici nel 1384.
Goro Dati (1362-1435) nato a Firenze, fu mercante, podestà e gonfaloniere di giustizia, ma soprattutto, fu storico e scrittore. Ricordiamo tra le sue opere, il Libro segreto, una istoria di Firenze e un poemetto di argomento astronomico, la Sfera.
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Riassunti della Divina Commedia

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La Divina Commedia: genesi e significati

Non ci è dato conoscere esattamente quando Dante abbia iniziato a scrivere il suo poema; Boccaccio afferma che aveva già iniziato a comporre i primi sette canti dell’Inferno, a Firenze, negli anni precedenti all’esilio e ce la moglie Gemma Donati glieli fece pervenire mentre si trovava ospite in casa Malaspina. Di sicuro possiamo ritenere che il grandioso progetto era nato nella mente del poeta molto tempo prima che cominciassero le sue vicende di esule e che via via si sia venuto maturando e perfezionando. Nel 1313 forse era già conosciuta la prima cantica e nel 1320 la seconda, come si apprende dal Carmen di Giovanni del Virgilio che lo cita; il Paradiso, invece, fu terminato nel 1321, anno della morte, e fu pubblicato molto probabilmente da Cangrande della Scala. Ciò che a noi interessa, però, è la genesi spirituale dell’opera, che traeva le sue profonde ragioni dall’ansia e dal desiderio di Dante di sistemazione e di ordine delle cose umane e terrene all’interno di una complessa, ma compatta e unitaria struttura poetica e nello stesso tempo razionale e filosofica.

Il problema dell’ordine provvidenziale

Le istanze esistenziali, la sete di provare e dimostrare l’ordine provvidenziale dell’universo in cui ciecamente credeva, la fede salda radicata nel suo animo, la convinzione morale rigorosa e indissolubile dalla concezione politica, erano state alla base di ogni opera precedente e avevano presieduto ogni suo lavoro ma ancora non aveva trovato la realizzazione di quel ruolo intellettuale ed etico che egli sentiva intensamente di dover svolgere nella società presente, né soprattutto aveva trovato il genere letterario che gli potesse consentire di esplicare quella missione profetica rivelatrice che lo agitava dall’interno e che lo proiettava non solo verso gli uomini contemporanei, ma anche verso quelli del futuro, dei quali fu sempre preoccupatissimo.

Il teocentrismo

Malgrado la sua opposizione al potere teocratico della Chiesa e alla teoria teocratica in generale, Dante fu sempre convinto assertore del teocentrismo, persuaso che l’esistenza fosse un itinerario verso Dio e che la pagina terrena, che l’uomo era chiamato a vivere, fosse un pellegrinaggio, un esilio. La corruzione dei tempi offendeva la sua coscienza, il decadimento dei costumi lo portava ad avere previsioni apocalittiche, l’urgenza di una conversione degli uomini e di una rigenerazione della società lo incalzavano, come stimoli pressanti, per di più la stessa verifica della propria esistenza giovanile lo deludeva profondamente e lo spingeva a condannare ‘severamente se stesso, a giudicarsi un peccatore. Da questa inquietudine intensa, da questo bisogno di conversione personale, come esempio di conversione per gli altri uomini, da quest’ansia di purificazione e di emendazione della realtà nacque il disegno della Commedia, come itinerario di fede, suo personale, ma anche come cammino da indicare a tutta l’umanità, per redimersi e ritornare ad uno stato di grazia.

“Nel mezzo del cammin”

Il preambolo che all’inizio del poema Dante fa, circa la propria età ( Nel mezzo di cammin di nostra vita») e lo smarrimento nella « selva oscura» ci fornisce ulteriori dati per ricostruire i preliminari dell’opera: il poeta doveva avere trentacinque anni, si considerava dunque a metà dell’età media dell’uomo e si sentiva certamente ancora irretito in un’esperienza peccaminosa, o comunque al di fuori della rigida linea morale che si era andato costruendo nel tempo, linea che conduceva ad un punto sommo, in cui tutto convergeva e trovava la sua ragion d’essere, cioè Dio. A de cosa si riferisca effettivamente l’allegoria della «selva oscura» è difficile stabilire probabilmente alla, giovinezza trascorsa un po’ goliardicamente, con molti amici e molti amori, fino all’apparizione della «gentilissima» Beatrice, che divenne ispiratrice e guida della sua vita; o forse la selva oscura e lo sbandamento morale in cui cadde dopo la morte di Beatrice, che ella gli rimprovererà nel Purgatorio, precisamente nel Paradiso terrestre (canto XXXI).

Il peccato giovanile

Le ipotesi possono essere varie, di certo rimane il fatto che egli si condannava per una pagina negativa dei suoi anni giovanili, che nessuno potrà identificare con esattezza, con un episodio preciso, ma che senz’altro doveva riguardare un suo abbandono eccessivo ai beni mondani, da intendersi non soltanto come amori, dissipazioni, beghe politiche, ma attrazione per il razionalismo, la filosofia e la scienza. Nella Vita nova, del resto, egli aveva annunciato, alla fine del lavoro, che un’altra donna, un altro amore lo avevano preso, alludendo alla filosofia, come si chiarisce poi nel Convivio. Ciò lo aveva in qualche modo allontanato da Dio e Dante se lo rimproverava al punto da desiderare un’ascesa, una risalita del colle della grazia, per uscire da una condizione di pericolo per la sua anima.

Il viaggio

L’idea del viaggio, quindi, come iter verso Dio, attraverso un percorso che consentisse una graduale presa di coscienza del male, del mondo e dell’individuo, per arrivare alla totale purificazione  alla beatitudine della contemplazione di Dio, si collocò come idea centrale nel programma dantesco e come ferma volontà di compiere, mediante tale viaggio, un riscatto autentico, non solo immaginario, per sé e per tutti gli uomini. L’autore divenne così protagonista e il lavoro di scrittura si propose al suo ideatore come un’esperienza, straordinaria e vera, di redenzione personale e universale. Infatti, non v’è dubbio che mentre Dante, nella Commedia, come autore-viaggiatore, narra di sé, il viaggio si viene dinamicamente realizzando, momento per momento, come trasformazione e crescita spirituale di Dante stesso, il quale al termine dell’iter, sarà molto diverso, migliorato, rinnovato e rigenerato, uscito e scampato al pericolo, per raggiungere il possesso del bene e la liberazione definitiva dal male.

Discendono da questo carattere dinamico del poema, e dalla sua configurazione  come viaggio, due intrinseche necessità che presiedettero alla sua composizione: prima di tutto la necessità sentita dal poeta di sottolineare sempre l’eccezionalità della sua esperienza in quest’opera, di aver avuto l’occasione di apprendere, nel corso del tragitto, tante verità, di vario ordine (cosmologico, filosofico, morale,  religioso, politico, teologico ecc.) e di averle potute svelare agli uomini contemporanei e futuri; inoltre la necessità di mostrare il valore profetico delle sue parole, credendosi e presentandosi sempre come ispirato da Dio, anzi, a tal fine, le stesse invocazioni alle Muse e ad Apollo sono un seguo ed una prova della forza divina ispirante in cui ebbe fede il poeta. Si spiega quindi la visionarietà della Divina commedia, da intendersi certamente come una categoria interna a Dante: è sì la sua immaginazione, ma è anche la sua facoltà di credente che sommuove e agita la sua « alta fantasia», fino al punto di trasformarla in capacità visiva, o meglio visionaria. Tutto ciò che Dante vede nel mondo ultraterreno, lo vede veramente, sia pure con la sua mente, e lo rappresenta come reale ed autentico, riuscendo ad impressionare fortemente prima se stesso e poi i lettori.

La visione

Il viaggio è quindi soprattutto visione, non solo in senso lato, cioè visione profetica delle verità di fede, delle cause storiche, morali, politiche e religiose degli eventi, ma anche visione in senso stretto dei luoghi, delle anime, delle pene, delle beatitudini, dei dannati, dei purganti, dei beati, dei diavoli e degli angeli, dei santi e di Dio.

Da tali visioni e per mezzo di esse si realizza un apprendimento ampio, costante e comprensivo di ogni sapere, che ingigantisce ad ogni passo la figura di Dante, rendendola colossale e profetica, partecipe di un disegno divino che si compie in un’opera di scrittura, ma supera i confini del puro «letterario » per porsi come realizzazione di un piano universale di salvezza collettiva dell’umanità. Soltanto ad esseri eccezionali poteva essere concesso di divenire collaboratori e partecipi di un progetto divino, di un simile viaggio, e perciò Dante ribadisce il carattere dell’eccezionalità del viaggio, quando nel secondo canto dell’Inferno, si richiama a due personaggi della portata di Enea e San Paolo, che poterono, prima di lui, compiere lo stesso cammino ultraterreno, avendo una missione precisa, l’uno, politica (Enea scende nell’Averno per incontrare il padre Anchise che gli svelerà i segreti della discendenza romana a cui egli darà origine) e l’altro, religiosa (San Paolo discende all’Inferno perché dovrà rendersi conto, come si legge nel libro dell’Apocalisse, dei peccati del mondo, per attuare il suo apostolato). Dante riunirà in sé la missione di Enea e di Paolo, perché in virtù della grazia elargitagli da Dio, il suo eccezionale viaggio si svolgerà oltre che in funzione della sua personale salvezza, in funzione di quella universale degli uomini e, ancora, Dante, poeta-profeta, mediante la visio corporalis, poiché compie il viaggio in anima e corpo, potrà partecipare a tutti la rivelazione delle profonde verità conosciute.

Il significato del titolo Commedia

In quanto il viaggio doveva partire da una situazione difettosa e negativa, rappresentata dal peccato dalla selva oscura per concludersi con un lieto fine, cioè il raggiungimento del Sommo Bene, Dante intitolò il poema Commedia spiegando nell’epistola XIII a Cangrande della Scala, che si chiama invece tragedia un’opera che si conclude tragicamente (divina la definì, in seguito, Boccaccio, per la materia di cui trattava e per l’alto valore poetico).

La struttura del poema

La_struttura del poema è meravigliosamente unitaria, architettonicamente concepita come un complesso monocircolare di triplice livello: geografico-cosmologico, morale-religioso, storico. Potremmo dire che c’è una geografia fisica, della Divina commedia, una geografia metafisica e quindi morale e teologica, infine una geografia storica, direttamente riferibile al tempo di Dante, anche se sempre proiettata in un’ottica futura, perché profetica. Proprio dalla diversità e complessità della struttura, che rispondeva ad un’intima esigenza del poeta, legata a quella sua aspirazione all’unità e all’ordine (che, se vogliamo, erano anche le due categorie più tipiche della generale tendenza di tutta la cultura del Medioevo) derivano le diverse chiavi di lettura dell’opera, che poi non sono altro se non gli stessi quattro sensi della scrittura di cui il poeta aveva parlato nel Convivio): il senso letterale, per cui interpretiamo i versi che leggiamo in base al loro esplicito significato, traducendo letteralmente le parole e le immagini; il senso allegorico, che è quello più ampio e tipico del poema, in base al quale riusciamo a comprendere ciò che il diffuso simbolismo dell’opera vuol significare e il vero messaggio che il poeta ci vuol consegnare; il senso morale che non è racchiuso nelle singole parole o nei singoli versi, ma si estende a tutti i canti, alle figure, alle scene e all’intero poema, al viaggio stesso di Dante; il senso anagogico, vale a dire il significato universale di quanto il poeta ha scritto.

La Commedia e la Bibbia

Del resto, anche nell’epistola a Cangrande della Scala, Dante conferma che il significato dell’opera non è semplice perché essa è a carattere polisenso, cioè ha
più significati: il primo si definisce letterale, gli altri sono l’allegorico, il morale o anagogico. Per meglio chiarire inoltre la scrittura del poema, nella stessa epistola veniva citato questo versetto biblico: «Quando Israele uscì dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, la nazione giudaica fu consacrata a Dio e dominio di Lui divenne Israele». Con ciò viene stabilita una stretta relazione tra la Commedia e la Bibbia, secondo l’uso medioevale, quindi viene ribadito il valore essenzialmente spirituale del lavoro.

Riguardo poi al versetto citato, se lo consideriamo alla lettera, esso ci parla dell’uscita dei figli di Israele dalla schiavitù dell’Egitto ai tempi di Mosè, se ne cogliamo l’allegoria, vediamo la rappresentazione della nostra redenzione operata da Cristo; se, infine, ci soffermiamo sul significato morale, quel versetto allude alla conversione dell’anima che dalla miseria del peccato perviene alla grazia e di conseguenza, il significato anagogico è il passaggio dell’anima santificata, dalla servitù alla libertà della gloria eterna.

Tutto il cammino di Dante, dunque, attraverso i tre regni, va letto secondo quanto egli stesso propone, un cammino di liberazione, in exitu Israel de Aegipto, dalla «selva oscura», alla luce immensa dell’Empireo. La materia del poema verte sì sulla condizione delle anime dopo la morte, in base al senso letterale, ma in base agli altri sensi, coinvolge come soggetto in prima persona l’uomo, che col suo merito, o la sua colpa, tramite il libero arbitrio, merita il castigo o il premio divino. Sempre nell’epistola, Dante dà al poema il titolo, con un’espressione latina, che tradotta, suona così: «Qui comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino per nascita, non per costumi». Emblematico il riferimento alla sua patria, che mette in evidenza tutto l’amaro risentimento e l’astio che egli prova per una città che pur tanto ama e che vede precipitata nella corruzione politica e morale.

Sposta poi l’attenzione il poeta, nella sua lettera-trattato a Cangrande, sulle differenze tra la commedia e la tragedia, precisando la diversità dei due stili: elevato e sublime quello della tragedia, umile e dimesso quello della commedia, secondo i dettami dell’Ars poetica di Orazio.

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Riassunto Canto XXXIII Paradiso

Empireo. Visione della Divinità

Ormai il poeta si appresta a contemplare il punto terminale della cattedrale in cu s’è aggirato osservando le indicazioni e i segni che portano alla divinità. E all’incontro decisivo con Dio lo prepara San Bernardo attraverso la preghiera ch’egli rivolge alla Vergine, suprema e insuperabile mediatrice. La preghiera si svolge in due tempi che unitariamente convergono nell’avvertimento che l’uomo se vuole veramente staccarsi dalle deviazioni etico-politiche, deve affidarsi alla guida religiosa che è l’unica in grado di fargli superare la sproporzione tra il finito e l’infinito. Della necessità della guida è qui segno rivelatore Maria, tramite indispensabile tra l’uomo e Dio, sintesi di ogni virtù. A questo punto la preghiera converge su Dante, sul guidato, simbolo dell’umanità che, dopo lo smarrimento, attraverso le tre guide ritrova le vie della luce e ora si avvia a vedere “ l’ultima salute “. Questo è l’insegnamento che egli deve recare agli uomini: vincano le passioni, si adeguino all’insegnamento evangelico, umilmente si compongano sotto la cupola della Grazia. Questo è il senso della preghiera che non è del solo Bernardo ma di tutti i beati che silenziosamente in una sorta di coro muto, con le mani giunte accompagnano e sottolineano le parole dell’oratore. La Vergine accoglie la preghiera e Dante è pronto ad accogliere il beneficio della visione di Dio: la sua vista si accresce, di pari passo si attenua la sua capacità espressiva; anche la memoria ha registrato pochissimo di quel momento: è restata solo un’impressione di infinita dolcezza, quale si prova talvolta dopo un sogno. Comunque vide e ricorda che, se davanti a quella luce così acuta avesse distolto gli occhi, sarebbe rimasto come abbacinato. Vide prima un punto, poi tutto l’universo ordinato e legato in un vincolo di amore, nel profondo dell’essenza divina. Per l’aumentata potenza visiva vide poi il miracolo della Trinità, tre cerchi di tre colori e della stessa dimensione. E alla fine vide anche il mistero dell’Incarnazione e della coesistenza nella stessa persona delle due nature, divina ed umana. Impossibile ogni tentativo di rappresentazione razionale di quel mistero: inutile come il tentativo del matematico di far quadrate il cerchio. Alla visione del mistero si giunge solo attraverso il momento mistico della folgorazione, per una concessione della Grazia. Ed in quel momento — fuori del tempo Dante visse l’esperienza dei beati e vide l’ordine dell’universo e conobbe l’equilibrio dell’intelligenza e della volontà. « Il poeta ha affrontato la più ardua delle sue imprese, ché la rappresentazione doveva ora comunicare la vibrazione profonda, il turbamento radicale, l’esaltazione ineffabile di un’esperienza visionaria in cui culminavano tutte le precedenti visioni ed estasi descritte nel poema. Infatti ora egli chiede a Dio stesso aiuto a ricordare e a comunicare. Il motivo del chiarirsi progressivo della realtà dell’oggetto contemplato evidenzia l’impegno soggettivo di progressiva conquista e la pienezza e ricchezza di realtà della sostanza divina. Alla descrizione segue immediatamente, momento per momento, l’espressione intensamente esclamativa dello stato interiore del veggente o dell’impotenza rappresentativa del poeta, tanto più efficace quanto più giuocata sul ripetersi insistente ed inesauribile del medesimo giro di idee. La diffusione e durata maggiore di questo momento rispetto alla rappresentazione degli oggetti del vedere esprime, indirettamente, l’insostenibile sopraffazione esercitata dall’oggetto, quasi ricordato appena e subito abbandonato per liberare nello sfogo dell’esclamazione lo spirito, oppresso nel ricordo dall’intensità dei contenuti della sua esperienza. Ma la maggior suggestione comunicata dalla situazione proviene dalla novità della condizione di Dante, che è per la prima volta solo dinanzi al trascendente, sospeso tra l’unione pacificante e il totale smarrimento. Così la rappresentazione esprime il senso di spasimo e di gaudio insieme proprio della visione prima della finale assunzione nell’ordine universale. Esprime anche, come stato attuale del poeta, l’esaltazione del ricordo e la pena dell’oblio e dell’insufficienza ».

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Riassunto Canto XXVI Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Dante è esaminato sulla carità da San Giovanni

Quale è l’oggetto della carità? chiede il santo. Principio e fine dello spirito di carità, risponde Dante, è Dio, il bene supremo. Quali ragioni lo spingono ad amare Dio? da quali fonti gli è ispirata la carità? L’ispirazione, risponde il poeta, gli giunge dagli argomenti filosofici e dai testi sacri, i quali mostrano che Dio in quanto bene supremo, desta l’amore di sé e tanto più quanto maggiore è il bene stesso. Perciò chi sa scorgere la verità necessariamente deve volgere il proprio amore verso Dio che supera ogni altro bene, poiché ogni altro bene è un riflesso del bene supremo che è Dio. Questa verità gli giunge dalla filosofia di Aristotile, il quale dimostra che Dio è il termine delle sostanze create immortali, e quindi dell’anima; gli giunge dalla voce di Dio che a Mosè disse: « Io ti indicherò ogni bene », da San Giovanni che nell’Apocalisse descrisse il mistero del paradiso. Altra domanda: oltre agli argomenti dedotti dalla filosofia e dalla Rivelazione ci sono altre ragioni che lo inducono ad amare Dio? Tutte le ragioni, risponde Dante, hanno contribuito a destare in lui il sentimento di amore di Dio: e tra queste l’esistenza del mondo, la sua stessa esistenza, la morte di Gesù per la redenzione degli uomini, la speranza della beatitudine. Amando Dio, aggiunge, egli ama anche il prossimo, sempre in relazione alla Grazia che vi trova. Un inno di lode si alza dai beati: anche questa prova è stata superata.

Un altro lume si aggiunge ai tre apostoli: è Adamo che risponde alle domande del poeta: quale la vera causa del lungo esilio dal paradiso terrestre? Non fu cacciato, risponde, per aver assaggiato il frutto dell’albero: ma per aver trasgredito il limite imposto da Dio. Da quanto tempo risale la sua creazione? Per 930 anni rimase in terra e per 4032 nel limbo. Quale fu la lingua da lui creata ed usata? Una lingua che si spense prima che si operasse k. confusione delle lingue, in conseguenza del tentativo dei Giganti di alzare la torre di Babele. Anche la lingua, come le altre cose dell’uomo, si trasforma, muta, muore. Prima che lui scendesse nel limbo Dio era detto I, poi El. Quanto tempo rimase nel paradiso terrestre? Appena sette ore.

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Riassunto Canto XXV Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Dante è esaminato da San Giacomo sulla speranza

Dall’approvazione di San Pietro, Dante si sente stimolato ad una professione di fedeltà alla religione cristiana: la sua fede è la stessa che gli fu data quando bambino ebbe il battesimo nel Battistero della sua città, dove ora dopo tante sofferenze vorrebbe tornare. Se mai dovesse accadere, dice, che io per i meriti acquisiti con questo mio poema intorno al quale mi sono impegnato con l’aiuto della Grazia, ritorni in patria dall’esilio, vi tornerei ben diverso da quello che ero in gioventù, con più nobile ed alta forza poetica e vorrei essere incoronato poeta sul fonte dove fui battezzato: ed è giusto che per questo mio poema abbia la corona.

Dalla corona di beati si stacca la luce di San Giacomo apostolo che deve interrogare Dante sull’essenza della Speranza. Che cosa è la speranza? in qual misura Dante la possiede? donde gli è giunta? Alla seconda domanda risponde Beatrice per Dante: non c’è altro fedele che più del suo amico abbia speranza, tant’è che Dio gli ha concesso di salire vivo in paradiso. Alle altre domande risponde Dante con l’atteggiamento del buon discepolo. La speranza è la sicura attesa della gloria futura, frutto della grazia divina e delle buone opere compiute. La speranza (e così risponde alla terza domanda) gli giunge ispirata da molte fronti e in particolare dai Salmi di Davide che cantò: Sperino in te coloro che conoscono il tuo nome! ed anche dalle Epistole di San Giacomo. Questi approva la risposta e richiede: che cosa promette la speranza? Promette al credente la piena ed eterna beatitudine dell’anima e del corpo. Il canto dei beati conferma il superamento dell’esame. Ora, a San Pietro e a San Giacomo che danzano in cerchio, si unisce un altro beato, che entra nella danza con la letizia con cui una giovane entra nel ballo per festeggiare ed onorare la novella sposa. È San Giovanni, l’apostolo che posò la testa sul petto del maestro nell’ultima cena. Dante vorrebbe vederne il corpo: difatti c’era la credenza che l’apostolo fosse asceso al cielo col corpo. Il Santo gli dice che solo Cristo e Maria ebbero questo privilegio. Ed è bene che questo si sappia in terra, perché gli uomini non si abbandonino a false credenze.

Dante intanto si volge a Beatrice ma questa è così luminosa che egli resta abbagliato.

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Riassunto canto XXIV Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. San Pietro esamina Dante sulla fede

A San Pietro che è l’anima più alta nella gerarchia di beati dopo Maria, Beatrice chiede che esamini il suo discepolo sulla fede, la prima delle virtù teologali. Non si dimentichi che Dante deve tornare in terra e deve dare agli uomini sulle virtù l’interpretazione autentica, quella che gli deriva dalle fonti stesse della religione. Come lo studente di teologia che si prepara alla risposta, mentre il maestro pone la domanda, così Dante in silenzio prepara le sue argomentazioni. Che cosa è la fede? domanda il santo. E Dante, citando le parole di San Paolo, risponde: la fede è la sostanza, il fondamento delle cose che si sperano, cioè della salvezza eterna. Ma perché, chiede il santo, la fede è stata definita sostanza ed argomento perché, risponde il poeta, gli alti misteri della vita eterna sono invisibili agli occhi degli uomini, e solo per fede possono essere accettati, sopra questa fede si basa la speranza della beatitudine, perciò la fede prende nome di sostanza. Da questa fede ci deriva la certezza delle verità eterne senza che vi sia il bisogno di ricorrere a prove sensibili: per questo la fede assume il nome di argomento, di prova. Ma lui, Dante, possiede la fede? Sì, risponde il poeta: la possiede, intera, lucida, libera da ogni dubbio. E donde gli viene la fede? Dallo Spirito Santo, che diffonde la sua luce nei libri del Vecchio e del Nuovo Testamento. Ma perché — chiede ancora il santo — Dante ritiene che le sacre scritture derivino la loro ispirazione da Dio? Perché, risponde il poeta, lo testimoniano i miracoli: se il mondo si fosse convertito al Cristianesimo senza miracoli, questo fatto sarebbe di per sé estremamente probante: è il più grande miracolo della storia che gente umile come gli apostoli, con la forza della povertà e dell’astinenza, abbiano fondato la Chiesa. Ultima domanda: che cosa credi e per quale ragione? Credo, dice il poeta, in un Dio solo ed eterno, che tutto muove e da nulla è mosso, e di cui si hanno prove fisiche e metafisiche. Credo nella Trinità, in tre persone che sono un solo Dio. Le risposte sono corrette, e San Pietro benedice il poeta e gli gira intorno tre volte.

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Riassunto Canto XXIII Paradiso

Cielo ottavo o delle stelle fisse. Trionfo di Cristo e di Maria

Canto di trionfi questo, che si sintetizzano in un trionfo, quello più importante e centrale nella vita dell’uomo, quello che si consegue sulla cupidigia, sulla brama di potere economico, sulla società che del denaro fa il suo nume tutelare, e respinge il momento religioso morale. E se nella visione cristocentrica propria del cattolicesimo il trionfo supremo è quello di Cristo, è ugualmente vero che della sua vittoria sul peccato godono, vittoriosi anche loro, Maria, la rosa mistica, gli apostoli e tutte le anime di ogni tempo, anche di quello che verrà fino alla cessazione del mondo. E questo triplice trionfo (anche se il poeta si sofferma con maggiore forza e convinzione su quello di Maria) è così esaltante, riempie l’anima di così alta soddisfazione che ad esprimere la commozione che ne deriva spesso le parole sono inadeguate. Per questo il canto si ritma su una serie di osservazioni e di ritorni sull’inettitudine della parola del poeta, il quale, nell’accostarsi al tema dell’infinita bellezza e perfezione divina, per dare a sé e ai lettori il senso di quella straordinaria esperienza ricorre a similitudini tratte dalla osservazione della realtà terrena; e questi paragoni, scelti tra i più significativi a rendere il senso di pienezza da cui l’anima del poeta si sente investita nel viaggio attraverso il paradiso, danno al canto una caratteristica unica in tutto il poema. Con un delicato paragone tra Beatrice vigile e attenta e l’uccello che all’alba si colloca su una aperta frasca in attesa che il cielo si schiarisca e gli dia la possibilità di cercare il cibo per i piccoli, si apre il canto: quasi a sottolineare il primo sentimento dominante che è quello della vigilanza e dell’attesa. La scena poi si dilata ed è sottolineata dal sentimento di gioia impaziente proprio di una madre provvida ed attenta: su questo tema della madre che ritorna con insistenza il canto si avvia alla celebrazione della figura di Maria, la più alta delle creature, ma soprattutto madre che non può privarsi della vista del figlio. Lo splendore di indicibile bellezza che come un punto estremamente luminoso concentra la luce ed attrae l’attenzione del poeta, è paragonato alla notte che illumina il cielo punteggiato di tante stelle. La luce che in sé concentra ogni altra luce è quella di Cristo: le luci che l’accompagnano sono dei beati, delle anime che Cristo strappò alla morte e al limbo e che ora costituiscono il segno visibile del suo trionfo sul peccato. Dante si smarrisce e più non sa dire ciò che di lui avvenne. È questo uno degli esempi di esperienza mistica, di contemplazione dell’munito, di totale rapimento: l’anima vive un’esperienza eccezionale, si pone in contatto immediato con la divinità; tornata alle sue esperienze quotidiane più non sa riferire l’oggetto della visione: l’infinito non può essere contenuto dal finito. L’unica cosa che resta è l’impressione gioiosa di aver vissuto un momento di vita incredibile, cui si congiunge lo sgomento per ciò l’uomo ha visto spalancarsi per un attimo, non misurabile in termini temporali. Ma Cristo dopo la rapida apparizione ritorna all’Emireo: Dante ora può osservare i beati, come durante una giornata di nuvole e sole si può vedere, stando in una zona d’ombra, un prato coperto di fiori e i raggi scendere su di esso: non si può vedere però la sorgente della luce. Ora l’anima più luminosa è Maria, più alta di ogni altra anima beata perché madre di Cristo. Dante qui accoglie e fa sua la tendenza affermatasi verso il Mille, di fare della Vergine, la creatura più vicina a Dio, la mediatrice tra Dio e l’uomo, colei che accoglie misericordiosamente le preghiere degli uomini, e le presenta al Creatore. Questo culto ebbe poi importanza grandissima neleattolicesimo, in particolare in quello italiano. Sollecitata dalla preghiera dei beati, Maria tra il canto di tutti si alza per salire all’Empireo. Dei beati che restano ora il più luminoso è San Pietro: ed è suo il terzo trionfo del canto.

Del quale canto, così medievale nell’impostazione (il trionfalismo del cristianesimo che al tempo di Dante sembrava non aver rivali, la celebrazione di Maria e quella di San Pietro, la contemplazione mistica e sgomenta, l’atmosfera chiesastica) si può rilevare anche un altro elemento: il lettore sembra assista ad un rito, ad una sacra rappresentazione: da un lato il pubblico dei fedeli devoti e attenti (Dante), dall’altro la presentazione in processione del sacerdote gerarchicamente più alto (Cristo), poi degli altri, alcuni dei quali primeggiano, altri fanno corteo.

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Riassunto Canto XIX Paradiso

Cielo sesto o di Giove. Spiriti giusti

Dante ha ora di fronte a sé l’immagine grandiosa di un’aquila contesta di tante anime beate: ognuna sembra un piccolo rubino che riflette negli occhi del poeta la luce del sole. L’aquila simbolo della giustizia che deve essere la virtù fondamentale degli uomini al comando dell’impero e del potere politico, parla al singolare come un individuo dotato di vita personale non come l’aggregato di tante anime. Mentre parla, il becco si apre e si chiude. Simbolicamente Dante fa parlare, uniti in una sola indivisibile entità, tutti i grandi che fecero l’Impero attraverso l’esercizio della giustizia. In terra, essa dice, esercitai giustizia e misericordia: perciò ora sono qui innalzata alla gloria celeste, in terra lasciai tale ricordo di me che perfino i malvagi e gli ingiusti lodano le mie imprese, ma non seguono il mio esempio. intanto Dante è assalito da un forte dubbio, che d’altra parte lo tormenta da molto tempo e a cui in terra non ha potuto trovare risposta; e lo espone ai beati che gli appaiono come perpetui fiori della beatitudine eterna: coloro che per impedimento indipendente ‘dalla loro volontà non conobbero la fede cristiana devono essere dannati? Colui che nasce sulle rive dell’Indo, dove non è chi parli, insegni o scriva di Cristo, deve essere inviato all’inferno, nonostante la nobiltà la positività della sua vita morale, nonostante la ricchezza della sua vita intellettuale? Il cristianesimo dice che l’uomo si giustifica solo per la fede in Cristo: ma è giusto che Dio condanni i bambini morti senza battesimo o gli uomini che furono giusti ma non conobbero la fede? Alla domanda del poeta l’aquila come falcone che liberato dal cappuccio muove la testa ed agita le ali, esprimendo così la sua smania di volare, rivela attraverso il suo dolcissimo canto la gioia di soddisfare la richiesta di Dante. Poi così argomenta: «Dio che traccia i confini dell’universo, alcune cose ‘rendendo visibili, altre lasciando occulte, non poté ‘imprimerci la sua potenza creativa in termini tali che le cose fossero chiare ‘espressioni dell’intervento creativo; le cose create sono, nonostante tutto, sempre inferiori allo” stampo del Creatore o. Ne è una testimonianza il fatto che Lucifero, insofferente per superbia, .non attese di essere perfezionato e cadde nell’inferno, immaginarsi poi se le creature che furono create inferiori a Lucifero sono in grado di comprendere l’incommensurabile bene divino. C’è un abisso di differenza quantitativa e qualitativa tra l’intelligenza del Creatore e quella delle creature: queste raggiungono solo ciò che loro sì offre attraverso l’esperienza sensibile. A capire questo concetto valga un esempio: l’occhio dell’uomo vede il fondo del mare stando sulla riva, non lo vede più se si trova in alto mare; non c’è dubbio che anche lì c’è un fondo, che però la ,profondità marina sottrae alla vista. Così l’intelletto dell’uomo:, può vedere solo quando è soccorso dalla Grazia, e solo quel tanto che questa gli illumina. Non si stupisca il poeta, perciò, se anche a proposito del suo ultimo dubbio non è in grado di penetrare le segrete decisioni della giustizia divina. E poi non dimentichi Dante che anche egli è uomo come gli altri, limitato e ottenebrato, e non presuma di poter spaziare oltre i confini consentiti. Sarebbe un presuntuoso se volesse salire sul seggio del giudice per giudicare di cosa infinitamente lontana dalla sua intelligenza umana, quando si sa che l’uomo ha una vista che non va al di là di un palmo? Certamente per colui che ragionando del mistero della giustizia fa sottili questioni ci sarebbe motivo di dubitare, se a guidare gli uomini non ci fosse però la Sacra Scrittura.’ è la Rivelazione a dare certezza e ad invitare a dubitare dell’apparenza. « Oh uomini che vivete come bruti! oh menti ottuse! La volontà’ divina che è buona per se stessa non si mai allontanata dal suo principio che è il sommo Bene. È giusto tutto ciò che si conforma alla volontà divina: nessun bene creato può attrarre a sé la volontà divina, anzi essa, irraggiandosi sulle cose, genera in esse il bene ». (La risposta dell’Aquila non si affida ad argomenti razionali: è piuttosto un invito deciso a credere’ nella bontà di Dio che è sicuramente giusta: il dubbio non può essere risolto ed un credente deve solo assoggettarsi anche perchè persuaso della propria limitatezza). Come la cicogna dopo aver nutrito i suoi piccoli vola sul nido ed intanto il cicognino sazio volge gli occhi a lei, così’ fece l’Aquila. Mosse le ali e il poeta alzo verso di lei gli occhi. Poi aggiunse: è vero, in paradiso giungono solo coloro che credono o credettero in Cristo. Ma è anche certo che la Grazia divina agisce per vie imperscrutabili. Nel giorno del giudizio saranno da lui molto più lontani dei pagani quei molti cristiani che invocano ad ogni momento Cristo e dentro di loro lo respingono. Anche un etiope infedele potrà condannare cristiani di nome ma non di fatto quando nel giorno del giudizio si divideranno le due schiere. Allora aperto il libro dove Dio registra i meriti e le colpe di ogni uomo si leggeranno tra i nomi dei cristiani falsi quelli dei cattivi principi d’Europa: di Albert
di Asburgo, che invase il regno di Boemia, di Filippo il Bello, che coniò monete false, dei re di Inghilterra, di Scozia, di Spagna, di Carlo Il d’Angiò, di Giacomo II di Aragona dei re del Portogallo e di Maiorca, della Croazia e della Norvegia.

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Riassunto Canto XIII Paradiso

Quarto cielo o del sole. La sapienza di Salomone

Nel paradiso ci sono degli spettacoli di così rara bellezza e di così eccezionale luminosità che il poeta non trova nella sua esperienza di uomo e di scrittore termini di raffronto, né un linguaggio adatto a riferirli anche approssimativamente. Tale è lo spettacolo delle ventiquattro anime che si dispongono in due corone, le quali,dopo il discorso di San Bonaventura, riprendono la danza e il canto. Offrono allo sguardo incantato del poeta l’immagine che si potrebbe avere se le quindici stelle di prima grandezza, quelle dell’Orsa Maggiore e dell’Orsa Minore, formassero due costellazioni simili a quella in cui fu mutata alla sua morte Arianna, se fossero concentriche e ruotassero in direzione opposta. Solo per questa via il lettore può avere un’idea della danza delle ventiquattro anime che ruotano attorno al poeta e alla sua guida. D’un tratto, moto circolare e canto cessano, e nel silenzio si ode la voce di San Tommaso che riprende a parlare per risolvere il secondo dubbio di Dante. Il primo riguardava la limitazione posta dal santo a proposito dei domenicani, il secondo nasce da ciò che lo stesso santo aveva detto di Salomone e cioè che per sapienza era da ritenere superiore ad ogni uomo di ogni tempo. Dante invece ritiene che per sapienza siano superiori Adamo e Cristo (come uomo), in quanto ebbero la perfetta sapienza umana. San Tommaso precisa e chiarisce: tutte le creature sia le incorruttibili, non destinate a morire, sia le corruttibili, soggette al potere della morte, non sono che un riflesso di quell’idea (il Verbo) che Dio genera con un atto d’amore. Il Verbo concentra la sua luce nei nove cori angelici e da questi attraverso i cieli discende fino agli elementi del mondo terrestre. Ma in terra gli elementi recano impressa l’Idea divina in misura maggiore o minore: e questo fatto spiega come alberi della stessa specie diano frutti diversi e gli uomini nascano con temperamenti diversi. Se per ipotesi (ma la cosa non può avvenire dopo il peccato di origine) la materia, investita dall’azione dei cieli, fosse nelle migliori condizioni per essere plasmata e se il cielo fosse nel pieno della sua potena plasmatrice, lo stampo divino si esplicherebbe in tutto il suo splendore e nella sua massima efficacia. Ma l’azione plasmatrice dei cieli opera in modi imperfetti, così come in terra capita all’artista che conosce la propria arte, ma la cui mano è malferma ed incapace a tradurre in figure perfette le forme vagheggiate nella sua mente. Se però lo Spirito Santo imprime sulle creature la luce del Verbo che procede dal Padre, allora in essa si ha tutta la perfezione possibile. Così nacque perfetta la natura, la terra di cui Dio si servì per creare Adamo; così perfetto fu generato Cristo e per questo si spiega come Adamo e Gesù siano stati dotati di tutta la perfezione possibile. Ma questa conclusione si pone in contrasto con l’affermazione che Salomone non ebbe uno pari in sapienza. Il poeta, aggiunge San Tommaso, dimentica che la sapienza che Salomone chiese ed ottenne da Dio fu quella di re, necessaria a governare secondo giustizia. In conclusione, Salomone deve dirsi il più sapiente dei re: sapiente della sapienza politica non di quella filosofica o teologica. Il dubbio è risolto, però il santo prende occasione dall’avventatezza del giudizio di Dante circa le parole pronunciate dallo stesso santo a proposito di Salomone per dare un ammonimento: prima di pronunciare giudizi sommari procedi coi piedi di piombo, va aiuto e lento nell’affermare o negare ciò che non puoi distinguere con chiarezza. Accade spesso che un giudizio frettoloso induca all’errore e poi che l’amore verso la propria opinione impedisca all’intelletto di ricredersi, di sottoporla ad un esame spregiudicato. Colui che pesca nel mare della verità e non conosce l’arte della ricerca della verità, si allontana dalla riva inutilmente: parte ignorante ma torna carico di errori. Ne offrono chiaro esempio i filosofi greci Parmenide e Melisso, il matematico greco Brissone e gli eretici Sabellio ed Ano. Gli uomini non procedano con eccessiva sicurezza che diventa leggerezza e presunzione quando giudicano, come fanno coloro che valutano la messe prima che sia giunta a maturazione. Nella mia esperienza, dice San Tommaso, ho visto durante l’inverno un pruno apparire secco e spinoso, e poi, in primavera, con una rosa sulla cima: altra volta ho visto una nave sicura e veloce naufragare all’ingresso nel porto. Non credano donna Berta e ser Martino (persone di nessun rilievo), per il fatto che vedono uno rubare, l’altro dare elemosine, di poter sapere come Dio li abbia giudicati: il ladro può salvarsi, la persona pia perdersi.

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Riassunto Canto XII Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Elogio di San Domenico e condanna dei francescani

Non appena San Tommaso ha posto termine alle sue parole di dura condanna della corruzione dei domenicani, una nuova corona di dodici anime si dispone attorno alla prima, con la quale, all’unisono, danza e canta. Nel paradiso tutto è dimostrazione di concordia, di pace, di armonia. A un certo punto le due corone si fermano, e dall’interno della nuova corona si alza una voce che richiama l’attenzione del poeta con la stessa irresistibile forza con cui l’ago della bussola si muove in direzione della stella polare. L’anima che si dice francescana vuole rispondere alla cortesia del domenicano Tommaso e tessere l’elogio di San Domenico. È giusto che Francesco e Domenico vengano esaltati insieme: combatterono e soffrirono in terra negli stessi anni per lo stesso fine. Quando Dio spinto da misericordia volle venire in aiuto all’umanità deviata, inviando due forti campioni della fede, la cristianità che pur era stata redenta procedeva nei dubbi e nell’errore: pochi, sparuti i gruppi di veri cristiani. A questo punto, aggiunge San Bonaventura, (l’anima che parla è lui), nacque Domenico in Spagna e precisamente in Castiglia, nella città di Calaruega. Presto si rivelò destinato a fare grandi cose: aveva la statura morale dell’atleta, del campione benevolo coi cristiani ma implacabile con i nemici della fede. L’anima sua era ancora nel grembo materno, ma colma com’era di virtù rese la madre capace di predire i frutti straordinari che sarebbero nati dal santo : infatti essa sognò che avrebbe dato alla luce un cane bianco e nero (i colori dell’abito domenicano) con una fiaccola in bocca (segno dell’impegno del santo). Altro indizio della eccezionale grazia che accompagnava il neonato si ebbe all’atto del battesimo: la madrina in sogno vide il bambino con una stella in fronte (segno della luce ch’egli avrebbe diffuso. La predestinazione fu evidente anche nella scelta del nome: fu chiamato Domenico ad indicare che era tutto del Signore (Dominus). Il primo sentimento che rivelò fu per l’umiltà e la povertà; spesso fu trovato dalla nutrice, desto e tacito in terra come volesse dire: sono venuto per vivere in umiltà e povertà. Presto si dedicò agli studi di teologia e si fece dottissimo non per conseguire beni ed onori, dietro i quali ora molti, troppi in terra si mettono: quanti medici e quanti giuristi per lucro! Il suo intento di studioso fu quello di attendere alla vita e alla difesa della Chiesa. Per questo alla Santa Sede, che in altri tempi fu più generosa di quanto oggi non sia, con i poveri, e precipita verso la corruzione non per colpa dell’istituto pontificio ma del papato, sì lontano dai suoi doveri, egli chiese non di trattenere per sé buona parte dei frutti dei beni destinati ai poveri, non una carica vescovile, non prebende e privilegi traducibili in denaro, ma il permesso di combattere contro gli eretici che minavano la società cristiana. Fu lui, infatti, tra i sostenitori della crociata contro gli Albigesi, la setta ereticale stanziatasi in Provenza e che fu impietosamente distrutta dall’azione dei crociati francesi. Ottenuto da Onorio III, papa, il riconoscimento del suo ordine monastico, si mosse con l’impeto di un torrente che sgorga da una sorgente profonda: la sua predicazione si abbatté sugli eretici di Provenza con forza incontenibile. Da lui, dalla sua predicazione e dalla sua attività organizzativa nacque la grande famiglia che si disse dei frati predicatori e che noi diciamo domenicana. Dunque Francesco e Domenico furono i due grandi pilastri della rinascita della Chiesa: l’uno distintosi per lo spirito di povertà, l’altro per l’energia con cui condusse e vinse la guerra contro gli eretici. Ma la traccia segnata da lui e dai suoi seguaci ora è stata abbandonata: così anche quella segnata da Francesco. L’ordine francescano, se si fa un paragone tra quel che era all’inizio e quel che è ora, si potrebbe dire capovolto. I francescani fedeli all’esempio del fondatore sono molto poveri. Dietro l’esempio di Ubertino da Casale e di Matteo di Acquasparta 1 ordine si e fatto assalire da furia autodistruttiva e si e scisso in due gli spirituali che vogliono una più rigida difesa della regola, i conventuali, più lassisti. A questo punto Bonaventura presenta gli spiriti della corona: Illuminato da Rieti, Agostino di Assisi, Ugo da 5. Vittore, Pietro Mangiadore (teologi questi ultimi due), Pietro Ispano, medico e teologo, Natan, profeta ebraico, Giovanni Crisostomo, patriarca di Bisanzio, Sant’Anselmo d’Aosta, filosofo, Elio Donato, grammatico. Infine il teologo Rabano Mauro e l’abate calabrese Gioachino da Fiore, che ebbe il dono della profezia. L’elogio è finito e anche se è stato pronunziato da un solo beato vi hanno partecipato tutti i beati della corona, come rivela la loro intensità luminosa.

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Riassunto Canto XI Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Spiriti sapienti. Elogio di San Francesco

Alla conclusione del discorso di San Tommaso le anime si abbandonano ad una danza e ad un canto in cui si esprimono la loro concordia e la loro carità con lo stesso armonico accordo con cui si muovono le corde dell’orologio, le quali risonando invitano i monaci all’operosità e alla meditazione. Felici dunque coloro che come i monaci si chiudono nell’intimità e nella mistica contemplazione che aprono le strade al paradiso! In contrasto totale con lo spettacolo dei beati è quello di coloro che in terra si lasciano trascinare dall’avidità e gareggiano per la conquista di beni mondani: e sono ecclesiastici, giuristi, medici, politici, mercanti, tutti uniti nella ricerca dell’ozio e dei piaceri della carne. Polemico dunque, l’avvio del canto, verso la società antitetica ai valori di cui si alimenta il paradiso. A quei valori che Cristo consegnò agli uomini e dei quali diede personale testimonianza restò fedele San Francesco, il vero modello di santo e di uomo, che dopo il traviamento giovanile seppe trovare nel ritorno all’esempio di Cristo la risposta giusta ai problemi di una società lacerata e divisa dalla prepotenza e dalla avidità di gioie consumistiche.

La sua risposta si articolò in forme complesse ma nella sua essenza essa si presenta in questi termini:

  1. alla corsa al denaro e al potere economico che davano ai mercanti (e il padre di Francesco era un mercante) forza sopraffattrice e inclemente Francesco oppose l’ideale della povertà: e non tanto o soltanto quella che può coincidere con la miseria, quanto quella spirituale di attiva capacità della persona di respingere ogni legame con gli interessi terreni, con le sue lotte per il potere: da questa interiore capacità di volontario e sofferto ripudio dei beni nasceva anche il rifiuto delle ricchezze come elemento non solo inessenziale ma antitetico alla vita morale e religiosa. Sulla povertà intesa in questo senso, Cristo impostò il suo insegnamento; lo stesso fece San Francesco che a Dante appare come l’unico cristiano che si sia fatto interamente simile’ al maestro;
  2. alla violenza della guerra quotidiana, fatta di sangue e di intolleranza, egli oppose la non violenza, la tolleranza: non disse mai ai suoi seguaci: siate come sono io, ma ognuno sia fedele a Cristo nel modo che gli è consentaneo;
  3. alla crociata armata oppose la sua crociata di predicatore disarmato che in Oriente reca al Sultano il messaggio di Cristo, fatto di amore della povertà. Per tale via egli si presenta radicalmente diverso dal modello personale e sociale dell’uomo del Medioevo: non mercante ricco e potente, ma religioso umile e povero, non uomo della violenza ma della carità, non guerriero ma crociato della persuasione. C’è però nel Francesco di Dante qualche atteggiamento che non è proprio del santo storicamente definito, ma piuttosto del personaggio che il poeta ha in qualche modo “manipolato” e ricondotto ad una dimensione più dantesca che francescana: il santo non è il poverello che colloquia con gli uccelli ma il guerriero che affronta il padre, che risoluto celebra le nozze con la Povertà, che con fermezza regale chiede ad Innocenzo il consenso per un ordine fondato sulla durezza della regola, che va a sfidare il Sultano e a predicare in sua presenza la fede di Cristo, che si rifugia sulla cruda cima di un monte e vuol morire sulla nuda terra. Dante si è servito per quest’episodio dei testi fondamentali del francescanesimo, delle vite del Santo scritte da Tommaso da Celano e da San Bonaventura. Dall’episodio scaturisce l’immagine di un santo intento ad un compito eroico, che trascorre per il mondo, in apparenza mite, in sostanza in polemica con il corrotto costume della sua società, quella ecclesiastica e quella civile, sempre richiamando (ed è qui l’affinità con Dante) al grande ideale di Cristo: di povertà, di tolleranza, di non violenza.

Terminato l’elogio di San Francesco, Tommaso lancia un’invettiva contro i suoi confratelli domenicani: nel canto che segue il francescano Bonaventura rampognerà i francescani. L’ispirazione che regge i canti XI e XII è identica: Dante vuole ancora una volta sostenere che la fonte di ogni male è la cupidigia e che questa ha contagiato perfino i grandi ordini mendicanti. A misurare la vastità della degenerazione basti osservare la distanza che separa gli ordini attuali, la loro potenza finanziaria e politica con le prospettive dei loro fondatori: se si vuole uscire dal serpente della ricerca dei beni terreni, è necessario tornare a Francesco e a Domenico, cioè all’autentico messaggio di Cristo. Il canto si muove, dunque, tra i due poli della polemica severa contro i nuovi tempi, i nuovi francescani e domenicani, e di invito al ritorno degli uomini che come San Francesco asserirono con eroica fermezza nella povertà la validità della legge cristiana. « La concentrazione dell’interesse di Dante sulla povertà riceve singolare luce se si mettono a riscontro dell’XI canto le storie di Francesco che qualche anno prima erano andati affrescando, ad Assisi, Giotto e i suoi aiuti. Questi partono, si badi, dalla stessa Legenda di Bonaventura (da cui mosse Dante) ma dei due grandi affreschi della basilica superiore, uno solo, e marginalmente, si riferisce alla povertà, quello sulla rinuncia all’eredità paterna dinanzi al vescovo; gli altri sono miracoli in vita e in morte, visioni, di Francesco e di altri, episodi concreti di vita e di apostolato, ecc. Orbene proprio questa disparità tra Dante e Giotto ci permette di penetrare meglio nelle ragioni storiche della preferenza assoluta data dal primo al tema della povertà; quando si rifletta che la basilica di Assisi era stata voluta da frate Elia, contro l’insegnamento del santo, ribadito nel Testamento, che vietava l’erezione di chiese ricche; che essa basilica dipendeva direttamente dalla Curia; che questa aveva provveduto all’ingente finanziamento e a incaricare della decorazione pittori di sua fiducia; che in particolare Giotto era creatura di essa. Sicché quando Dante disegnava diverso, puntando tutto sulla povertà, era in posizione polemica implicita coi conventuali e con la Curia romana.

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Riassunto Canto X Paradiso

Cielo quarto o del Sole. Spiriti sapienti: San Tommaso

Le severe parole di Foichetto sulla degradazione della Chiesa, e di conseguenza dell’umanità, propongono al poeta il confronto tra il disordine che costituisce il comune denominatore della società umana e l’ordine che egli osserva nel paradiso e nel quale tutti potrebbero collocarsi, se sapessero rompere con le forze del male. Tale dovrebbe essere il destino degli uomini. Infatti Dio creò tutte le cose, materiali e spirituali, con tale ordine che chi l’osserva e ne avverte la razionalità e il fine non può non sentire la grandezza di Dio e tendere a Lui. Un esempio di questo ordine è lo spettacolo che egli ora contempla: c’è un punto nel quale il moto equatoriale dei corpi celesti si incontra col moto zodiacale dei pianeti, il punto da cui procedono le stagioni, primaverile ed autunnale. È questo solo un saggio della perfezione universale, su cui il poeta non può fermarsi perché attratto dall’argomento centrale del suo itinerario. Ormai siamo nel cielo del sole, cui il poeta giunge senza avere precisa coscienza del passaggio da una stella all’altra: tutto si svolge al di fuori del tempo o in un tempo non valutabile con le nostre misure. Un esempio: si pensi alla nascita in noi di una nuova idea della quale ci avvediamo solo quando giunge a chiarezza e si manifesta. Le anime di questo cielo appaiono più intensamente luminose, anche per poter distinguersi dalla luce solare; esse vivono e godono della contemplazione della Trinità. Cantano soavemente, si dispongono a corona e il poeta e Beatrice si trovano al centro di una corona di dodici anime. Una di loro parla a Dante: poiché tu hai l’eccezionale privilegio di venire, vivo, in paradiso, noi beati non possiamo non rispondere alle tue domande: tu vuoi sapere chi sono gli spiriti di questa corona. Io fui frate dell’ordine di San Domenico, il quale con la sua regola monastica guida i frati per una strada per la quale ci si può arricchire religiosamente se non si corre dietro le altre ricchezze. Io sono Tommaso di Aquino; a destra è Alberto Magno, uomo di grande scienza, poi il giurista Graziano: seguono Pietro Lombardo, teologo, poi Salomone, Dionigi l’Areopagita, convertito da 8. Paolo, Paolo Orosio, Severino Boezio, autore di un libro sulla « Consolazione della filosofia », Isidoro di Siviglia, il venerabile Beda, Riccardo, e infine Sigieri di Brabante che insegnò filosofia a Parigi e si attirò molti nemici. Alla fine della presentazione i beati riprendono la danza e il canto con lo stesso accordo del meccanismo di un orologio, che invita i religiosi alle preghiere del mattino.

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